Amarcord a modo mio. (Sentimental. Amarcord del Varietà)

Ricordo il Cine-Teatro “Politeama” di Casale, le sue poltrone rosse di velluto, salendo in Galleria la Venere del Bistolfi.

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Dopo il pranzo di Natale, gli anziani andavano a riposare, i giovani, invece, o andavano al Cinematografo, o, per i più fortunati ed abbienti si recavano a Torino per godersi le luci e lo sfavillio degli spettacoli di Varietà.

Anche Casale era, come un ristretto numero di città di provincia, nel giro di prova delle Riviste. Il teatro di rivista, passando per l”’avanspettacolo”, veniva “provato”, prima di approdare alle passerelle e alle scene dei teatri di Torino o di Milano nelle piazze di provincia.

Inaugurato nel marzo del 1948 con la proiezione di «“Per chi suona la campana” con Gary Cooper e la giovane star svedese Ingrid Bergam; un successo mondiale…

Poi il Politeama continuò a proporre, oltre ai film, riviste, opere liriche, con grandi nomi. Macario, Dapporto, Bramieri, Tognazzi e Vianello, Odoardo Spadaro, ecc.

Quando c’era la rivista , si faceva chiodo da scuola per aiutare a sistemare palco e locale; in cambio ci davano due biglietti degli ultimi posti ( “così puoi portare pure la murusa…) » (Turino 2014).

Dalla soffitta dei miei ricordi: sono nato, in casa dei miei nonni nell’ottobre del 1947… aiutato a veder la luce dalla “mitica”: Francesca Bianco di Cicengo, allora Ostetrica a Serralunga di Crea… Dovevo nascere dieci giorni dopo alla Mangiagalli di Milano. Destino volle che, grazie anche alle strade, che ancora risentivano dei disastri della guerra, nacqui in quella casa a Madonnina, la prima sotto il Comune di Cereseto, ma queste sono altre storie…

Erano quelli gli anni (gli ultimi anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, prima del grande boom economico), nei quali l’Italia voleva sognare e dimenticare i disastri della guerra. Gli spettacoli di Varietà aiutavano a sognare. Amarcord nostalgico di un diversamente – giovane.

Nel dicembre 2012 , allora Direttore dell’Archivio di Stato di Varese, mi trovai a dover organizzare “qualcosa” per la giornata indetta dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, “Carte di Natale 2012”. Ricordai che nella Donazione del conte Lodovico Castiglione e della moglie Anna Marcaccioli, si conservava una raccolta di testi teatrali e di locandine. Il conte Ludovico, grande umanista, era un cultore del teatro e della buona musica, compositore lui stesso e autore di testi teatrali. Sapevo della presenza di un cospicuo numero di programmi e locandine di spettacoli di Rivista, non solo italiani, ma anche Inglesi e Francesi.

Ritornò immediatamente alla memoria quel mondo adolescenziale e i ricordi di quando bambino i miei genitori, amanti della Rivista, avevano portato a Torino, a loro insaputa, mia nonna Pinota e sua sorella, la magna Maria, ad uno spettacolo di Macario, dicendo loro che andavano a Serralunga a trovare La Granda (la mia bisnonna). Le due non più giovani signore erano vestite, sì da domenica, ma diciamola pure, alla buona, con le loro belle calze di lana e la nonna con ancora addosso il suo fedele grembiule, tolto il quale, si partì.

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Le chiacchiere presero il sopravvento. Ad un certo punto, non mi ricordo chi, io non c’ero, timidamente osò dire a mio padre, che forse aveva sbagliato strada. Fatto sta che arrivarono a Torino con le signore allibite. Scesero davanti al teatro pieno di gente con i loro abiti “da campagna” e i loro calzettoni di lana. Mentre papà parcheggiava, mamma faceva la fila al botteghino e, grazie anche al suo sorriso accattivante e alla sua bella presenza, ottenne quattro posti in seconda fila.

A quasi ottant’anni se lo ricordavano ancora quello scherzo e quello spettacolo “con tutte quelle mezze nude”.

