Memorie della Città Grigia di Danilo Arona

L’uomo del cocco e delle castagne

Da bambino, fino a quando mantenni l’età per essere definito tale, uno dei miei “posti delle fragole” era il chiosco del signor Damaschi ai giardini pubblici, davanti all’incrocio di Corso Crimea con via Trotti. Lì mi accompagnava mio padre per varie ragioni, la prima delle quali recitava che ero considerato troppo piccolo per andarmene in giro da solo. Poi, tra casa nostra e il “baracchino” intercorrevano non meno di tre chilometri, forse troppi per le ragioni di cui sopra, ma soprattutto perché mio padre e il signor Damaschi erano amici di lunga data e ogni volta che s’incontravano si salutavano con calore, raccontandosi la rava e la fava, e non solo.

Il chiosco offriva due specialità stagionali, per le quali all’epoca era, se non ricordo male, molto rinomato. Noccioline e castagne arrostite, le “caldarroste”, in autunno-inverno e il cocco in primavera-estate. Eravamo ancora negli anni ’50 e il baracchino si presentava semplice, minimalista, tirato su con 4 assi e giusto una tettoia per ripararsi dalla pioggia e dalla nebbia (che allora veniva giù spessa e quasi vivente come quella di un film di John Carpenter e faceva anche un po’ paura a volte).

Accanto al chiosco, sulla destra, a qualche metro di distanza si ergeva la latrina pubblica, l’orinatoio, dotato di due posti a ingresso speculare e a chiasmo, affinché due persone che ne usufruivano nello stesso tempo potessero scambiarsi le loro impressioni sul tempo, la politica e le condizioni della reciproca prostata. Di solito si trattava di perfetti sconosciuti che non potevano vedersi dato il muro divisorio ma che si sentivano apparentati dall’esperienza liberatoria e appagante. Soprattutto superavano l’imbarazzo del momento chiacchierando col vicino di minzione.

Certo, vi state chiedendo sul perché dedico così tante righe al vespasiano dei giardini, dato che l’argomento è all’apparenza il chiosco del cocco. Il fatto è che nella mia memoria vespasiano e baracchino sono inscindibili. Non accadeva mai infatti che non ne usufruissi dopo avere bevuto un bicchierone di cocco o mangiato un cartoccio di caldarroste, senza per questo dimenticare le noccioline.

Okay, chiusa qui con il bagno pubblico. Papà e il signor Damaschi parlavano per ore. Si capiva che erano amiconi da quel bel dì perché trovavano decine di argomenti sui quali discutere ad libitum. Per tutto il tempo conversavano in dialetto alessandrino che allora, tardi anni ’50 che andavano finendo, era la lingua nazionale della città. Ogni tanto abbassavano la voce perché, senza che io ricorra a giri retorici, parlavano di donne locali, facendo nomi e cognomi ed elencandone i molti peccati e le poche virtù. Io, tra il dialetto e gli allusivi termini di copertura, non è che ci capissi molto, ma una volta captai un frammento di storia che narrava di un vero e proprio bordello scoperto in Corso Roma sotto le volte di un noto albergo. Anche qui nomi e cognomi dei clienti e delle belle di giorno, tanto sentivo solo io.

Quando giravamo quegli argomenti lì – quasi sempre d’inverno-, ci fermavamo al chiosco per un bel po’ di tempo, più del consentito, e il signor Damaschi, con la complicità di mio padre, mi rimpinzava di castagne che notoriamente non sono facilissime da digerire soprattutto se consumate in quantità esorbitante- infatti, alla sera, di ritorno dal chiosco proprio non cenavo.

Per motivi freudiani nella prima adolescenza ho associato il concetto di “fidanzata” (per capirci) al cocco, alla forma, al gusto e alla parola, colpa ovviamente di quei discorsi da adulti percepiti a frammenti. E con il termine “cocca”, intorno ai vent’anni, ho apostrofato anche qualche ragazzotta che mi piaceva più di altre  – peraltro era un termine da “duro”, me scimunito. 

Vi furono anche un paio di primissime fidanzatine cui mi davo appuntamento ai giardini “dalle parti del baracchino del cocco”, ma in seguito cambiai location perché Damaschi mi conosceva e volevo evitare che ne riferisse a papà – anche se non andavo più con lui a bere cocco e a mangiare castagne, e chissà quanto dispiacere ne ebbe, pover’uomo.

Il signor Damaschi, per quel che ricordo, aveva un viso simpatico, magro e rugoso, come si diceva in gergo “un uomo tutto nervi”. Quando arrivo l’età del ritiro dalle scene, al posto di comando del chiosco subentrò suo figlio che si guadagnò lo stradinom“Nocciolina”.

Quanta nostalgia, però… I chioschi che sono venuti dopo erano e sono manipolazioni genetiche degli originali tanto si erano allargati in ampiezza e in varietà degli articoli. Ma io ricordo con sinceri rimpianto quelle quattro assi di compensato, la nebbia, il dialetto e persino un bicchierino di barbera che mi fecero bere il signor Damaschi e papà assieme alle castagne. Anzi, due.

Nostalgia canaglia. E se io cito Albano, la faccenda è pesante.

Pubblicato da fabrizio priano

Ho creato questo blog per esprimere le mie idee sui fatti di cronaca politica

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