“Desgrazzi di Giovannin Bongé” Poesia in dialetto milanese di Carlo Porta. Recitata da Carlo Scotti

Chi siete? Che mestier fate? In dove andé? Dicete!

Sono queste le domande perentorie che si sente rivolgere Givanin B dal capo della ronda nella quale incappa a tarda sera, tornando dal lavoro, “sloffi e stracch come on asen de bottia” cioè stanco e abbacchiato come un asino da lavoro.

Capita a tutti, specie di questi tempi di pandemia, di incappare in un posto di blocco e di sentirci rivolgere le stesse domande, alle quali siamo preparati anche con autocertificazione, ma che tutto sommato preferiremmo non sentirle. Eppure i gendarmi che ci fermano sono al nostro servizio, sono gentili e professionali, se ci sanzionano è perché l’abbiamo fatta proprio grossa.

Non proprio così stanno le cose per il povero Giovannin Bongè.

Ma chi è G.B.?

E’ il protagonista di una delle più belle poesie in dialetto milanese di Carlo Porta, veramente un grande poeta, vissuto a Milano dal 1775 al 1821; anni in gran parte passati sotto la dominazione austriaca. Le vicissitudini descritte in questa poesia sono da collocare nel periodo della occupazione napoloeonica, quando cioè dominavano questi “prepontentoni de francess”. E Giovannin sembra nato per essere vittima delle prepotenze altrui. “I batost son semper pront come la tavola de l’ost!”

Al primo contatto con la ronda reagisce sdegnosamente e li manda a quel paese “son galantom, fo il cavalier e vivi d’entrada, e mò!?”. Ma quando entra in scena il grande capo “el respetor senz’olter” che lo interroga “in nomo della legge” capisce che gli conviene rispondere senza arroganza e fornisce tutte le informazioni richieste che comprendono, l’indirizzo preciso di casa, l’isolato, il numero civico, il piano dell’abitazione.

Giovannin capirà a sue spese che non ha messo in gioco solo la sua privacy ma la sua onorabilità: al rientro troverà sulla soglia di casa il gendarme che l’ha interrogato il quale si sta aggiustando il cinturone e la sciabola, completando il quadro con espliciti riferimenti alle bellezze della moglie: “voter famme è tres jolì e me plè.” Giovannin vorrebbe reagire con coraggio e determinazione, ma non sortisce altro effetto se non quello di buscarle di santa ragione.

Carlo Porta ha sempre manifestato la sua forte antipatia con la sua corrosiva e irridente poesia, verso i potenti, i nobili e gli sfruttatoriin generale; qui con ironia e con un tratto poetico potente denuncia quello che è il destino amaro degli umili e degli onesti: soccombere sempre.

Cristina Saracano ci presenta un gruppo nato per una buona causa

Questo gruppo vuole essere una forma di solidarietà e reciproco aiuto in questa dura emergenza epidemiologica. Un artista potrà inserire alcune sue opere e metterle in vendita devolvendo il ricavato alla Fondazione Solidal di Alessandria. , chi fosse interessato può acquistare una o più opere con bonifico bancario intestato a Fondazione Solidal, IBAN IT52 S 05034 10408 000000005537, indicando nella causale il titolo dell’opera e cortesemente inviandomi la ricevuta tramite e-mail crisaracano@gmail.com, successivamente verrà contattato per ritirare il quadro acquistato.
Chiunque fosse interessato a vendere alcune sue opere, mi contatti pure, uniti a distanza ce la faremo!.

La Mostra di Paolo Masi terzo appuntamento della Biennale d’Arte di Alessandria

PAOLO MASI. Pittura, vibrazione e segno. 60 anni di ordinata casualità
A cura di Matteo Galbiati
Allestimento inedito e mostra virtuale
FerrarinArte, Legnago (VR) 
16 maggio – 14 giugno 2020


FerrarinArte di Legnago (VR)
 promuove, dal 16 maggio al 14 giugno 2020, la mostra virtuale di Paolo Masi, “Pittura, vibrazione e segno. 60 anni di ordinata casualità”, a cura di Matteo Galbiati, per consentire ad appassionati e collezionisti che non abbiano avuto la possibilità di vistare l’esposizione reale, allestita poco prima del lockdown presso il Palazzo del Monferrato di Alessandria, di approfondire ugualmente la ricerca dell’artista attraverso un percorso inedito, fruibile liberamente da computer, tablet e smartphone.

L’esposizione comprende una selezione di capolavori realizzati da Paolo Masi(Firenze, 1933), maestro indiscusso nel panorama storico-artistico italiano, negli ultimi sessant’anni della sua intensa, variegata e prolifica attività di studio e sperimentazione.

Sarà possibile fare esperienza della mostra virtuale direttamente dalla propria abitazione, accedendo al sito www.ferrarinarte.it/vgallery/Paolo_Masi/index.html. Il visitatore sarà accolto da un tour virtuale per garantire una visione d’insieme delle due sale che compongono il progetto. In qualunque momento, sarà possibile interrompere la navigazione automatica, soffermandosi su un’opera in particolare o seguendo un itinerario personalizzato. Nella prima sala, oltre alle opere, sono inoltre presenti alcuni pannelli esplicativi, il catalogo sfogliabileed un video in cui il curatore Matteo Galbiati ripercorre insieme all’artista la mostra allestita al Palazzo del Monferrato di Alessandria.

«L’esperienza di Paolo Masi – scrive il curatore – costituisce un’importante testimonianza che lo colloca nel pieno del dibattito artistico che ha connotato il panorama italiano, e non solo, a partire dalla fine degli anni Cinquanta e che ha messo in forte discussione, se non vera e propria crisi fondante, la pittura. Masi ricorre, senza mai tradirlo, al mezzo pittorico come strumento ancora efficace nel pronunciamento originario e perdurante nella sua attualità rinnovata e rinnovabile, essenziale nel definire un complesso meccanismo di relazioni con chi osserva. Masi, in definitiva, salva la pittura modificandola continuamente; lasciandosi stupire accetta il senso di una libertà d’azione che diviene salvifica. Egli ricerca e sperimenta, con convinta determinazione, la possibilità agente del fatto pittorico, il suo essere testimonianza concreta e attiva, presente e valida, non solo nella contemporaneità artistica, ma anche nella sua estensione di valore sociale. Nell’opera dell’artista fiorentino comprendiamo che la radice e l’essenza del suo rinnovamento e della sua messa in discussione costante è il cercare la verità del reale, nel coglierne le indicazioni come metafore di una possibile trasfigurazione dell’immagine del dipinto semplicemente respirando appieno il vivere del mondo».

L’esposizione virtuale integra ed arricchisce la mostra reale, presentata nel 2020 al Palazzo del Monferrato di Alessandria. Un progetto organizzato dall’Associazione Libera Mente Laboratorio di Idee, presieduta da Fabrizio Priano, nell’ambito della Biennale d’Arte di Alessandria OMNIA III Edizione 2020, in collaborazione con la Camera di Commercio di Alessandria e con FerrarinArte e Kromya Art Gallery, con il patrocinio di Regione Piemonte, Provincia di Alessandria, Comune di Alessandria.

Per informazioni: T. +39 0442 20741info@ferrarinarte.itwww.ferrarinarte.it.

Paolo Masi nasce a Firenze nel 1933, dove vive e lavora. Dopo aver elaborato negli anni Cinquanta e Sessanta un’attività articolata, complessa e diversificata, si avvicina alle contestuali esperienze analitico-riduttive, scomponendo e riorganizzando sul pavimento e contro le pareti aste di alluminio, specchi, fili o piccole stecche di plexiglas colorato, che estendono anche alla terza dimensione la ritmicità dello “spazio-colore”. La fase successiva coincide con il ritorno alla bidimensionalità attraverso il progetto “Rilevamenti esterni – conferme interne” (1974-76), elaborazione che egli sviluppa all’esterno e all’interno del suo studio con le “Tessiture” (tela grezza cucita) e i “Cartoni” da imballaggio, dove utilizza per la prima volta adesivi trasparenti e coprenti, facendo emergere la struttura interna del materiale. Partecipa alla Biennale di Venezia (1978); alla XI Quadriennale romana (1986); alle mostre “Kunstlerbücher” di Francoforte e “Erweiterte Fotographie Wiener Secession” di Vienna (1980); alla mostra parigina sul libro d’artista (Centre Georges Pompidou, 1985), ad “Arte in Toscana 1945-2000” (Palazzo Strozzi, Firenze, Palazzo Fabroni, Pistoia, 2002) e alla mostra “Pittura Analitica. I percorsi italiani 1970-1980” (Museo della Permanente, Milano, 2007). Le opere successive sono i “Contenitori di forma colore”, le “Serialità” e nuovamente i “Cartoni” (superfici di vario tipo: legno, tela, carta), sulle quali l’artista interviene con una complessa operazione pittorica. La serie di plexiglas “Trasparenze”, iniziata nel 2000, dipinta con la tecnica della vernice spray, permette all’artista di operare una nuova definizione dello spazio attraverso “sollecitazioni cinetico-cromatiche” di luci e ombre. Nel 2016 partecipa alla mostra “Interrogare lo spazio” (FerrarinArte, Legnago VR) e nel 2017 alla mostra “Pittura analitica. Origini e continuità” (Villa Contarini, Piazzola sul Brenta PD e Rocca di Umbertide PG). *** Il Press Kit contiene il comunicato stampa in formato doc e pdf, alcuni screenshot della mostra virtuale, una selezione di opere con le relative didascalie ed un ritratto di Paolo Masi, Matteo Galbiati e Giorgio Ferrarin con i relativi crediti fotografici.Grazie per l’attenzione e buon lavoro,Chiara SerriM. +39 348 7025100chiara.serri@csart.it CSArt – Comunicazione per l’ArteVia Emilia Santo Stefano, 5442121 Reggio EmiliaT. +39 0522 1715142info@csart.it
www.csart.it
PRESS KIT:
Comunicato stampa mostra virtuale Paolo Masi – doc
Comunicato stampa mostra virtuale Paolo Masi – pdf
Paolo Masi, sala 1
Paolo Masi, sala 1 bis
Paolo Masi, sala 2
Paolo Masi, sala 2 bis
Paolo Masi, Giorgio Ferrarin, Matteo Galbiati – Palazzo del Monferrato, Alessandria, ph. Vittorio Destro
Paolo Masi, Composizione, 2005, tecnica mista su tavola, 20 elementi, cm 24×16 cad
Paolo Masi, Senza titolo, 2000, tecnica mista su plexiglas, 3 elementi, cm 200×20
Paolo Masi, Il segno del bianco, 2018, tecnica mista su cartone, cm 110×165

Pierluigi Piano. De honesta voluptate et valitudine. Un trattato sui piaceri della tavola e la buona salute.