Quando il teatro di Rivista ebbe origine non si sa, forse trae origini dal teatro popolare romano con i fescennini, per passare nel Medioevo nei fabliaux (Fabliaux 2001; Barbero 2013) o nel risus pascalis (Jacobelli 2000) o nello spirito di Mistero Buffo, così magistralmente reso da Dario Fo (Fo 1977), e via via sino alla fine dell’Ottocento. Come si arrivò alla Rivista – ripeto – non è facile a dirsi: dai Café des musicos ai Variétés.

A Parigi trionfa un teatro sito nel quartiere di Montmartre: le Folies – Bergère, in Rue Richer, dépendance di un grande emporio intitolato «Alle Colonne d’Ercole», che ha aperto le sue porte fin dal 1869. Quel teatro era concepito in modo nuovo. Era una sala dotata non soltanto di poltrone, poltroncine, palchetti, barcacce e il proverbiale balcon (galleria, loggione…), la novità fu il «promenoir» (da promedade, passeggiata). «Lo scopo principale del fondatore delle Folies-Bergère è di creare attorno alla sala una sorta di passeggio che accolga il maggior numero possibile di persone, munite del semplice biglietto d’ingresso. Si tratta di una moltiplicazione per mille del «posti in piedi». E lo spettacolo?… «Van benne le cantanti, le discusse, le attrazioni d’ogni tipo; ci vogliono anche balletti, quadri coreografici, «sensazioni» internazionali. Per attirare i forestieri bisogna dar loro qualcosa d’immediata comprensione, qualcosa che parli un linguaggio universale, visioni artistiche di paesi, usi, costumi, caratteristiche di tutto il mondo. E’ una formula che da qualche anno ha una straordinaria fortuna in Inghilterra (non per nulla music-hall… è invenzione inglese). Alle Folies-Bergère diventa tutto eccezionale.

«Gustavo Modena, Rossi, Salvini

stanchi di amare la bionda Ofelia,

forse sul serio i forse per celia,

m’han detto vattene, con Petrolini, dei Salamini!»

È il 1912, l’Italia per la prima volta nella storia manda degli aerei a lanciare bombe sui nemici e Petrolini debutta con la sua parodia di Amleto. Il mondo precipita e il comico romano registra alla sia maniera la fine della tragedia classica: il conflitto fra uomo e destino può essere risolto solo con uno sberleffo e la morte su scala industriale è lì dietro l’angolo a vanificare in comico ogni amletico dubbio (Petrolini 2004).

Il 21 novembre 1913, sulle colonne del «Daily-Mail», Marinetti pubblica il Manifesto del Teatro di Varietà. Russolo-Pratella inventa l’intona rumori e inizia le sue sperimentazioni musicali.

A Roma nel 1924 Ettore Petrolini mette in scena e crea il personaggio di Gastone: numero di centro del «variété», «danseur», «diseur», frequentatore dei «bal-tabarin» dei «cabarets», conquistatore di donne a getto continuo, uomo incredibilmente stanco di tutto, uomo che emana fascino» (Petrolini 2004).

A Parigi nel frattempo si aprì la stagione delle Grandi ètoiles della Rivista: Mistingett e Joséphine Baker… e dello chansonnier Maurice Chevalier, a cui non era da meno Charles Trénet.

Anche l’Italia ebbe i suoi cafés-chantans, le sue «sciantose», che è chanteuse tradotto in napoletano o se volete canzonettista… Ricordarle tutte sarebbe impossibile, ai più sconosciute… restano i nomi: Elvira Donnarumma, Luisella Viviani, Tecla Scarano… sino alla Fougez, per non dimenticare l’alessandrina Milly con la sorella Mity, che le fu compagna d’arte. Di Milly non si può non ricordare un’esemplare interpretazione dell’Opera da Tre Soldi di Bertold Brecht con la regia di Strehler, in anni più recenti.

Poi Anna Fougez con le sue piume di struzzo a pioggia continua, gli abat-jour, che diffondono, esclusivamente, luce blu e la sua indimenticabile “Vipera” (il bracciale al braccio di colei – che mi ha rubato tutti i sogni miei…).

