CHI VOGLIO ESSERE DOPO IL COVID-19? Di Leonardo Aldegheri


Esiste una zona di paura, una zona di apprendimento e una zona di crescita.

Ora senza scadere in banalità, la paura c’è e non è così scontato per tutti “esorcizzarla” o persino USARLA a proprio vantaggio.
Non sappiamo quanto tutto questo durerà e non sappiamo il DOPO, come sarà.
A conti pratici: oggi per alcuni è avere i soldi per fare la spesa, non tanto pensare “ma andiamo al mare quest’estate?”
Tutte domande lecite, per carità, perché magari al mare ci si va coi propri bambini e il solo pensiero di privarli non è simpatico.
Per chi verrà messo in cassa integrazione, per chi sta lavorando, per chi già prima non faceva niente..
Tutto quello che sta accadendo sta facendo emergere aspetti che c’erano già ma non erano così chiari, così le nostre debolezze.

Dal web
Ci sono cose che al momento non possiamo fare ma ci sono cose che POSSIAMO FARE e alla grande anche.
Come passare dalla zona di paura alla zona di apprendimento, leggendo ad esempio.
Nutrendoci di cose sane, non necessariamente ammorbandoci di notizie tutto il giorno!
Appresa, basta una volta: NON SERVE INTOSSICARSI.
La paura fa sicuramente parte di ciò che non vogliamo. Spostare il focus su ciò che VOGLIAMO ha sicuramente un po’ più senso.
Così come mettere in pratica quanto appreso. Ecco la zona tre. Fin da oggi, fin da subito.

GIOCO AMARO di Andrea Giordano

Era forse un gioco
che’l contrario
di quanto pensavamo
fosse una bugia.

Era forse la verità
che’l contrario
di quanto dicevamo
fosse la verità.

Quanto ti odio
e tu, di più
e tutto finiva
con un sorriso.

Tutto è finito
odiando
di non averti mai detto
quanto ti amo.

Andrea Giordano

“ La vita” di Lia Tommi

La vita

mi ha presa per mano.

In un soffio 

in un palpito d’ali

mi ha condotta

laggiù

al mistero dell’orizzonte

dove cielo e mare

si abbracciano

e si fondono

nell’immenso

eternamente. 

E andando scalza di corsa

sul mare

l’ho sentita, la vita

dolce e fresca

come un’onda

E incredula

l’ho vista andare 

a infrangersi sugli scogli

e poi. …

poi tornare ancora

limpida e pura

e scorrere senza tempo

laggiù

al sogno di schiuma

alla gioia di esistere. 

Lia

MADE IN CHINA 3 di Gianluca Veronesi

Qualche centinaio di morti dopo un’alluvione o un terremoto sono un disastro che ti crea angoscia e disperazione, diecimila morti durante un’epidemia sono un dato astratto, di valore puramente statistico.
La dimensione quantitativa è decisiva: per aderire al cordoglio serve un volto, una storia, un parente.
Per elaborare un lutto collettivo hai bisogno di capire, prendere parte, commuoverti.
Qui non partecipano nemmeno i congiunti più stretti, che non hanno accesso al defunto, che non possono organizzare un funerale.
Questo è un drammatico work in progress, un attimo dopo il decesso devi già decidere chi subentra in terapia intensiva.
Una seconda differenza con le altre emergenze consiste nel tuo coinvolgimento. Quando vieni a sapere di un incidente, cataclisma, evento tellurico o climatico, sai in tempo reale di esserne indenne. Sai di non essere nel luogo in questione o di averla comunque scampata.
Ma nel nostro caso tu non partecipi da spettatore alle disgrazie altrui, sei sempre in gioco, rimani una potenziale vittima. Hai poco spazio per liberare la tua generosità, la tua empatia.
E poi siamo franchi con noi stessi: la capacità emotiva suscitata da un ottantenne è inferiore a quella che avresti di fronte ad un giovane, non parliamo di un bambino.
Mi chiedo quanta intelligenza c’era in questi diecimila nostri concittadini.
Pochi si soffermano sul loro sapere, manuale o intellettuale, faticosamente imparato in un’epoca che non disponeva delle nuove tecnologie. È quella “fatica”, quell’approfondimento che ha reso irripetibile quella generazione.
Purtroppo viviamo in un epoca in cui tu sei qualcuno finché sei nel mondo del lavoro, sei ancora produttivo, hai un biglietto da visita da esibire, una funzione da far pesare, un potere da scambiare.
Un tempo agli anziani veniva riconosciuta la saggezza che, naturalmente, derivava dalla esperienza. Erano una sorta di banca dati. Oggi che siamo subissati dai dati pensiamo di non aver più bisogno di nessuno.
A questo ho pensato quando ho visto scorrere il nome di Alberto Arbasino tra i morti di giornata.
Sono andato, allora, a rileggere quanto scriveva degli Italiani. Dei nostri vizi nazionali. Che tutti citiamo ma che fingiamo anche di dimenticare.
La volubilità, l’irresponsabilità, l’intolleranza, la partigianeria, la furbizia, la villania, l’ingordigia, l’opportunismo e il trasformismo, la smania di teatralità, l’indolenza, la vaghezza, la superficialità nascosta dietro al pedantismo accademico, la dissimulazione sistematica, il volerla sapere più lunga, la drittaggine, la mancanza di memoria collettiva.
Ebbene, caro Arbasino, questa volta non potrà lamentarsi. Abbiamo smentito tutti i luoghi comuni che ci riguardano.
Per semplificare, uso il senso di responsabilità che abbiamo mostrato e che riassume lo sforzo, il coraggio, la generosità, l’umanità profusi da tutti.
E, a proposito di memoria collettiva, ne stiamo accumulando un bel tesoretto che non dimenticheremo tanto facilmente.
Io impazzisco per i paradossi e le coincidenze, che mi appaiono sempre come lo scherzo di una entità superiore.
A questo proposito, l’unica notizia che non avesse riferimento con la pandemia apparsa in questi giorni sugli organi di informazione è stata la celebrazione del compleanno di Mina.
È stata l’apologia di una geniale e splendida ottantenne che ha scelto l’autoisolamento da decenni.
GianlucaVeronesi

Resisto di Cristina Saracano


Resisto, ho una resistenza da non credere,
Resisto alla fatica, sono piccola e forte,
Resisto al dolore, piango al buio e in silenzio,
Ma poi passa, perché io sono molto resistente.
Resisto perché lotto,
Per i desideri, per le cose giuste,
Per gli amori possibili,
E anche per quelli impossibili.
Resisto perché il cielo è a portata di mano,
E in mezzo alle rocce spuntano anche i fiori,
Ogni giorno, è un bel giorno,
E se non Resisto,
Non lo posso trascorrere.

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