Nuova edizione commentata con testo latino a fronte a cura di Enrico Carnevale Schianca, Leo S. Olschki Editore, Firenze 2015.
Il testo di Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, che oggi presentiamo è il testo chiave del Rinascimento gastronomico italiano.
Bartolomeo Sacchi, umanista italiano, nato a Piadena nel 1420 o 1421, detto il Platina dal nome latinizzato del luogo di nascita. Secondo la moda dei tempi di latinizzare tutto, Pladena era diventata Platina. «Le condizioni di povertà della famiglia», come scrive Enrico Carnevale nelle note bibliografiche sull’autore, «probabilmente concorsero nella scelta di Bartolomeo di intraprendere il mestiere di soldato, e dal 1440 al 1444 militò come fante leggero sotto le bandiere di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino».
La parentesi militare sembra essersi chiusa nel 1444, dopo di che, per un intero lustro, non si sa nulla dell’intraprendente cremonese, finché non si ritrova, sul finire del 1449, a Mantova, ospite della “Casa Giocosa”, il «primo esempio di ginnasio moderno in Italia».
Con minuzia e accurata ricerca storica e bibliografica Enrico Carnevale traccia nell’Introduzione le vicende umane di Bartolomeo Sacci ‘il Platina’.
Chiamato dal marchese di Mantova, Ludovico, quale processore dei suoi figli «Maistro Bartolomeo da Piadina, el qual più anni passati havemo tenuto qui in casa nostra per insegnare lettere a’ nostri figlioli», ebbe tra i suoi allievi anche il giovane Francesco Gonzaga, nominato cardinale da papa Pio II Piccolomini il 18 dicembre 1461 e che ritroveremo celebrato dal Mantegna nella maggiore pittura civile dell’Italia rinascimentale, la Camera degli Sposi in Castello.
Nel 1457 passò a Firenze dove divenne familiare dei de’ Medici. Da qui nel 1461 o 1462 si trasferì a Roma, non abbiamo notizie certe se seguisse il cardinal Gonzaga di passaggio a Firenze per recarsi a Roma. L’Archivio Gonzaga, in questo caso, non ci aiuta, in nessuna delle lettere spedite dal cardinale o dai suoi familiari durante il suo passaggio per Firenze, in occasione della sua prima andata a Roma, si menziona il Platina e neppure si trova notizia del suo trasferimento a Roma nella sua Vita di Pio II.
A Roma ottenne l’ufficio di abbreviatore presso la curia pontificia e dedicò al pontefice umanista il suo trattato De laudibus bonarum artium.
Temperamento ribelle e anticonformista, entrò in contrasto con papa Paolo II, che lo imprigionò due volte.
Giacomo d’Arezzo, auditore del cardinale Gonzaga scriveva: «A tutti incresce questo caso perché è valente homo in Littere: massime al Reverendissimo monsignore nostro perché è stato antiquo servitore de la casa». Sempre Giacomo ricordava che il cardinale, parlando al pontefice , «lo excusava facendo fede che era matto, et questo eccesso chiaramente el demonstrava».
Il Platina uscì di prigione nel gennaio 1465 grazie ai buoni uffici del Cardinale Francesco Gonzaga. «Trovando lo Reverendissimo monsignore nostro», scriveva l’Arrivabene a Barbara di Brandeburgo il 21 gennaio 1465«a questi dì passati, la Santità de nostro signore ioconda et ben disposta, domandò di granita la liberazione de Bartolomeo da Piatina et ottenne. In quella hora fu tratto de castello et sta in casa, che non fu piccola gratia».
Sotto il pontificato di Sisto IV divenne Bibliotecario della Biblioteca vaticana. In quel periodo si dedicò alla stesura del Liber de vita Christi et omnium pontificum iniziata nel 1472 su commissione del pontefice stesso.
Ho introdotto questo mio intervento affermando che il testo chiave del rinascimento gastronomico è l’opera del Platina che oggi presentiamo, ma la rinascenza della cucina europea, come sappiamo, era iniziata ad Avignone.
Avignone era la nuova residenza della corte pontificia, centro vitale dei commerci europei, legame tra l’Europa e i mussulmani di Cordova e di Granada, dai quali accolse buon suggerimento, specie nel campo della medicina e dell’alimentazione, in quel tempo così strettamente congiunte.

Come ad esempio quelli del «Regimen satinatis» di Armand de Villeneuve, uno spagnolo, istruitosi poi a Napoli, dotto in alchimia e astrologia, che esercitò la professione di medico in Avignone come cerusico di papa Clemente V.
Le sue massime ricordano molto quelle della Scuola Salernitana.
Entrò anche in qualche dettaglio culinario: i ceci, i piselli, le fave, le lenticchie fresche consiglia di bollirli in brodo di carne, con latte di mandorle, zucchero fino e zafferano; se sono secchi consiglia invece di servirli bolliti e passati all’olio d’oliva con soffritto di cipolla. Da consumarsi come piatto di mezzo. Oppure come primo piatto, qualora si abbia l’avvertenza di ridurli in purè, che altrimenti chiuderebbero il ventricolo. Consiglia anche due tipi di salsa aspretta, una per l’estate, a base di succo d’uva acerba, di pampini di vite, di limoni, di melograni, con zucchero, acqua di rose e aceto; ed una per l’inverno a base di vino, aceto, sugo di carne con mostarda, ruchetta, prezzemolo, zenzero, aglio, salvia, menta pepe, cannella e garofano.
Proclama la maggior digeribilità dei bolliti sui fritti e sugli arrosti. Consiglia le carni di montone, vitello e capretto e una marinatura estiva a base d’aceto, zenzero e prezzemolo, senza aglio. Il quale aglio viene, invece, aggiunto nella stagione invernale, all’aceto si sostituirà un buon vino, aumentando il quantitativo di spezie.
«Se ti sei addormentato tra i fumi di una sbornia, al mattino torna a bere un bicchierozzo, ti sentirai meglio».
Quasi nello stesso periodo e nella stessa zona appare un altro libro di medicina e dietetica, redatto da un certo «maistre Aldebrandin de Florence, medicin du Roy de France», destinato alla salute del corpo e per salvaguardare tutte le parti di esso. Vi si parla in molti capitoli di cibi e di bevande. Nel capitolo delle bevande mette il lettore in guardia circa l’uso dell’acqua: «Non è bene bere a digiuno, o quando si sia stanchi. L’acqua tiepida stimola il vomito e smorza l’appetito. Troppo calda fa male allo stomaco».
Consiglia il vino durante ogni pasto, ma a piccoli e frequenti quantitativi. Avverte tuttavia Aldobrandino: «Si guardi dal bere chi ha poco cervello…».
Sul soglio di Avignone, a Clemente V successe Giovanni XXII, che ebbe una corte «meravigliosamente bella, nobile e magnificentissima, resa illustre da un gran numero di cardinali, delle più prestigiose e distinte casate».
Il mecenatismo dei cardinali rivaleggia con quello dei pontefici: si erigono e si arredano palazzi e ville stupendi e li si aprono all’ospitalità in sontuosi banchetti.
Durante la guerra dei cent’anni, alla corte della regina Jeanne d’Evreux, prima, e, poi, di Filippo VI di Valois e di Carlo V il Saggio troviamo un personaggio particolare Guillaume Tirel, chiamato «Taillevent», tagliavento, per via, pare, di un gran naso, dotato di un finissimo olfatto nel cogliere odori e quindi i corrispondenti sapori. «Queu» e poi sergente d’armi, Taillevent scrisse il primo libro di cucina apparso in Francia. Il volume del cuoco reale ebbe un titolo significativo «Viandier» che non stava ad indicare l’arte di ammainare le carni (viande), ma quella più complessa di dilettare la vita con il cibo. «Viandier» deriva infatti da «vie» (vita).
Il manoscritto più antico del «Viandier» risulta essere quello esistente presso la Biblioteca Vaticana.
Inizia con un capitolo sulle salse, che divide in salse non bollite e in salse bollite, ingredienti, oltre le droghe d’obbligo, della mollica di pane, del vino, del «verjus» (traducibile in «succo verde” ottenuto dallo spremimento dell’uva acerba, impiegato anticamente in luogo del succo di limone), moltissime erbe aromatiche.
Tra i vari consigli pratici primeggia, per meticolosa spiegazione, quello di «dissalare» i cibi troppo saporiti.
Tra i «potages» vediamo zuppe di fave, di piselli, ma tutto con accompagnamento di carni, o di porco, o di pollo, con mandorle, con vino e cannella, con cipolle e droghe, sempre droghe, tutte le droghe insieme. «Potage» non stava quindi solo per «zuppa», ma comunque per qualcosa che fosse accompagnato da una abbondante salsa o da brodi sostanziosissimi.
Il capitolo su «les rostz», che propone arrosti specialmente di maiale con qualche considerazione anche per quelli di montone, di agnello, di capriolo e di vitello, fornisce qualche ricetta particolarmente invitante, come quella del «porchettino farcito», che possiamo ritenere come ancora gradita al nostro gusto, come lo sono l’oca arrosto e lo spiedo di uccellini alternati a fettine di lardo e a pezzetti di salsiccia.