Nel programma della Rivista di Macario: Febbre Azzurra. Follie ai tropici, del 1944 – 45, nella piccola storia della Rivista italiana viene ricordato El Sogn de Milan. «Fu intorno al 1897 che a Milano agiva la compagnia di vaudevilles e commedie diretta da Antonioi Scalvini al quale gli affari non andavano troppo bene; tanto che, quando gli si presentarono alcuni studenti milanesi che avevano scritto delle scenette comico – musicali in cui le frecce della satira erano dirette contro professori ed  autorità cittadine egli accettò di rappresentarle, sperando che questo genere rialzasse le cifre dei borderaux (un po’, insomma, come fanno le compagnie di prosa del giorno d’oggi). Certo il buon Salvini non lo sapeva, ma così facendo egli era né più né meno che l’ostetrico della nuova neonata: la rivista.

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Lo spettacolo, che era interpretato dagli studenti – autori, oltre che dagli elementi della compagnia, piacque immensamente. Avvenne che quella prima «rivista» il cui titolo era EL SEOGN DE MILAN, venne portata anche a Pavia, Piacenza, Como,

Cremona. In queste città gli studenti non vollero essere da meno dei loro colleghi milanesi e l’anno dopo vararono a loro volta altre riviste, tutte basate suol genere satirico.

Qualche anno più tardi ecco venire da Parigi la rivista CHANTECLAIR, e quassi contemporaneamente (siamo già nel 1907) ecco la famosa TURLUPINEIDE, anche questa scritta da studenti milanesi, ma ormai in veste di autori veri e propri. Questa rivista ottenne un successo addirittura strepitoso, tanto da richiamare l’interesse di una impresa come la Suvini e Zerboni ed alcuni ritocchi di Renato Simoni. Di questa rivista, che può chiamarsi la vera prima grande rivista organica, sarà bene parlare un po’ diffusamente.

Essa venne varata al Filodrammatici di Milano e l’entusiasmo del pubblico fu tale che, come si detto, l’impresa Suvini e Zerboni la trasportò al Dal Verme (allora era il teatro più importante di Milano dopo la Scala) successivamente al Lirico, dove ebbe fra i suoi interpreti Edoardo Ferravilla, venuti a sostituire Vanutelli nella parte di speaker, o presentatore, dello spettacolo che egli infiorava con i suoi mille lazzi in dialetto milanese.

Turlupineide era una rivista veramente solida e permeata di uno spirito di ottima lega, se ancora oggi, dopo quarant’anni, appare ancora attuale. State a sentire come contava Braccony (nella parte di Giolitti):

«Una medaglia d’oro m’hanno dato,

una medaglia d’oro grossa un dito.

Una medaglia d’oro grossa un dito

per il mio giubileo di deputato.

E gira e fai la rota

vuol dir, quella medaglia,

che per venticinque anni

io minchionai l’Italia».

E credete forse che strofette simili sollevassero lo sdegno di qualche giornale? Mai più! Sua Eccellenza Giolitti, a Torino, assistì allo spettacolo e il giorno dopo fece pervenire al Braccony un portasigarette d’oro in cui si complimentava con l’attore «per averlo così bene imitato» . Se non era democrazia quella… Ma ancora più attuale la strofetta cantata da quelli che si può chiamare un democristiano di allora:

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«Ormai della mia vita il mondo è vario, trullalà;

io leggo un po’ l’Avanti e un po’ il breviario, trullalà…»

e c’era Attilio Crimi che faceva Leonida Bissolati. Poi tutta la compagnia eseguiva il finale su una musica nuova ed affascinante: la Matschiche…

Già l’anno prima la Suvini e Zerboni aveva lanciato LA MONTAGNA DI LUCE; ed ecco venir fuori PALAMIDONE (1911) e successivamente la rivista

MONOPOLEONE nella quale figurava una felicissima poesia satirica a strofe

intitolata «C’era una volta un lupo», tutta contro la Germania, e che Petronili recitò per molto tempo (avete già capito che siamo già nel 1914 – 1915).

Era l’epoca in cui alla famosa Taverna Rossa dell’Eden, a Milano, apparve la famosa rivista CONTROPELO, e quelle di Colantuoni, Fraccaroli, e poi Veneziani, Mazzuccato, Rota, Silvio Zambaldi, Gustavo Macchi, Frattini (padre) e Nivellini, Gino Rocca, Icilio Bianchi. Calandrino qui diede alle scene quella che fu la più bella rivista: SARA’ QUEL CHE SARA’. Intanto alla Scala Umberto di Roma veniva presentata la rivista MONTECORNUTO di Corvetto, e a Napoli riscuotevano grandi approvazioni le riviste di Rocco Gualdieri, Ugo Ricci con MASCARILLO (ricordate Triplepatte?); mentre, sempre a Roma, Petrolini per passare dal varietà al teatro regolare si servì di due riviste: ZERO MENO ZERO e VENITE A SENTIRE; però non va dimenticato che a quell’epoca la rivista esclusivamente comica (tutte quelle nominate finora esclusivamente satiriche) era già nata e irrobustita; si allude a quel HAI VISTO L’ELMO? Che Brunorini portò alla 3000a replica.

Calandrino dava ancora MONTE DI PIETA’ (compagnia Riccioli-Molinari-Mialet-Galli, quest’ultimo fratello di Dina) e BABILONIA; Manca faceva rappresentare la sua rivista GIORNALE D’OGGI.

Però a Torino doveva sorgere ben presto i una nuova rivista destinata al più grande successo e nella quale la comicità, la interpretazione, i tipi, le macchiette e soprattutto la musica dal carattere popolare primeggiavano sulla satira politica che andava via via scomparendo. Gli autori Ripp e Bel Ami il cui astro detenne incontrastato lo scettro per oltre dieci anni in tutta l’Italia con le riviste VALIGIA DELLE INDIE, MADAMA FOLLIA, SOTTANE AL VENTO, MINORENNI A NOI, TRE EMISFERI, IL DITO DI GIOVE, ADAMO ED EVA, ecc.

La rivista venne in seguito francesizzata e presentata in questa veste dalle ditte «Bluette-Macario» il quale ultimo ne presentò altre con le soubrettes Titina e Milly. Intanto i fratelli Schwartz scendevano annualmente in Italia con grandiosi spettacoli i cui quadri migliori, però, erano anch’essi acquistati a Parigi. Ed eccoci al 1930. In quell’epoca soltanto tre compagnie eseguivano la rivista regolare in due o più tempi, ed erano: «Bluette-Navarrini», Macario e Totò: ma nell’anno successivi anche queste passarono all’avanspettacolo. E’ questa l’epoca più grigia per la rivista. Dovevano venire gli anni 1935 – 1936 perché le sunnominate tre compagnie ricominciassero ad alternare la rivista regolare a quella abbinata al cinematografo: fu questo anche il momento delle prime riviste in due tempi di Michele Galdieri, mentre a Napoli l’impresa Aulicino, al Fiorenti, varava ad ogni stagione un n ulivo grande spettacolo.

Dal 1937 – 38 ad oggi la storia della rivista è troppo recente perché qualcuno la possa aver dimenticata. Comunque ogni ditta è stata fedele al suo genere; e la ditta «Grandi Spettacoli Musicali Macario» che presenta al teatrino Splendore, la sua grande creazione che viene a coronare, superandole, il ciclo di riviste che parte da TUTTE DONNE, AMLETO CHE NE DICI?, e RITORNA MOULIN ROUGE! Ossia: LA FEBBRE AZZURRA UNA FOLLIA NEI TROPICI il cui soggetto è dello stesso Macario, i dialoghi di Amendola e le musiche di Frustaci» (Febbre azzurra 1944).

In chiusura di un programma dei primi anni Cinquanta del Novecento, nelle note in margine, possiamo leggere:

«Non fa bisogno che la vera, la classica, l’autentica soubrette sappia danzare, cantare e recitare…La vera, la classica, l’autentica soubrette deve saper fare una sola cosa: deve saper scendere dalle scale, una scala lunga lunga con i gradini stretti, stretti!».

Eccola la diva color ocra:

Lei!

L’unica!

La Wandissima!

Basta il nome: Wanda. O, più comunemente: la Wanda. Del cognome Osiris –  pretenzioso cognome d’arte dal tono esotico, che ella si regalò quand’era

indispensabile avere un nome del genere per far carriera sulle scene – si può fare anche a meno. E’ diventato, ormai, quel cognome, un inutile complemento, di cui la fama ha fatto giustizia sommaria. Niente Osiris: la Wanda, oppure la Wandissima, e basta.

Anna Menzio, figlia del palafreniere e primo battistrada di Umberto I, era nata a Roma il 3 giugno 1905, era fuggita, a 16 anni, dalla famiglia che si opponeva alla sua passione per il teatro. Nel 1923 iniziò la sua carriera come subrette al cinema Eden di Milano con la compagnia di Piero Mazzuccato.