Nel capitolo riservato ai pesci assistiamo alla nascita di un autentico «fumetto», vedendo dei gamberetti lodevolmente bolliti in acqua e vino. Anguille, lucci, storioni, merluzzi e salmoni vengono ammaniti in modi ormai tradizionali, arrostiti, bolliti, fritti o in brodetto, con salse più o meno verdi, più o meno drogate, e in gelatina. Sconcertanti certe torte di quaresima con pesci sminuzzati conditi con zafferano e zucchero.
Grande rispetto merita un breve capitolo sulla cucina per i malati, a base di brodini e creme nutrientissimi, ottenuti con la riduzione a puré mediante setaccio di carni di cappone, mandorle, latte, orzo, tuorli d’uova e vino bianco aromatizzato a volte con chicchi di melograno e addolcito con lo zucchero.
Assenti quasi del tutto le droghe, dal che si deduce che, pur amandole, le ritenevano indigeste.
Ed ecco di quali spezie doveva essere rifornita una dispensa rispettabile; zenzero, cannella, garofano, pepe rotondo, fior di cannella, ringal (non identificabile), grani di paradiso, pepe lungo, zafferano, noce moscata, alloro, mastica, lores (non identificabile), commino, zucchero, mandorle, cipolle, aglio, erba cipollina e scalogno.
La religione, saggia, non disdegnò mai la buona cucina e in essa trovò occasioni di onesta voluttà nell’assaporare i cibi, e di umiltà nel prepararli.
San Tommaso d’Aquino, un po’ per disposizione, ma un po’ anche per golosità, aveva raggiunto una mole considerevole ed era chiamato «il bue divino» non solo per ragioni intellettuali e morali. Il suo ventre aveva una dimensione tale che richiedeva un’apposita rientranza nel tavolo al suo posto del refettorio. Si racconta che un giorno San Tommaso fu invitato a colazione da re Luigi il Santo, ed era, il filosofo cristiano, talmente assorto nei suoi pensieri angelici, che, senza dir parola, distrattamente, divorò dinanzi agli occhi dei commensali stupefatti un gran pesce che doveva servire per l’intera tavolata. Arrivato alla lisca, si accorse dei presenti e con espressione pudibonda, quasi a chiedere perdono e a ratificare la situazione, esclamò: «Consummatum est!». Nel 1439 il ricco e mondano cardinal Ludovico Trevisan divenne patriarca di Aquileia e l’anno successivo ciambellano papale. Soprannominato «Cardinal Lucullo», per la sua prodigalità nell’allestire banchetti, il prelato aveva un cuoco personale di nome Maestro Martino da Como, che compose per lui un manoscritto: «Liber de arte coquinaria».
Questo ricettario, specchio della gastronomia italiana del tempo, sarebbe rimasto misconosciuto se nel 1474, il Platina non lo avesse utilizzato, come ben ricorda Carnevale, per la sua opera De onesta voluptate et valetudine, traducendolo nel suo latino umanistico.
L’opera del Platina è divisa in dieci libri: i primi descrivono la natura degli alimenti, gli altri possono, riduttivamente, essere considerati un ricettario.
Vediamo come Bartolomeo Sacchi strutturi la sua opera:
Libro primo: Il luogo da scegliere per viverci – L’attività fisica – la cena – il gioco e lo svago – il sonno – come si deve riposare – il coito – che cosa bisogna fare appena alzati – l’attività fisica dopo il sonno – quali regole vanno osservate per vivere piacevolmente – il cuocio – l’apparecchio della tavola – il sale – il pane- le focacce – quali cibi vanno mangiati prima degli altri – le ciliegie – le prugne – le more – i poponi – i cetrioli – le albicocche – i fichi.
Libro secondo: le mele – le pere – l’uva – le cotogne – il cedro – i datterei – la nespola – le sorbe – le corniole – la pesca – l’olio – il miele- lo zucchero – il latte – il formaggio – la ricotta – l’uovo – il burro – le carni salate – lo strutto – l’omento – la pancetta – l’aceto – l’agresta.
Libro terzo: le noci – le mandorle – la nocciola – i pinoli – le castagne – le carrube – i pistacchiu – il pepe – il garofano – il cinnamomo – lo zenzero – la noce moscata – lo zafferano – le piante acri e per primo l’aglio – le cipolle – i bulbi – il porro – il finocchio – il cumino – l’anice – il papavero – il coriandolo – la menta – il sedano – il serpillo – il puleggia – i cardi – la salvia – il basilico – la ruta – la rucola – il crescione degli orari – la santoreggia – la nepitella – l’aneto – il timo – l’origano – il cerfoglio – la maggiorana – l’emula – il sisimbrio – il marchio – l’abrotano – l’issopo – il prezzemolo – l’assenzio. Libro quarto: le lattughe in insalata – come condire l’indivia – come condire la buglossa – l’insalata di messicana – come condire la portulaca – come condire il rosmarino – come condire la malva – come condire la cicoria – come condire la sassifraga – come condire la pimpinella – come condire l’acetosa -gli asparagi in insalata – come condire i luppoli – come condire i capponerei – la carota e la pastinaca – come condire le cipolle – come condire il porro – piatto di teste e rigaglie di capponi e galline – piatto di lingue o di salsicce -. le diversità delle carni e quali si debbano cucinare secondo

le stagioni – il bue – il bue, l’agnello e il castrato – la capra e il capretto – il cervo – gli orsi – i daini – le lepri e i conigli – l’istrice e il riccio.
Libro quinto: volatili commestibili, e per primo il pavone – l’oca e l’anatra – la gru – le cicogne – i cigni – la rondine – i merli e i tordi – gli storni – la tortora – le galline – i piccioni – i beccafichi e il passero – la quaglia – le pernici – quale differenza vi sia fra le parti degli animali.
Libro sesto: come si cucinano i volatili domestici e i selvatici – il lesso – l’arrosto – peverata di selvaggina – brodo lardiero – civiere di selvaggina – pastello di selvaggina – pastello di carni domestiche – crostata di carni domestiche – soffritto di qualsivoglia carne – pastello in pentola – miraus catalano – come un pavone cucinato possa sembrare vivo – maialino arrosto – pollo con l’agresto – pollo arrosto – polpetta di vitello – polpetta “romana” – farcia di carne – farcia di fegato – salsicce – luganighe – gelatina in piattello – capretto all’0aglio – pietanza alla brace – fegatelli – carne salata a modo di braciola – come preparare il tordo – testina di vitello – cervello di vitello – come preparare i beccafichi – piatto catalano – strutto – stomaco di vitello – prosciutto – sommata e lingua – pastello di pollame – piccione disossato – di un solo piccione se ne fanno due – biancomangiare – biancomangiare catalano – brodetto giallo – brodo consumato – brodetto bianco – brodetto verde – vivanda volgarmente chiamata “zanzarelle” – vivanda verde – vivanda in pallottole – vivanda bianca. Libro settimo:l’orzo – il farro – l’amido – la semola – l’amica – il riso – il panico – il miglio – la fava – il cece – la cicerchia – il pisello – il fagiolo – la lenticchia – la veccia e l’ervo – il lupino – la canapa – il sambuco – la zucca -l’atriplice – la rapa – i navoni – l’amaranto e la bietola – il cavolo – farro in brodo – riso in qualsiasi brodo – piatto di miglio – minestra di partito – brodetto che chiamano verzuso – polenta di fave con fave rotte – fave in padella – minestra di piselli – minestra di carne – minestra di trippe – minestra di trippe di trota – l’ora di trota conciate in modo che sembrino piselli – minestra di lattuga – minestra di mele rosa – la semola – piatto di rape – piatto di finocchi – pasta romanesca -. pasta fomentino – minestra di radici di prezzemolo – zucca fritta – minestra di cotogne – fave farcite – minestra di canapa – pasta con carne – pasta siciliana – vermicelli – minuto di erbe – riso con le mandorle – pietanza di mandorle – minestra di pelle di capponi – brodo di ceci rossi – brodo di pane – brodo di zucche – latte con le zucche – carabaza catalana – brodo di fave fresche – verzuso in tempo di quaresima – biancomangiare in tempo di quaresima – piselli in tempo di quaresima – minuto – minuto – la canapa – cavolo all romanesca – minestra gialla – fiore di sambuco – zanzarelle bianche – biancomangiare catalano.
Libro ottavo: i condimenti volgarmente detti ‘sapori’ – condimento bianco – condimento camellino – pesto che si chiama ‘salsa di pavo’ – sughero di prugne secche – pesto verde – pesto periscono – pesto ginestrino – pesto di uva – pesto di more – pesto di ciliegie o di amarene – la senape – moistarda – mostarda rossa – mostarda a bocconi – pesto celeste d’estate – peverata gialla per pesci – agliata con n coi o con mandorle – tagliata colorata – agresto verde – pesto di pampini che si chiama ‘salsa’ – agresto con finocchi – sapore rosolino – pesto di corniole – la pietanza in forma di torta – torta bianca – torta bolognese – errata di maggio – torta di zucca – rape, pere e cotogne in torta – polenta ossia volgarmente migliaccio – torta di sambuco – torta di caprèoli – torta di riso – torta di farro – torta di carne – torta di castagne – torta comune – torta di miglio – torta di amarene – torta quaresimale di gamberi – torta di anguille – torta di datteri – torta bianca – torta di ceci rossi -. torta mista – torta in brodo – torta che chiamano ‘marzapane’ – pasticci che chiamano ‘caliscioni’ – ofella – torta d’anguilla – pescare in pastello – cotogne in pastello – pasta di mandorle quaresimale – ricotta contraffatta – burro contraffatto – zuppa di canapa – diriola – diriola di magro – formaggio fritto – rapa armata – zuppa dorata.
Libro nono: i bocconcini che si possono chiamare anche frittelle – frittelle di sambuco – frittelle con bianchi d’uova fior di farina e formaggio fresco – frittelle in latte cagliato – frittelle di riso – frittelle di salvia – frittelle di mele – frittelle di lauro – frittelle con le mandorle – frittelle di sambuco quaresimali – frittelle amare – frittelle di riso – frittelle di mele – frittelle di fichi – frittelle di pesce – frittelle a forma di pesce – frittelle ventose – pastinache fritte – uova in ogni i maniera, a cominciare da quelle strapazzate e dibattute – uova affrittellate – uova lessate – uova farcite – uova alla graticola – uova allo spiedo – uova fritte alla maniera fiorentina – uova farcite – uova in forma di pastello – boleti e funghi . i tartufi – le chiocciole – la testuggine – le rane.
Libro decimo: come cucinare i pesci – il tonno – la triglia – le anguille – la murena – il riccio – la seppia – il calamaro – il polipo – le conchiglie – le aragoste – i granchi – le conchiglie – la porpora e il murice – le ostriche – l’orata – lo storione – lo scaro – il pesce lupo – il siluro – il rombo – lo storione –