«Era celebre come Josephine Baker o Mistinguette, ma “casta”, impenetrabile come una vera signora. Diceva di sé: «Noi stelle del varietà non abbiamo la terra ma lo spazio». Fu forse questo suo «fascino siderale» che ispirò un anonimo regista di operette: vedendola ancora ragazzina e sedotto dai grandi occhioni già allora truccatissimi sotto la frangetta lunga e nera, pensò subito ad una dea egiziana. Ma siccome il regista di mitologia ne masticava poca, le affibbiò al posto del nome della dea Isis, quello del dion Osiris» (Bandettini 1994).

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«Si esibì» – scrive sempre la Bandettini – «anche con Totò (IL PICCOLO CAFFE’), finché nel 37 ottenne il nome in ditta con la Fineschi – Donati, con cui consacrò alla storia la sua leggendaria carnagione color ocra, risultato di ore e ore di trucco e di un consumo spropositato di cerone che, insieme ai fiumi di profumo Arpège, restò uno dei fondamenti del suo «personaggio» per sempre. A 33 anni Wanda Osiris intraprese spedita la strada verso la leggenda. Era il ’38 e, così lo raccontava lei, la moglie di Macario la convinse a entrare in compagnia col marito. «Macario di donnine ne aveva a volontà, ma aveva bisogno del gran nome. Arrivai io». La numero uno.

Divenne ancora più regale, più sensazionale, più eccentrica. Ballare, ballava poco. Recitare non le era nemmeno richiesto. Cantare, lo faceva a modo suo, con quella vocina leggera e le vocali trascinate all’inverosimile, le erre arrotolate ad arte…

Eppure Wanda Osiris, era un sogno: saranno stati i suoi sguardi malandrini, i suoi abiti-monumenti, la sua eleganza innata che poteva permettersi ogni tipo di eccesso.

E poi, certo, le famose scale. Fu FOLLIE D’AMERICA nel ’38 a segnare la prima storica discesa dalle scale, che poi via via sarebbero diventate scaloni, e poi veri e propri monumenti («un’ossessione, una disperazione – ricordava lei – temevo sempre di cadere, anche per via dei tacchi che portavo») ispirati ora al Vittoriale, ora a Trinità dei Monti come in FESTIVAL del ’54 che, pur avendo autori, come Age, Scarpelli, Verde, Vergani, Paone e la supervisione di Visconti, fu uno dei suoi primi clamorosi fiaschi. Il lusso soave, la sue piume e paillettes con la guerra invece di sparire aumentarono: tra bombe e macerie, la Wandissima (fu Orio Vergani a coniare questo nome) si presentava come un sogno di felicità, di ricchezza, di spensieratezza.

Divenne la monarca assoluta del varietà (Bandettini 1994).

Nel programma di SI STAVA MEGLIO DOMANI, Stagione 1946 – 1947, di Pietro Garinei e Sandro Giovannini, la Wanda era in ditta con Enrico Viarisio, nella presentazione possiamo leggere quanto di sé disse la soubrette:

«Il perché della mia eccentricità? Semplice. Il desiderio di piacere al pubblico. Chi va a teatro, specialmente alla rivista, non vuole assistere ad uno spettacolo «reale», cioè strettamente aderente alla logica ed alla verità delle cose. Altrimenti gli basterebbe, d’estate, andarsene in una piscina comunale, per ammirarsi quante donne seminude più gli aggrada; e se avesse cura di portare con sé un fonografo, potrebbe far godere l’udito, oltre che la vista; e, negli intervalli fra un disco e l’altro, fra una sbirciatina e l’altra, potrebbe leggere le cartoline del pubblico della «Domenica» o un libro di barzellette. Avrebbe così, gratuitamente, una specie di rivista.

Purtroppo molte riviste – non intendo alludere a nessuna in particolare – non riescono a dare al pubblico sensazioni migliori di quelle che vi ho descritte: il che è un male per il teatro. Io penso, invece, che al pubblico sia necessario offrire il pimento di qualche cosa che non possa vedere dappertutto. Qualche cosa che sia fuori dall’ordinario, qualche cosa che desti nello spettatore un senso di meraviglia. Ecco perché ci fu un tempo, non lontano, in cui usavo dipingermi tutto il corpo di un acceso color ocra. Ebbene, non credete che fosse divertente la cura dell’ocratura, tutte le sere. Che fatica, ripulirsi tutta, dopo! Eppure lo facevo volentieri: perché pensavo di offrire al pubblico qualche cosa di nuovo, di inconsueto. Lo stesso pensiero mi ha guidata sempre nella scelta dei modelli dei miei costumi: cercare qualche cosa da opporre alla splendida banalità delle piume di struzzo e degli altri aggeggi in uso sui palcoscenici della rivista. In definitiva, tutto quello che io faccio di estroso o di eccentrico, è sempre in dipendenza diretta del mio desiderio, sempre vivo, di piacere al pubblico, in un modo tutto mio, personalissimo. Non differenti motivi hanno, poi, le strane modulazioni del mio canto e tutte le altre cosucce di cui sembro compiacermi tanto. Ma, a casa mia, lo confesso, sono una donna semplicissima».

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Orio Vergani, nella lettera di presentazione alla rivista: … QUO VADIS? Di Oreste Biancoli, Dino Falconi e Orio Vergani, con Enrico Viarisio e Milly, messa in scena nel 1949, annotava:

«Ho visto anch’io, come gli altri, molte riviste, in vita via. Ma probabilmente, di tutti i generi teatrali quest’ultimo è quello che offre meno punti di appoggio alla memoria.

Come il Cinema, molto meno del Cinema, la Rivista non lascia di sé, documento. Al neo-autore non è possibile rifarsi ai grandi modelli se non con la pura memoria, che la vita ha reso naturalmente molto distratta. Non è possibile andare in biblioteca a documentarsi e a prepararsi. Non c’è né una Storia della Rivista, né un manuale di Tecnica della Rivista. Sono state scritte, musicate, messe in scena, riviste che hanno avuto migliaia di rappresentazioni. Di esse non resta traccia stampata. Conosco autori che sono stati ascoltati da centinaia di migliaia e forse da milioni di spettatori e che non hanno mai pensato di pubblicare un solo volumetto con il testo di una propria rivista. In se stesso tale testo, effettivamente non esiste: o, se esiste, si tratta di un copione che alla lettura apparirebbe quasi sempre gracile, spoglio, scheletrico come, alla luce del sole, appaiono le intelaiature di legno da cui partono e il illuminano nei cieli notturni i fuochi artificiali.

Il testo di una rivista è un telaio che deve essere rivestito tutto, dalla prima prova alla prima rappresentazione, con la comicità degli attori, con la grazia delle attrici, con le luci, con le scene, con le musiche. Alla rivista stessa il testo sta come il manquin d’osier, come il vecchio manichino di vimini delle sarte alla figura della bella donna e all’abito pieno di tentazioni e di seduzioni che essa deve indossare. Si spiega per questo come una raccolta di testi di rivista sia impossibile e come, chiamato all’improvviso sul palcoscenico, il neo-attore non abbia la possibilità di documentarsi e di appoggiarsi ai modelli del passato se non per quella che potrebbe essere chiamata una tradizione mnemonica. A distanza di un anno, o di vent’anni, è ben difficile al normale spettatore ritrovare la traccia di un esempio. Molti anni or sono ho visto a Parigi la prima rivista con la quale si presentò al pubblico europeo Josephine Backer. Si trattava di una rivista e di una rappresentazione che indiscutibilmente segnavano una data nella storia della rivista. Devo confessare che, per quanto vi figurassero Josephine e uno dei maggiori comici francesi, Dranem, di essa non rammento se non il ritornello della canzone delle Banane. Qualcuno mi assicura che nello stesso spettacolo recitava Chevalier. Nella soffitta dei miei ricordi non ne trovo traccia.