la preparazione che chiamano caviale – l’ombrina – il dentice – il valore – il corvo – la sogliola – la palamita – il fratellino – la triglia – la salpa – la scorpena – il cefalo – la passera – i gamberetti di mare – le cappe – il merluzzo – il luccio di fiume – le trote – la tinca – il pesce persico – la lampreda – i barbi – il temolo – il grongo – il leone di mare – le scardole- le carpe – i salmoni – le lasche – i latterini – i rivoglio – l’aguglia – il tordo di mare – gli agoni – le sardelle – il polipo – i granchi – i carpioni – i calamari – pesci in gelatina – bottarghe – che cosa si deve mangiare come dessert – il vino – come controllare i moti d’animo.
Scrive Carnevale Schianca: «Il singolare saggio del Platina – lavoro inusitato, dimagrimento inusitato o quanto meno trattato in forma inusitata – tra rivolto in realtà a una élite che non aveva niente a che vedere né con la cucina né con la medicina; si trattava di un’«opera letteraria destinata nella sua immediata fruizione ad un pubblico dotto», un testo che «intarsiava fonti antiche e contemporanee rivendicando tanto l’uso del latino per un argomento umile come quello della cucina, quanto la liceità di avvalersi di vocaboli nuovi tradotti in latino dal volgare e insieme l’esigenza di porre i nomi di ingredienti, vivande, farmaci sempre in rapporto con quelli antichi». Ma, considerato il livello culturale dei destinatari, De honesta voluptate costituiva pur sempre un libro di lettura leggero, e non parrebbe esagerato classificarlo come una epitome di Plinio, utile agli spigolatori di curiosità e nozioni da incamerare alla svelta, per poi poterne fare sfoggio nelle conversazioni».
Quali novelli spigolatori di curiosità, eccovene alcune.
L’uso della noce moscata in profumeria (p. 179): Quella noce che i profumieri chiamano ‘moscata’ è calda e secca. Giova al nostro corpo per le sue proprietà e per il suo aroma, acuisce la vista indebolita, seda i conati di vomito, stimola l’appetito riscaldando lo stomaco e il fegato. Tutte queste sostanze che hanno virtù aromatiche, sia integre che macinate, di per sé sole o ad altre mescolate, si prestano egregiamente agli impieghi alimentari».
Le piante acri e per primo l’alio (181): Con l’aglio si preparano molti cibi, ma specialmente la salsa
verde e l’agliata, che in città si consumano raramente, ma in campagna molto spesso.
L’anice è afrodisiaco (189).
La menta (191), che entra in molte ricette, ad es. Brodo di fave fresche (321); mentre suggerisce le superstizioni nate attorno al basilico, considerato nocivo e fonte di molte negatività, per poi concludere: Tutte queste cose sono però sconfessate dall’esperienza»(p. 195)
Le lattughe (211)
L’insalata di mesticanza (213)
Come condire la portulaca (213)
Insalata di fiori di rosmarino (213 – 215)
Gli asparagi li presenta in insalata (219)
Tra le carni mi ha incuriosito l’orso (233), già citato da Enea Silvio Piccolomini nel suo De curialium miseriis [ Quando ti sarai ormai saziato di pane e schiena di orso, allora ti vedrai presentare dei cibi migliori], annota il Platina: «la sua carne è difficile da digerire, nuoce alla milza e al fegato, genera molte superfluità e provoca nei commensali inappetenza e nausea».
Nell’introduzione al libro quinto nel capitolo Volatili commestibili emerge tutta la cultura umanistica del nostro autore: «…Cipolla ed aglio mangi assieme a me Pomponio, e ci siano anche Sereno e Settimuleio Campano; né Cosmico passi la notte fuori dalla sala da pranzo, e lo seguano Partenio ed il podagroso Scauro. Non respingo neanche Fabio Narniense, Antpnio Ruffo, Glafio e Tacito, che per loro propria scelta hanno abbracciato la povertà. E perché Cincinnato non si offenda, che Demetrio inviti anche lui a questa cena vegetariana, se così piace al destino, che – come sentenzia il Tragico – ha in odio i valorosi e giusti, e dispensa invece i suoi favori ai malvagi ed agli inetti» (237 -9).
Le galline sono oggetto di un lungo paragrafo (245 – 247)
Interessante nel capitolo su I beccafichi e il passero (249) il riferimento al cardinal Francesco Gonzaga: «Per nessuna ragione mangerei cardellini; essi infatti dispensano piaceri più con la voce che sulla tavola; obbediscono poi agli ordini, ed usano zampe e becco come fossero mani, come

quello che, nella camera del cardinale di santa Romana Ciesa Francesco Gonzaga, possiamo ammirare, con diletto pari a stupore, mentre tira verso di sé con una funicella due vaschette in equilibrio, contenenti il becchime e l’acqua. In sua vece, si consiglia di mangiare l’allodola, che per le polpe e per la succosità è tutt’altro che spregevole».
Alcuni riferimenti alla carne del fagiano (251) da imbandirsi sulle tavole regali e signorili…
Nel primo passo del libro sesto in cui tratta di come cuocere le carni (259) ci lascia, parlando di come cuocere la carne suina, un’annotazione “gustosa”: c’è chi cuoce le cipolle nel grasso sfrigolante della leccarda, e poi se le mangia».
Seguono alcuni consigli sul lesso (259), sull’arrosto (261), sulla peverata (263).
Curioso per noi il «brodo lardiero» (261 – 263), in questa ricetta compare un particolare interessante la “carne sminuzzata” ricordo del portare il cibo alla bocca con le mani? (263).
Così ancora: il pastello di selvaggina (263), il soffritto di qualsivoglia carne (265).
Quello che colpisce e accende la fantasia di molti, ancora oggi, “Come un pavone cucinato possa sembrare vivo” (/267).
E poi tra le ricette che mi sono annotato: “da provare: Pollo con l’agresto (269) e Polpetta di vitello (269).
Il Pastello di pollame (279), che mi ricorda un po’ la finanziera, che faceva mia nonna, al posto delle ciliegie agre, metteva la giardiniera [verdura cotta nell’aceto].
Nella ricetta del Biancomangiare (281) la citazione della sua fonte primaria: Quale cuoco – dèi immortali – potrai mai paragonare al mio Martino da Como, dal quale ho appreso in gran parte ciò di cui sto scrivendo? Lo diresti un secondo Carneade, se tu lo sentissi improvvisare sui due piedi dissertazioni su argomenti postigli al momento. (281).
Seguono altre curiosità: Brodo consumato (281 – 283) e poi le «Zanzarelle» (283).
Nel libro settimo, dopo aver passato in rassegna vari cereali e legumi si sofferma sulle lenticchie e ne dice tutti il negativo (295-7).
E siccome la fame era una brutta compagna, troviamo anche l’uso dei semi di canapa brillati (297 – 299).
Alle credenze popolari e alle superstizioni, che tanto Carlo Borromeo, un secolo dopo combatterà, troviamo a proposito delle rape richiamando quanto scrive il Columella: Dobbiamo stare attenti, nel raccogliere le rape, che non vi siano attaccati certi bruchi nocivi chiamati urucae, che i Greci chiamano kompàs. Columella dice che possono essere uccisi da una donna mestruato che, a piedi nudi e coi capelli sciolti, giri tre volte intorno a ciascun appezzamento dell’orto».
E parlandoci del cavolo (303) ricorda : «Tramanda lo stresso Catone che il popolo Romano, per quasi seicento anni, si è avvalso delle virtù terapeutiche del cavolo; infatti non erano ancora arrivati in città i medici, che avrebbero più tardi ridotto le capacità di guarire ad un’arte astrusa; allora si è fatta la scoperta degli intrugli medicinali, ai prezzi che i medici stessi stabilivano. Quegli antichi contadini e soldati, al contrario, medicavano le proprie onorevoli ferite con erbe che non costavano nulla, e coltivavano così gli orti per nutrirsi e insieme per curarsi».
Altre ricette fattibili: Farro in brodo (305 – 307), Minestra di Pantrito (307), la minestra di trippe (309), un po’ più scettico sulla Minestra di trippe di trota (309), fattibile la Minestra di lattuga (311), il Piatto di rape (311), la Zucca fritta (313). Curiosa la Minestra di canapa (313- 15). Simile ai nostri ravioli la Pasta con carne (315). Al risparmio e perché nulla in cucina va buttato o sprecato in cucina la Minestra di pelle di capponi (317). Buono deve essere il cavolo alla Romanesca (323). Tra i sapori o salse, ricordate nel libro ottavo, citeremo il Condimento camellino (329), il Pesto che si chiama ‘Salsa di pavo’, poi i vari Pesti (331), senza basilico, come siamo abituati oggi…
E giungiamo ad una salsa ancora oggi servita nella zona di Tortona e nel Monferrato: Agliata con noci o con mandorle (335).
Cosa che non mi sarei mai aspettata: Pesto di pampini che si chiama Salsa (337) sostituivo dell’agresto e del nostro linone.
Mentre il Pesto di Corniole (337) richiama la Salsa di corniole ancora oggi inserita tra le ricette della cucina della Provincia di Varese.
Platina ci dà poi la definizione di cosa si intenda per torta: Pietanza in forma di torta (339)

Polenta ossia volgarmente migliaccio (341), che richiama la polenta bigia del Manzoni e che l’Autore, autorevolmente, spiega nel suo glossario posto in appendice cosa si debba intendere per polenta (469- 470).
Tra le torte potremmo ricordare quella di sambuco (343), la torta di castagne (345), quella di amarene (347), il Marzapane (351), l’Offella (353). Poi la zuppa di canapa (355) e, un po’ il Frico friulano il Formaggio fritto (357) e da provare la Rapa armata (357).
Le frittelle o bocconcini formano l’oggetto del nono libro (359), tra queste quelle di sambuco (361), di salvia (363) e quelle di mele e di fichi (365), le Uova affratellate (367), e le Uova allo spiedo (369) che Platina sostiene: MI sembra una trovata balorda, uno dei tanti divertimenti insulsi dei cuochi.
Tra le curiosità: Boleti e funghi (371 – 373) e i Tartufi (375), le chiocciole, le testuggine (377), le rane (379).
Il libro decimo tratta di Come cucinare i pesci (381) e non posso non rivelare stupore nell’aver letto che «i tonni vivono nei fiumi, come il Nilo, il Reno e il Po» da una errata interpretazione di Plinio, come annota Carnevale: «A vivere nel Nilo, nel Reno e nel Po – secondo Plinio – non sono i tonni, bensì rispettivamente il siluro, l’esce e l’attilo».
Mi ha incuriosito il capitolo sulle ostriche: «Il discorso sui molluschi a conchiglia silicea si chiude infine con le ostriche, che, per la loro reputazione afrodisiaca, sono molto apprezzate dai ricchi e dai dissoluti. Quel Sergio che, per avere catturato e introdotto nei nostri mari l’orata, ne trasse il soprannome, di tutti antesignano, al tempo dell’oratore Lucio Licinio Crasso, prima della guerra marsica, invento i vivai di ostriche, per ragioni non tanto di golosità, quanto di avidità di guadagno. E con tale avvio, le rendite ed i privati introiti derivanti dalle peschiere presero ad aumentare (interessandosi di tale attività anche personaggi in vista, quali Lucio Marcio Filippo e Quinto Ortensio Ortalo, che Cicerone usava chiamare ‘allevatori di pesci’), al punto che – come scrivono gli storici – Catone Uticense, erede di Lucio Licinio Lucullo, vendette per quattrocentomila sesterzi dai suoi vivai. E quello stesso Orata che per primo possedette vasche pensili, fu anche il primo a sistemare vivai di ostriche in quel di Baia, perché i fondali limacciosi che nutrono sogliole e passere sono adatti ad ospitare anche conchiglie, murici ed ostriche. Ancora: Orata fu il primo ad attribuire la palma della bontà alle ostriche del lago Lucrino. Le ostriche, cotte prima sulle braci e poi tolte dal testo, si possono friggere nell’olio e cospargere di spezie ed agresto » (399 – 401)
I tre capitoli finali del decimo libro richiamano un po’ quanto trattato nel primo libro: che cosa si deve mangiare come dessert – il vino – come controllare i moti d’animo.
Chiudiamo con il dessert: «… se per caso ti sono state sevite delle carni, sia arrostite che lessate, a seconda della stagione mangerai mele o pere, soprattutto di quelle acide, che allontano dalla testa le esalazioni di quanto già ingerito… Un poco di formaggio ben stagionato si ritiene utile per sigillare lo stomaco ed impedire che le esalazioni raggiungano la testa e il cervello; inoltre rimuove efficacemente il senso di nausea derivante dall’aver mangiato cibi troppo untuosi o troppo dolci. A beneficio dell’alito e del cervello, alle tavole raffinate si servono semi d’anice e di coriandolo confettati nello zucchero, mentre i popolani mangiano gambi di finocchio, e tutti indistintamente castagne, di natura fredda e secca, sulle quali sono state espresse varie opinioni. … » (423).

Ore. Di Angela Agostinetto

Nella tua assenza
sono queste ore
rose chiuse,

profumi di polvere
e farfalle incolore.