Non si tratta di «capolavori scritti sulla sabbia» ma, se mai possono esserlo. Di capolavori scritti su una polvere di luce, su una polvere di musica leggera e, quando si tratta di una rivista che si appoggi alla attualità, sulla polvere della cronaca che non è ancora diventata storia. Come quelli di una rosa durano lo spazio di un mattino, così gli incantesimi della rivista durano lo spazio di una sera. Qualche settimana dopo, qualche mese dopo al massimo, il ricordo andrà cancellandosene del tutto, così come si cancella il ricordo di una moda, il ricordo della creazione di un vestito da sera che sembrò meraviglioso e che affascinò. Il caso del neo-attore è un poco il caso del neosarto che per esempio venga chiamato a collaborare da Dior o da Fath o dalla Bicky alla creazione di una serie di modelli. Non basta conoscere le donne, e averne amata qualcuna, per saperle vestire. Non basta amare il teatro, e magari anche conoscerlo, per compiere il breve tragitto che va dalla comoda poltrona dello spettatore al piccolo abisso quadrato del buco del suggeritore. Non basta saper ricostruire il formulario tecnico della sintassi dello spettacolo così come si può ritrovarlo nella memoria con la distribuzione equilibrata degli sketchs, dei couplets, dei «siparietti», dei cori, dei balletti. Bisogna trovare i segreti di quello che nella memoria non c’è: i valori dei ritmi musicali, la vitalità di un canto, la vis-comica di uno spunto satirico di attualità, l’efficacia di un umorismo che se è possibile passi la ribalta e arrivi fino all’ultimo spettatore dei posti in piedi: lavorare per la folla e non solo per gli iniziati: indovinare i punti nevralgici del suo gusto, conoscere le sue molle sentimentali, sorprenderlo senza urtarlo. Bisogna conoscere la gamma degli effetti che possono essere raggiunti dai vari attori e lavorare alle prove sulla misura di quelle loro possibilità. Fino all’ultimo, stabilito il telaio della rivista, il lavoro degli autori, del musicista, del regista, è tutto un fare e disfare. La stessa battuta, detta da Petrolini è un capolavoro: detta da un imitatore di Petrolini è un’idiozia» (Vergani 1948).

Stagione dopo stagione si susseguirono:

GRAN BALDORIA con Elsa Merlini, Enrico Viarisio, Isa Barzizza, DOVE VAI SE IL CAVALLO NON CE L’HAI? Con Elena Giusti ed Ugo Tognazzi, ATTANASIO CAVALLO VANESIO di Pietro Garinei e Sandro Giovannini con Renato Rascel e Lauretta Masiero, “ROSSO E NERO” con Nilla Pizzi e Teddy Reno del 1954, con costumi e scene di Erté. L’ADORABILE GIULIO, con Carlo D’Apporto, Delia Scala e Teddy Reno nel 1957.

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La “Grandi Spettacoli Comici srl nella stagione 1957 – 58 presentò Ugo Tognazzi e Lauretta Masiero in UNO SCANDALO PER LILLI, musiche di Lelio Luttazzi, coreografie di Gisa Geerrt, con la regia di Luciano Salce.

Nella stagione dopo, 1958 – 1959, Marcello Marchesi, Renzo Puntoni, Italo Terzoli

presentarono Sandra Monadini, Raimondo Vianello e Gino Bramieri in SAYONARA BUTTERFLY….

La Wandissima ho avuto la fortuna di vederla ad Asti nel ‘ 74 in Nerone è morto? di Hubay, con la regia di Aldo Trionfo.

Grazie a Paolo Limiti e ai suoi programmi televisivi, che la videro ospite, la possiamo ancora ammirare su youtube, con tanta nostalgia per quel tempo che non tornerà mai più.

Così come il vecchio «Poli»… Non c’è più!

Resta la nostalgia di quei pomeriggi nebbiosi, il vago profumo di calicantus dal giardino di fronte o il sentore del vecchio profumo “Orchidea Nera”… e il gesto furtivo di una bella ragazza, che riagganciava, pudica, la calza velata di naylon, che si era sganciata…

Altre fragili memorie e testimonianze di quella polvere di stelle restano nel cuore, con una dolce saudade di quel tempo che fu.

«Amarcord», come avrebbe detto il grande Fellini.

Cosa resta passato il Rex?… un vago ricordo, la nostalgia di uno sfavillio di paillets e di lustrini nella scia mitica di Arpège…

La passerella del gran finale è finita.

Le luci della ribalta si sono spente.

Non ci resta che chiudere dietro all’ultimo spettatore infreddolito le porte del teatro, che non c’è più, mentre nella memoria vivi restano i ricordi… e fuori, magari, inizia a cadere lenta la neve…

16 aprile 2010.