Aspetto ancora
che tu varchi
il nostro giardino
cristallizzato
mentre
il giglio piega il capo,
il giorno s’adombra
ma
ancora aspetto perché
nella tua presenza
sono queste ore
resede in fiore
e se vieni
bevo latte di mandorle
su distese di petali e lino

E se ancora vieni
sono
le nostre lenzuola come
carta al fuoco.

“Isabella d’Este Gonzaga, marchesa di Mantova in Monferrato nel 1517” di Pierluigi Piano

«RARI SONO, IN ITALIA  E ALTROVE, COLORO I QUALI SAPPIANO  CHE COSA  SIA UN ARCHIVIO; RARISSIMI COLORO I QUALI  DISCERNANO A  CHE VERAMENTE SERVA».  FORTUNATAMENTE, DA QUANDO  EUGENIO CASANOVA  SCRIVEVA QUESTA FRASE NEL 1928, L’EDUCAZIONE HA FATTO  ALCUNI SIGNIFICATIVI PASSI IN  AVANTI PER QUANTO  RIGUARDA LA  RICEZIONE E COMPRENSIONE DELL’ARCHIVISTICA  NELLA SOCIETÀ MA ACCADE ANCORA OGGI CHE,  AL VARIARE DEGLI INTERLOCUTORI, I’ARCHIVISTA DEBBA SPESSO SPIEGARE AI NON ADDETTI AI LAVORI IL CONTENUTO  DEL SUO “MESTIERE”‘, ESALTARNE I’IMPORTANZA E MOSTRARNE LA BELLEZZA…» (MALPELO 2017, P. 25)

FATTA QUESTA BREVISSIMA PREMESSA, VORREI PRESENTARE UNA PAGINA DI STORIA DEL MONFERRATO DIMENTICATA O AI PIÙ SCONOSCIUTA: ISABELLA D’ESTE, MARCHESA DI MANTOVA, MOGLIE DI FRANCESCO GONZAGA, MARCHESE DI MANTOVA, LA “SIGNORA DEL RINASCIMENTO”, NELLA PRIMAVERA DEL  1517, SU INVITO DEI MARCHESI DI MONFERRATO, PASSÒ DA CASALE E SOGGIORNÒ ALCUNI GIORNI PRESSO LA CORTE DEI PALEOLOGI DI MONFERRATO, OLTRE CHE NELLA CAPITALE ANCHE A PONTESTURA E A TRINO. ISABELLA, PER «SCIOGLIERE UN VOTO»  SI STAVA RECANDO A VENERARE LE SANTE RELIQUIE DI MARIA MADDALENA CONSERVATE NEL SANTUARIO DELLA SAINT- BAUME NEI PRESSI DI MARSIGLIA IN PELLEGRINAGGIO “PRIVATO” (CARTWRIGHT 1903, STRANO 1952, TAMALIO 2004, PIZZIGALLI 2013).

IL MOTIVO DEL SUO PASSAGGIO E SOGGIORNO IN MONFERRATO TRAEVA ORIGINE DA UN ALTRO IMPORTANTE AVVENIMENTO DI QUEI PRIMI MESI DEL 1517: GLI SPONSALI TRA I PRIMOGENITI DELLE DUE NOBILI CASATE:  FEDERICO II GONZAGA, NATO NEL 1500 (BENZONI 1995), E MARIA PALEOLOGO DI MONFERRATO (NATA NEL 1509). STIPULATI TRA IL GENNAIO E IL MARZO, IL CONTRATTO FU RATIFICATO CON SOLENNITÀ AL PASSAGGIO DEL FUTURO MARCHESE DI MANTOVA, DI RITORNO DAL SUO SOGGIORNO PRESSO LA CORTE DI FRANCIA (TAMAGLIO 1994).

CI TROVIAMO DI FRONTE A DUE PICCOLI STATI, IL MARCHESATO DI MONFERRATO E IL MARCHESATO DI MANTOVA (RAVIOLA 2008),  ENTRAMBI REGIONI STRATEGICHE PER LE MANOVRE MILITARI NEL NORD-ITALIA, LEGATI ALLE MAGGIORI FAMIGLIE EUROPEE. IN PARTICOLARE I PALEOLOGI DI MONFERRATO PER CONSERVARE ED AUMENTARE IL PRESTIGIO POLITICO ESTERNO E PER RINSALDARE IL POTERE ENTRO E FUORI DEI CONFINI DEL LORO STATO SI ERANO LEGATI ALLA AL REGNO DI FRANCIA, CHE IN ITALIA VANTAVA DIRITTI SULLA CONTEA DI ASTI, CONFINANTE CON IL PICCOLO STATO MONFERRINO A NORD E A SUD. GUGLIELMO VIII PALEOLOGO, MARCHESE DI MONFERRATO, NEL 1474 FECE ERIGERE CASALE A DIOCESI E VI LA ELESSE A CAPITALE, IL 19 GENNAIO 1465 SPOSÒ IN PRIME NOZZE MARIA FIGLIA DI GASTONE DE FOIX (BENVENUTO SAN GIORGIO 1639, PP. 394 – 395), IN SECONDE NOZZE LA FIGLIA DI FRANCESCO SFORZA ELISABETTA, MORTA NEL 1473 (BENVENUTO SAN GIORGIO 1639, PP. 403 – 404), IN TERZE NOZZE, IL 6 DI GENNAIO 1474,  GIOVANNA BERNARDA FIGLIA DI JEAN DE BRESSE CHE SI SPEGNERÀ NEL 1485 (BENVENUTO SAN GIORGIO 1639, P. 405). IL FRATELLO BONIFACIO III PALEOLOGO DEL MONFERRATO NEL 1483 AVEVA SPOSATO ELENA DI JEAN DE BRESSE (BENVENUTO SAN GIORGIO 1639, P. 407), IN SECONDE NOZZE MARIA FIGLIA DI GIORGIO DI SCANDERBEG (BENVENUTO SAN GIORGIO 1639, PP. 412 – 413). DA QUESTE NOZZE NACQUE GUGLIELMO IX, CHE NEL 1501, PROSEGUENDO LA POLITICA FILOFRANCESE DELLA DINASTIA, NEL 1501, PER VOLERE DI LUIGI XII, RE DI FRANCIA, E DI ANNE DI BRETAGNA, SPOSÒ ANNE DE VALOIS D’ALENÇON, CUGINA DEL RE DI FRANCIA, E COGNATA DEL DELFINO DI FRANCIA, FRANCESCO D’ANGOULÊME. LA SORELLA DEL FUTURO RE DI FRANCIA, MARGHERITA D’ANGOULÊME PER VOLERE DEL CUGINO LUIGI XII NEL DICEMBRE 1509 SPOSA IL FRATELLO DI ANNE, CHARLES IV DUCA D’ALENÇON. CON L’ASCESA AL TRONO DI FRANCESCO, 1° GENNAIO 1515, CHARLES DUCA D’ALENÇON DIVIENE “SECONDO DI FRANCIA”.

I GONZAGA CON IL MATRIMONIO DI LODOVICO, 1433, E BARBARA, FIGLIA DI GIOVANNI HOHENZOLLER DEL BRANDEBURGO SI ERANO IMPARENTATI CON LA CASA IMPERIALE TEDESCA. IL PADRE DI FRANCESCO II, FEDERICO I, AVEVA SPOSATO MARGHERITA FIGLIA DI ALBERTO II DUCA DI BAVIERA, E LO FRANCESCO II, NEL 1490 AVEVA SPOSATO ISABELLA D’ESTE, FIGLIA DI ERCOLE I D’ESTE.

SCRIVE IL DAVARI: «TALE MATRIMONIO FU DA QUESTI [GUGLIELMO DI MONFERRATO] PROPOSTO AL MARCHESE FRANCESCO FINO DAL GENNAIO 1515, MA PERCHÉ IN QUEI GIORNI LA MARCHESA ISABELLA TROVAVASI A ROMA, NON VOLLE FRANCESCO PRENDERE IMPEGNO, SE NON DOPO IL RITORNO DI LEI A MANTOVA» (DAVARI 1891, P. 10).

NEL GENNAIO DEL 1517 SI RIPRESERO LE TRATTATIVE PER IL MATRIMONIO TRA FEDERICO II GONZAGA E MARIA PAOLOGO DI MONFERRATO. IL PRINCIPE DAL 1515, DOPO LA BATTAGLIA DI MARIGNANO, LA C. D. «BATTAGLIA DEI GIGANTI» ( 13-14 SETTEMBRE 1515), AVEVA SEGUITO FRANCESCO I, IN FRANCIA. A CORTE LO RAGGIUNSE LA NOTIZIA CHE IL PADRE AVEVA INTENZIONE DI SPOSARLO ALLA FIGLIA DI ANNE DE VALOIS D’ALENÇON, MARCHESA DI MONFERRATO. IN QUESTO CONTESTO FILO FRANCESE, VISTA LA POSIZIONE DELLA MARCHESA DI MONFERRATO E LA SUA CONSANGUINEITÀ CON IL RE, SI APRIRONO LE TRATTATIVE DI MATRIMONIO TRA I DUE PRIMOGENITI. LE RACCOMANDAZIONI DI FRANCESCO GONZAGA A LUIGI GONZAGA E FRANCESCO BONATTO, SUOI AMBASCIATORI A CASALE, FURONO «DI NON FARE ATTO SOLENNE DI MATRIMONIO PEL QUALE I FIGLI DOVESSERO VINCOLARSI, RITENENDO CHE TALE VINCOLO SI DOVESSE DA LORO CONTRARRE SOLO QUANDO FOSSERO IN ETÀ PIÙ MATURA, STIMANDO ORA SUFFICIENTE L’OBBLIGO MORALE DEI GENITORI» (DAVARI 1891, P. 12). IL 6 APRILE 1517 SI ADDIVENNE ALLA STESURA DEGLI “SPONSALI”, STABILENDO LA DOTE IN TRENTA MILA DUCATI D’ORO E DIECIMILA IN GIOIELLI, E CHE MARIA SAREBBE ANDATA IN SPOSA A FEDERICO NON APPENA AVESSE COMPIUTI I 15 ANNI DI ETÀ.

LA DOTE PROPORZIONATA ALLA RICCHEZZA E AL PRESTIGIO DELLA CASATA D’ORIGINE DELLA SPOSA, I GONZAGA REGALARONO ALLA SPOSINA (MARIA AVEVA SOLO 9 ANNI), FRANCESCO UN COLLARE D’ORO ADORNO DI GROSSE PIETRE PREZIOSE E LA MARCHESA ISABELLA DUE BRACCIALETTI GEMMATI , IL TUTTO DEL VALORE DI OLTRE 1300 DUCATI.

PRESO CONGEDO DALLA CORTE DI FRANCIA IL 23 MARZO, L’11 APRILE INCONTRA A SUSA LO SUOCERO, GUGLIELMO IX PALEOLOGO. GIUNTO A CASALE FEDERICO, CONTRO QUANTO AVEVA CONSIGLIATO AI SUOI AMBASCIATORI IL MARCHESE DI MANTOVA, SPOSA IL 15 APRILE 1517 MARIA PONENDOLE «NEL DITO DE LA MAN STANCA»L’ANELLO NUZIALE E BACIANDOLA.

ISABELLA D’ESTE MAL TOLLERAVA LA VITA MONOTONA DELLA CORTE MANTOVANA, I PROBLEMI DI SALUTE DEL MARITO, AVEVA CONTRATTO LA SIFILIDE, COSÌ CON «LA SCUSA DI SCIOGLIERE UN VOTO – ISABELLA ERA FAMOSA PER I SUOI VOTI! – PENSÒ DI FARE UN VIAGGIO FINO A MARSIGLIA. VOLEVA VISITARE, DISSE, LA CHIESA DI SANTA MARIA MADDALENA. DIETRO A SÉ LASCIAVA LA CASA UN POCO RASSERENATA. FRANCESCO STAVA MEGLIO E TRASCORREVA LE GIORNATE IN UNA CALMA RELATIVA ASSISTITO DA ELEONORA», LORO PRIMOGENITA E SPOSA DI FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, DUCA DI URBINO, «CHE SI INTRATTENEVA A LUNGO CON LUI, A LUI AVVINTA DA UN TENACE AFFETTO. SEDUTA VICINO AL SUO LETTO ELLA GLI LEGGEVA PAZIENTEMENTE INTERI CAPITOLI DI LIBRI E SOVENTE LO DILETTAVA CON MUSICA E CANTI.

ISABELLA NON ERA PER IL MOMENTO NECESSARIA A NESSUNO. DECISE DI PARTIRE. PARTÌ. LE FINANZE LIMITATE NON PERMETTEVANO SPRECHI E BISOGNAVA FARE ECONOMIA ANCHE VIAGGIANDO IN INCOGNITO, «PRIVATA», COME SOLEVA DIRE, E PUR ESSENDO SQUATTRINATA APPESANTÌ LA CARRETTA DEL SUO BAGAGLIO: VESTI, MANTELLI, SBERNIE, PELLICCE. E PORTÒ SECO ANCHE UN TURBANTE INGEMMATO». (STRANO1952, P. 260).

ANNOTA LA STRANO: «BISOGNA CONVENIRE CHE ELLA AVEVA NECESSITÀ DI QUESTA SUA CORNICE SFARZOSA. ERA ORMAI UNA NECESSITÀ QUASI FISICA LA SUA D’ESSERE BENE ABBIGLIATA E DI RICCHE VESTI. D’ALTRO CANTO LA FAMA DELLA SUA ELEGANZA, STABILITA COME UN ASSIOMA, AVEVA VALICATI MARI E MONTI E DOVUNQUE SI ERA FAVELLATO E SI FAVELLAVA ANCORA DELLA SQUISITA FATTURA DEI SUOI ABITO E DELL’INFINITO BUON GUSTO CHE PRESIEDEVA ALLA LORO SCELTA. FRANCESCO I, RE DI FRANCIA, CHE AVEVA SENTITO A CORTE PARLARE DI QUESTA SUA FAMOSA ELEGANZA NON POTENDO AMMIRARE LA MARCHESANA DI PERSONA AVEVA CHIESTO GRAZIOSAMENTE UNA BAMBOLA CHE FOSSE IN TUTTO E PER TUTTO ABBIGLIATA COME LEI. VOLEVA CHE LA PUPA FOSSE ESATTAMENTE VESTITA ALLA FOGGIA CHE LEI USAVA; CAMICIA, SOTTOVESTE E SOTTANA DOVEVANO ESSERE PRECISI A QUELLI CHE LA MARCHESANA PORTAVA ED EGUALE DOVEVANO ESSERE PER STOFFA, TAGLIO E CONFEZIONE IL VESTITO E IL MANTO. I CAPELLI DOVEVANO ESSERE ACCONCIATI COME QUELLI DI ISABELLA E, ORNATA DEGLI STESSI ORNAMENTI, LA BAMBOLA DOVEVA FIGURARE COME UNA MARCHESANA IN MINIATURA» (STRANO 1952, PP. 260 – 261).

I MARCHESI DI MONFERRATO, VENUTI A CONOSCENZA DEL PELLEGRINAGGIO DI ISABELLA D’ESTE, LORO CONSUOCERA, LA INVITANO A PASSARE DALLE LORO TERRE.

DAL CARTEGGIO DI ISABELLA AL MARITO POSSIAMO SEGUIRE IL VIAGGIO INIZIATO A FINE APRILE DEL 1517.

IL 28 APRILE ISABELLA D’ESTE, DA CASALE, SCRIVE AL MARITO, FRANCESCO GONZAGA, E GLI DESCRIVE IL SUO VIAGGIO DA MANTOVA A CASALE.

PARTITA DA CANNETO SULL’OGLIO GIOVEDÌ 23 APRILE, ALLOGGIÒ A CREMONA, DUCATO DI MILANO, PRESSO GIACOMO PONZONO, GIÀ PODESTÀ DI MANTOVA. IL GIORNO DOPO, VENERDÌ DA CREMONA SI SPOSTÒ CON IL SUO SEGUITO A CASAL PUSTERLENGO, DOVE ALLOGGIÒ “ALL’OSTERIA”, AL SABATO GIUNSE A PAVIA E FU OSPITE DI MADAMA LEONORA VISCONTI “QUALE TUTTO QUEL GIORNO CON ALCUNE ALTRE GENTILDONNE PAVESI MI INTERTENNE BENISSIMO, NON SENZA GRANDISSIMO SEGNO DE AMORE”.

IL GIORNO DOPO, DOMENICA 25 APRILE, ACCOMPAGNATA PER CIRCA 5 MIGLIA DAL GOVERNATORE DI PAVIA, “MONSIGNOR DI LA MOTTA”, SU INVITO DELLA MARCHESA SI RECÒ A SCALDASOLE, DOVE LA SUA OSPITE NON “MI LASSÒ MANCARE DE OGNI SORTE SPASSO, MAXIME DE MUSICHA DE CANTARE, SONARE DE TROMBONI ET FIATI ET ULTRA CHE LI SONATORI SONASSINO, LI FIGLIOLI DE LA SIGNORA MARCHESA VOLSERO DIMOSTRARMI CHE E SOI ANCHORA NE SAPEVANO QUALCHE PARTE ET MOLTO GENTILMENTE CON LI FIAUTI SONORONO A LIBRO ALCUNE COSE VERAMENTE CON GRANDISSIMA GALANTARIA. HERI MATINA MONTATA IO A CAVALLO LA SIGNORA MARCHESA A L’IMPROVISO MANDÒ A PIGLIARE UNA SUA ACHINEA ET VOLSE OGNI MODO ACCOMPAGNARMI IN QUA UN PEZZO ET ANCHORA CHE IO FACESSE RESISTENTIA ASSAI PUR VENNE AD ACCOMPAGNARMI INSIEME CON LI FIGLIOLI BEN QUATRO MIGLIA POI PIGLIATA LICENTIA CON MILLE OFFERTE SE NE RITORNÒ INDIETRO.” PASSÒ POI AL CASTELLO DI  BREME, LONTANO SETTE MIGLIA, DOVE PRANZÒ E SI RIPOSÒ UN POCO. “PASSATO IL PORTO DEL PO, LONTANO DE QUI CINQUE MIGLIA RITROVAI IVI LO ILLUSTRISSIMO SIGNOR MARCHESE DE MONFERRATO ACCOMPAGNATO DA GRANDISSIMO NUMERO DE SOI GENTILHOMINI CON FORSI DUCENTO CAVALLI, QUANTO AMOREVOLMENTE FUSSI VISTA ET RACOLTA DA LUI SERÌA DIFFICILE NARRARLO A VOSTRA EXCELLENTIA, GLI DICO BEN CHE TANTA FU LA DEMONSTRATIONE SUA CHE MI PARVE VEDERGLI IL CORE PROPRIO. VENESSIMO SUA EXCELLENTIA ET IO A PARO A PARO RAGIONANDO CONTINUAMENTE INSIEME, ET COSÌ ANCHE EL MAGNIFICO MESSER ANDREA COSSA ”. DOPO AVER CAVALCATO ALTRE TRE MIGLIA, SEMPRE IN SELLA ALLA MULA CHE IL MARITO LE AVEVA DATA, “ESSENDO PUR A PARO COL SIGNOR MARCHESE IN MEZO LA CAMPAGNA ERA ALQUANTO DI TERRA MOSSA DA LA QUALE IMPAURITA LA MULA DETTE UN SGUIZZO ET MI MOSSE UN POCHO LA SELLA ET SUBITO GIRÒ INTORNO CON GRAN FURIA: PER IL CHE IO NON MI POTTÌ RITENERE ET CASCHAI IN TERRA, DEDI UNA GRANDE BOTTA DE LA TESTA CONTRA TERRA, ET MI MARAVIGLIÒ NON ME LA ROMPESSE; PUR PER GRATIA DE NOSTRO SIGNORE DIO NON HO HAVUTO NÉ HO MALE ALCUNO, REMONTAI A CAVALLO ESSENDO PUR COSÌ UN POCHO TRAVAGLIATA PER LA CASCHATA; MA MI SPASSÒ IN UN TRATTO”. TESTA DURA ISABELLA!

Dopo mezzo miglio le venne incontro in lettiga, con due “carrette” di giovani dame del suo seguito. La marchesa di Monferrato aveva fatto portare a mano una chinea [cavallo o mulo da sella, probabilmente bianco]. Scesa dalla lettiga salì in sella alla medesima e “ivi da lei fui raccolta tanto amorevolmente, quanto non dire, ma immaginare si possa, cavalcando tutti insieme raggiongessimo alla Terra: dove campane, trombe, piffari et tamburini ni accompagnorno al Castello; l’artigliaria non se tirò per non impaurire li cavalli”. Tutto il popolo di Casale era “per la strata et in ogniuno si vedea grandissima allegria.

Smontata in Castello ritrovai el Signor Primogenito de questi Illustrissimi Signore et Signora insieme con la dolce sposina nostra, et la sorella, quali tutti basai. Quello mi para de la sposina, et quanto mi satisfaccia la belleza et gentilissima gratia sua, so che seria impossibile exprimerlo; però mi reservo a dirlo a bocca alla Excellentia Vostra. Li honori et carezze mi fanno questi Signori veramente sono in extimabile: ne so a qual re si potesse dimostrare più affectione, di quello, che a me et a tutti li miei se dimostrano qui non solamente da li Signori, ma da tutta la Corte et Cità”.