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Nota Bibliografica

Almanacco 1974, Almanacco Letterario Bompiani. Sentimental. “Il teatro di rivista italiano, a cura di Rita Cirio, Pietro Favori, Torino, Bompiani, 1975.

Bandettini 1994, Anna Bandettini, Addio Wandissima, in «La Repubblica», 13 novembre 1994, Spettacoli, p. 27.

Barbero 2013, La voglia dei cazzi e altri fabliaux medievale. Tradotti e presentati da Alessandro Barbero, Edizioni Mercurio, Vercelli 2013.

Biografie 1946, Wanda Osiris diva color ocra, in Biografie a contagocce, nel programma di «Si stava meglio domani», Numero Unico con Programma, Stagione 1946- 1947.

Colacchi 1937, Luigi Colacchi, Invito alla Rivista, in «Scenario», a. VI, 1937, n. 23, pp. 67 – 69.

De Matteis 1980, Stefano De Matteis, Martina Lombardi, Marilena Somaré, Follie del varietà. Vicende memorie personaggio 1890 – 1970, Milano, Feltrinelli 1980.

Fabliaux 2001, Fabliaux Racconti francesi medievali, a cura di R. Brusegan, Torino, Einaudi, 2001.

Fano 1993, Nicola Fano, Vieni Avanti, cretino! Storie e testi del varietà e dell’avanspettacolo, Roma-Napoli, Teoria, 1993.

Febbre azzurra 1944, Piccola storia della Rivista in Italia, in Programma della Rivista: Macario in Febbre Azzurra. Follia nei Tropici, s.d. [Stagione Teatrale 1944 – 1945], pagine non numerate.

Fo 1977, Le commedie di Dario Fo, V Mistero buffo Ci ragiono e canto, a cura di Franca Ramo, Torino, Einaudi 1977.

Grignolio 2001, Idro Grignolio, 100 anni di Politeama, introduzione (ricordi? Confessioni? Reminiscenze metafisiche) di Jeam Servato, Casale M., Ed. «Tersite», 2001.

Jacobelli 2000, Maria Caterina Jacobelli, Risus Pascalis e il fondamento teologico del piacere sessuale, Brescia, Queriniana 2000.

Lorenzi 1988, Alberto Lorenzi, I segreti del varietà, Milano, Celip, 1988.

Lori 1996, Sergio Lori, Il varietà a Napoli, Roma, Newton & Compton, 1996.

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Morosi 1901, Antonio Morosi, Il teatro di varietà in Italia, Firenze, Calvetti, 1901.

Mottola 1995, Francesco Mottola, Il teatro di varietà: dalla Belle Époque agli anni Sessanta ed oltre, in Italia, Milano, Nuove Edizioni Culturali, 1995.

Olivieri 1989, Angelo Olivieri, Alberto Castellano, Le stelle del Varietà. Rivista, avanspettacolo e cabaret dal 1936 al 1966, Roma, Gremese Editore, 1989.

Pangaro 2009, Giorgio Pangaro, MENZIO, Anna, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 73, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2009.

Petrolini 2004, Ettore Petrolini, Teatro di Varietà, a cura di Nicola Fano con la collaborazione di Anna Maria Calò, Torino, Einaudi, 2004.

Polacci 1990, Alfredo Polacci, Il teatro di Rivista. “Tutto quello che gli altri non sanno”. Casalecchio di Reno (Bo), del Corso, 1990.

Quargnolo 1980, Mario Quargnolo, Dal tramonto dell’operetta al tramonto della rivista. Mezzo secolo di fasti e miserie del varietà e dell’avanspettacolo, Milano, Pan, 1980.

Ramo 1956, Luciano Ramo, Storia del Varietà, Milano, Garzanti, 1956.

Turino 2014, Gianni Turino, L’abbattimento del Politeama, un’altra storia di Casale che se ne va, in Casalenews, 8 novembre 2014.

Vergani 1948, Orio Vergani, Una lettera di Orio Vergani, nel Programma di «…Quo Vadis?», Milano, Teatro Nuovo, Programma, s.d. [stagione 1948 – 1949], pp. I – VIII.

Lo lo Vergani 1973, Orio Vergani, Abat-jour, Milano, Longanesi, 1973.

Pierluigi Piano

Pubblicato da fabrizio priano

Ho creato questo blog per esprimere le mie idee sui fatti di cronaca politica

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