ISABELLA PENSAVA DI POTER RIPRENDERE IL SUO PELLEGRINAGGIO GIOVEDÌ 30 APRILE. L’ARRIVO A CORTE DEL GOVERNATORE DI MILANO, ODET DE FOIX, CONTE DI LAUTRECH PROLUNGÒ IL SOGGIORNO DI ISABELLA D’ESTE IN MONFERRATO. “ESSENDO QUESTA MATINA NEL HORA DEL DISINARE GIONTO QUI ALL’IMPROVISO LO ILLUSTRISSIMO MONSIGNOR DI LOTRECH ET TUTTO HOGGI DANZATOSI,  LE PREGHIERE DE QUESTA ILLUSTRISSIMA SIGNORA MI HANNO SFORZATA AD RESTAR ANCHOR PER DIMANE. JO SI PER SATISFAR ALLA SIGNORA MARCHESA, COMO ANCHE PER PARERMI IN CARICO LASSAR QUI MONSIGNOR DI LOTRECH, MI SON CONTENTATA DI QUELLO HANNO VOLUTO ESSI. SI CHE LA PARTITA MIA SERÀ DILONGATA SIN VENERI”.

Mario Equicola, umanista e scrittore, era al seguito della marchesa di Mantova verso l’eremo della Maddalena (Saint Maximin – la Sainte-Baume), presso Nanse, stese una relazione di quel viaggio nel suo Iter in Narbonensem Galliam.

Il 1° maggio l’Equicola informa Federico Gonzaga dei balli che si sono tenuti in onore di sua madre e del conte di Lautrec e che le dame al suo seguito “non hanno voluto essere basate”. In lettiga le due marchese si erano recate a Trino, da dove intendono ritornare il giorno dopo. Scrive: “Li ballarini sono stati: Alfonso, Vicenzo, et Hannibale. Le ballarine: Grossina, Tortorina et Lucia.”

Comunica al propripo Signore che:” La consorte di Vostra Signoria ha dicte mille belle argutie et parole da sensatissima Signora non fanciulla como è”.

Anche Isabella fu più che soddisfatta della giovanissima nuora, il 29 aprile aveva scritto a suo marito, Francesco Gonzaga: “Hoggi la nostra sposina con optima gratia mi ha richiesto uno ventaglio col manicho d’oro, si come è il mio. Jo volentieri gli ho promisso, ma per che seguendo io el camino mio, non mi seria datto opportunità di farlo fare et se al ritorno volesse expectare la cosa andaria troppo tarda. Prego con ogni possibile affecto la Excellentia Vostra voglia lei farlo fare al mio Aurifice, qual sa como sia fatto il mio, et facto che ‘l serà, lei potrà mandarlo … in mano mie o alla sposa, como meglio a llei parerà. Dico ben a Vostra Excellentia per farla tanto più volentieri condescendere ad ogni requisitione di questa dolce sposina, che lei merita ogni bene, si per rispetto suo per essere agratiadina, dolcina, et savijna molto più che non comporta la tenera età sua. Como anche per la grandissima humanità et liberalità si usa in questa corte, quale in vero confesso essere la prima de Jtalia. Ogn’hor più mi contento di questo parentato havemo contracto in questa casa, et spero satisfarà alla Excellentia Vostra”.

IL 1 MAGGIO ISABELLA E IL SUO SEGUITO PARTONO DA CASALE ACCOMPAGNATE DA ANNE DE VALOIS D’ALENÇON ALLA VOLTA DI TRINO, DOVE SOGGIORNANO PER LA NOTTE. IL 2 MAGGIO: “A BON’HORA SUA SIGNORIA ET IO MONTASSIMO A CAVALLO, JNSIEME ANDASSIMO SINO ALLA PORTA DE LA TERRA SUI, ABRACIATESI INSIEME. SUA SIGNORIA SE AVIÒ VERSO CASALE, ET JO AL VIAGGIO MIO. QUESTA MATINA VENNI A DISINARE QUI A VUORLENGO”.

DA VEROLENGO SI PORTARONO A TORINO E DA TORINO AD AVIGLIANA. L’8 MAGGIO LA TROVIAMO A MARSIGLIA DOVE FINALMENTE SCIOLSE IL SUO VOTO.

IL VIAGGIO DI RITORNO LA VEDE AD AVIGNONE IL 25 MAGGIO, DA DOVE SCRIVE AL MARITO: “LA EXCELLENTIA VOSTRA HAVEVA INTESO PER UNA MIA DE XVI DE QUESTO DATA IN MARSILIA, QUALE MANDAI PER MARE ALLA VIA DI GENOA, IL SUCCESSO DEL MIO VIAGGIO. FIN IN QUELLO LOCO. HORA MI PAR FARGLI NOTO, COME HAVENDO BEN VISTO TUTTA QUELLA CITÀ ET PORTO, CON NON POCHO HONORE FACTOMI LÀ, MI PARTITE DE LÀ ALLO XIX DEL MESE”; DA MARSIGLIA RAGGIUNSE AIX EN PROVENCE. “DA AIES A SELON, DOVE RITROVAI MONSIGNOR ARCHIEPISCOPO DI ARLES, QUAL MI ACCAREZZÒ MOLTO, ET HONORÒ. FUI COSTRETTA RESTAR LÌ L’ALTRO GIORNO, CHE FU QUELLO DE LA ASCENSIONE. POI MI PARTITE DA QUELLO LOCO IL SEQUENTE GIORNO, CHE FU ALLI XXII ET VENNI AD ARLES. DOVE ANCHOR DA MOLTI GENTILHOMINI ET GENTILDONNE FUI BENISSIMO VISTA ET HONORATA. IVI VIDI LA TESTA ET CORPO DI SANCTO ANTONIO, CHE È BELISSIMA DEVOTIONE; ET COSÌ ANCHOR QUELLA DE SANCTO STEPHANO.

IL SABBATO CHE FU ALLI XXIII ME PARTITI DA ARLES. VENNI QUI IN AVIGNON. LA SERA VENERO QUI MOLTI GENTILHOMINI ET GENTILDONNE A VISITARMI ET MI HANNO FATTO ET FANNO GRANDISSIMO HONORE. MONSIGNOR REVERENDISSIMO CARDINALE DI AUS DA SEGUITO QUI IN QUESTA CITÀ MANDÒ AD INVITARMI A DISNARE CON ESSO. HOSI MATINO CHE FU DOMENICA IO PER SARTISFARE ALLE PREGHIERE DI SUA SIGNORIA REVERENDISSIMA GLI ANDAI HAVENDO PRIMA UDITA LA MESSA ALLA ECCLESIA MAIORE. DISINASSIMO IN COMPAGNIA. POI SI DANZÒ ET IN CANTI ET SONI SPASSASSIMO TUTTO HERI. SUA SIGNORIA REVERENDISSIMA MI ASTRINSE AD CERCARE CON LEI. HOGGI MATINO MI È STATO NECESSARIO FAR IL MEDEMO. PENSO DIMANE PARTIRMI PER LA VIA DI LION; ANCHOR CHE DA MONSIGNOR REVERENDISSIMO SIA STATA MOLTO PREGATA AD RESTAR ANCHOR PER DIMANE; PUR LA RESOLUTIONE MIA È STATA DE PARTIRMI IN OGNI MODO PER POTER TANTO PIÙ PRESTO RITORNARMI IN MANTUA PER VEDERE VOSTRA EXCELLENTIA”.

Il 4 giugno da Lione dove Isabella scrive al marito: “Gionsi qui non heri l’altro che fu Martì per gratia de Nostro Signor Dio sanissima er gagliarda con tutto il resto de la Compagnia mia. Quanto mal habbiamo è che se ritrovamo in Lion, con pochissimi dinari, dove se spenderimo quelli che se hanno et che non s’hanno, starò qui anchor circa quatro giorni. Poi penso venire alla volta de Jtalia, et per quanto havemo potuto far il computo pensamo essere in Casale la vigilia de Sancto Gioanne, de la cercharò expedirmi più presto potrò, per poter venire a rivedere la Excellentia Vostra quale desidero potere ritrovare sana et gagliarda, como la vidi mai”.

FINALMENTE IL 22 GIUGNO È A CASALE. SCRIVE AL MARITO: “IL VIAGGIO MIO SIN QUI È STATO FELICISSIMO ET CON SALUTE MIA ET DE TUTTI LI MEI. NON VOGLIO GIÀ TACERE UNO DISTURBO PATITO PER NON HAVERE POTUTO VEDERE A CIAMBERÌ IL SANCTO SUDARIO DE NOSTRO SIGNORE. DEVOZIONE CHE SUMMAMENTE DESIDERAVA VEDERE. LA SCUSA È STATA QUESTA RITROVANDOMI IO A SANTO ANTONIO ET INTENDENDO LI DA ALCUNI CHE NON SAPEVANO S’IO POTESSE VEDERE IL SANCTO SUDARIO A CIAMBERÌ SENZA LICENTIUA DEL ILLUSTRISSIMO SIGNOR DUCA DI SAVOIA; SCRISSI UNA MIA A SUA SIGNORIA PREGANDOLA VOLESSE FARMI GRATIA POTESSE VEDERE QUESTA PRECIOSA DEVOTIONE APPRESSO LE ALTRE CHE IN QUESTO VIAGGIO HAVEA VISTE. ET ALHORA UN’ALTRA MIA SCRISSI ANCHOR AL GUBERNATORE DE CIAMBERÌ CON PREGARLO CHE POTENDO SENZAALTRA LICENTIA DEL SIGNOR DUCA FARMI VEDERE QUESTA DEVOTIONE VOLESSE FARLO ALLA VENUTA MIA. ET QUANDO FUSSE PUR NECESSARIO HAVER IL CONSENSO DEL SIGNOR DUCA, LO PREGAVA AD MANDARE LA LITTERA MIA CHE GLI ERA ALLIGATA A SUA SIGNORIA. IL GUBERNATORE MI RISPOSE L’AVERE MANDATO LA LITTERA MIA  NON ESSENDO IN LIBERTÀ SUA DI MONSTRARLO; PER HAVERE SUA SIGNORIA UNA DE LE CHIAVI. GIONSI LA VIGILIA DEL CORPO DE CHRISTO A CIAMBERI CREDENDO DOVESSE ESSERE VENUTA LA RESPOSTA. MA ESSENDO ANCHOR STATA FERMA LÀ TUTTO EL GIORNO SEQUENTE, MAI VENE. PER IL CHE IO ASSAI MAL CONTENTA MI PARTITI DE LÀ, PARENDOMNI ESSERE INIURIATA . PASSAI NON SENZA DISPIACERE  LI MONTI. GIONTA A VIGLIANA IL SIGNOR DUCA DI SAVOIA MANDÒ UNO SUO CONSIGLIERE A ME INVITANDOMI AD ANDARE A TURINO AD FAR BONA CERA CON SUA SIGNORIA. JO RINGRATIAI ASSAI QUELLA, DICENDOLI CHE QUELLA MI EXCUSASSE HAVENDO IO DELIBERATO FAR LA VIA DI ASTI. NÉ ESSO MI PARLÒ ALTRAMENTE IN EXCUSATIONE DI SUA SIGNORIA PER NON HAVERE IO POTUTO VEDERE IL SANCTO SUDARIO. PER IL CHE IO GLI NE FECI PARLARE; ESSO SI FECE NOVO DEL TUTTO, INCOLPANDO IL GUBERNATORE DE CIAMBERI CHE HAVEVA MANDATA LA LETTERA MIA CON POCHA DILIGENTIA; ET SI PARTITE DA MEW ET ANDETTE A TURINO. IL GIORNO SEGUENTE RITORNÒ A MONCALIERI, DOVE ERA ANDATA, FACENDO LA SCUSA DEL SIGNOR DUCA, CON DIRE CHE QUELLA NON HAVEVA HAVUTA LA LETTERA MIA. FACENDOMI OFFERTE ASSAI DI FARMELO VEDERE OGNI VOLTA CH’IO VOLESSE; COSÌ IO ACCETTAI L’OFFERTA, PROMETTENDOLI DI RITORNARE UN’ALTRA VOLTA. PERÒ SERÀ NECESSARIO CHE QUANDO SERÒ RIPOSATA QUALCHE GIORNO A MANTUA E LA SIGNORIA VOSTRA ME DONI UN’ALTRA VOLTA LICENTIA DI RITORNARE A VEDERE COSÌ PRETIOSA RELIQUIA. SON CERTA CHE LEI SAPENDO LE MALE VIE DE QUELLI PAESI NON PENSARÀ QUESTA ESSERE DA ME RECERCHATO PER ANDARE A SALUZO. MA (COMO È) PER NON PRETERIRE INVISA UNA COSÌ DEGNA DEVOTIONE”.

Da Moncalieri passò ad Asti il 19 giugno dove, scrive a Francesco: “mi venne incontro grandissima Nobiltà di quella Cità, nella quale con trombe et tamburini intrai et fui condutta a Casa del ditto messer Gioanne, qual mi ha fatto un honore al più mirabile del nondo, non manchando di darmi tutti li spassi possibili. Ivi da lui fui costretta restare il giorno sequente a sue spese honorevolissime. Il Sabbato veni poi a cena a Moncalvo, loco del Illustrissino Signor Marchese qui. Dove Sua Signoria non mancho di farmi accarezzare et honorare grandemente si come è suo costume. De la partiti, s’era circa le xx hore et veni qui. Dove lontano dua miglia fori de la porta ritrovai li Illustrissimi Signori Marchese et Marchesa, accompagnati da grandissimo numero de Gentilhomini, né niente meno honore mi è stato et è fatto adesso de quello hebbi l’altra volta: anzi, se possibile e si è augmentato. Veramente chi non vede è impossibile a credere le carezze et inestimabili honori usano verso me. Ho ritrovata la nostra dilectissima figliola sana et bella quale ogn’hor più mi pare gratiata.

STARÒ QUI DUI O TREI GIORNI ANCHOR. POI MI AVIARÒ PER BARCHA A MANTUA; QUANDO PARE NON FOSSI CONSTRETTA AD RESTARE PER DUI ALTRI GIORNI PIÙ DE QUESTI ILLUSTRISSIMI SIGNORI DE LI QUALI NON SAPERIA DI SENTIRE PIACERE SUE EXCELLENTIE ESSENDONE RECERCHATA.” IN UN POSCRITTO ANNOTA: “CREDO NON POTERMI PARTIR DE QUI PIÙ PRESTO CHE FATTO IL GIORNO DE SANCTO PETRO. PERCHÉ AD INSTANTIA ET GRANDISSIME PREGHI DE LA ILLUSTRISSIMA SIGNORA MARCHESA SON COSTRETTA AD RESTAR SIN A QUEL GIORNO, ET POI NON SON ANCHORA CERTA DE PARTIRMI ALHORA PER CHE VORIA OGNI MODO CHE LI PROMETTESSE SOTTO LA FEDE DE RESTARE QUI QUINDECI GIORNI”.

IL 27 GIUGNO LSABELLA SCRIVE: “VISTO IL DESIDERIO DE VOSTRA EXCELLENTIA CH’IO MI RITROVASSE AL CORSO DEL PALIO A MANTUA, FECI OGNI JNSTANTIA CON QUESTI ILLUSTRISSIMI SIGNORI MARCHESE ET MARCHESA PER VOLERMI OGNI MODO PARTIRE IN TEMPO CH’IO POTESSE SATISFARE AL DESIDERIO SUO; MA MAI È STATO POSSIBILE, ANZI SEMPRE HANNO TENUTO FERMO IL PROPOSITO DI VOLER CHE IO STESSE QUI QUINDECI GIORNI. PUR HERI SERA HAVENDO IO ASSAI COMBATTUTA LA PARTITA MIA, RESTASSIMO D’ACCORDO TRA NUI, CHE HAVESSE AD PARTIRMI MARTI PROXIMO. COSÌ FARÒ PIACENDO A NOSTRO SIGNORE DIO. DE LI CONTINUI HONORI CHE USANO QUESTI ILLUSTRISSIMI SIGNORI MI REMETTO A DIRGLIENE A BOCCHA”.

SE I CALCOLI TORNANO, LA MARCHESA DI MANTOVA PARTÌ DA CASALE  MARTEDÌ 30 GIUGNO.

Brevi Note Archivistiche e Bibliografiche

ASMn, A. G. 746, Archivio di Stato di Mantova, Archivio Gonzaga, b. 746.

ASMn, A. G. 2123, Archivio di Stato di Mantova, Archivio Gonzaga, b. 2123.

Benvenuto San Giorgio 1637, Benvenuto San Giorgio, conte di Biandrate, Ragionamento familiare dell’origine, tempi e posthumi de gl’Illustrissimi Prencipi e Marchesi di Monferrato, Piazzano, Casale 1639.

Benzoni 1995, voce Federico II Gonzaga, duca di Mantova e marchese del Monferrato, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 45,  Enciclopedia degli Italiani, Roma 1995.

Benzoni 1997, Gino Benzoni, voce Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 49,  Enciclopedia degli Italiani, Roma 1997.

Cartwright 1903, Giulia Cartwright, Isabella d’Este, Marchioness of Mantua 1474 – 1539. A Study of the Renaissance, John Murray, London 1903

Cherchi 1993, Voce Equicola, Mario, in Dizionario Biografico degli italiani, Vol. 43, Enciclopedia Italiana, Roma 1993. Davari 1891, Stefano Davari, Federico Gonzaga e la Famiglia Paleologa del Monferrato (1515 – 1533), Estratto dal «Giornale Ligustico», a. XVIII, fasc. I-II, Ed. Tip. R. Istituto Sordo-Muti, Genova 1891.

De Caria Francesco, Anna d’Alençon marchesa di Monferrato: la donna dei dolori, la santa, l’avvelenatrice (?), in Dame, draghi e cavallieri: medioevo al femminile, Atti del Convegno Internazionale Casale M. 4 – 6 ottobre 1996, a cura di Francesco De Caria, Donatella Taverna, Istituto per i Beni Musicali in Piemonte, Torino 1997, pp. 61 – 84.

De Conti 1840, Vincenzo De Conti, Notizie storiche della Città di Casale e del Monferrato, vol. 5, Tipografia Casuccio e Comp., Casale 1840

Goria 1971, Axel Goria, voce Bomifacio III, marchese di Monferrato, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 12,  Enciclopedia degli Italiani, Roma 1971.

Litta 1847, Pompeo Litta, Famiglie celebri, Fascicolo 63, dispensa 117, Paleologi, **, Milano 1847.

Malpelo 2017, Giovanni Malpelo, L’archivio rende viva la Storia. Nuove forme educative nelle scuole, in «Notiziario dell’Associazione Archivistica Ecclesiastica», Roma, n. 57, 2017, dicembre, pp. 25 – 30.

Mosso 1939, Gioconda Mosso, Anna d’Alençon Marchesa di Monferrato, in «Rivista di storia arte archeologia della R. Deputazione Subalpina di Storia Patria Sezione di Alessandria», a. XLVIII, 1939, aprile – settembre, pp. 199 – 276.

Piano 2010, Pierluigi Piano, Anne d’Alençon, Dame de La Guerce, Marchesa di Monferrato e il

suo arrivo a Casale nell’ottobre 1508, in Atti del Convegno “8 ottobre 1508 – 8 ottobre 2008. Cinquecento anni dall’ingresso a Casale di Anne Valois d’Alençon, dame de la Guerce, Marchesa di Monferrato, Casale Monferrato 11 ottobre 2008, a cura di Roberto Maestri, Pierluigi Piano, Circolo Culturale “I Marchesi del Monferrato”, Alessandria 2010, pp. 41 – 79.

Piano 2018, Pierluigi Piano, Anne de Valois d’Alençon (1492 – 1562), marchesa di Monferrato,

consuocera di Isabella d’Este, in Donne Gonzaga a Corte. Reti istituzionali, pratiche culturali e affari di governo, a cura di Chiara Continisio e Raffaele Tamalio, Roma, Buzzoni, 2018, pp.187 – 203.

Pizzigalli 2013. Daniela Pizzagalli, La Signora del Rinascimento. Vita e splendori di Isabella d’Este alla corte di Mantova, BUR saggi, Milano 2013.

Raviola 2003, Blythe Alice Raviola, Il Monferrato Gonzaghesco. Istituzioni ed élites di un micro-stato (1536 – 1708), Leo S. Olschki, 2003.

Raviola 2008, Blythe Alice Raviola, L’Europa dei piccoli Stati. Dalla prima età moderna al declino dell’Antico Regime, Carocci, Roma 2008.

Ricciardi 1988, Roberto Ricciardi, voce Del Carretto, Galeotto, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 36,  Enciclopedia degli Italiani, Roma 1988.

Romani M. A. 2018, Marzio A. Romani, «Les mariages des Princes ont souvent plus d’influence sur la destinée des Empires, que toutes les opérations de la Politique, et que le sort même des combat»: legami di sangue e doti principesche, in Donne Gonzaga a Corte. Reti istituzionali, pratiche culturali e affari di governo, a cura di Chiara Continisio e Raffaele Tamalio, Roma, Buzzoni, 2018, pp. 39 – 48.

Santoro Domenico, Il viaggio d’Isabella Gonzaga in Provenza. Dall’Iter in Narbonensem Galliam e da lettere inedite di Mario Equicola, Arbor Sapientiae, Roma 2017.

Settia 2003, Aldo A. Settia, voce Guglielmo VIII, marchese di Monferrato, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 60,  Enciclopedia degli Italiani, Roma 2003.

Strano 1952, Titina Strano, Isabella d’Este marchesa di Mantova, Ceschina, Milano 1952.

Tamaglio 1994, Federico Gonzaga alla corte di Francesco I di Francia nel carteggio privato con Mantova (1515-1517), lettres éditées par Raffaele Tamalio, Honoré Champion, Paris 1994.

Tamalio 2004, Raffaele Tamalio, voce Isabella d’Este, marchesa di Mantova, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 62, Enciclopedia degli Italiani, Roma 2004.

IL CASTELLO DI GRONDONA, TRA FRANE E FANTASMI di Walter Haberstumpf


La prima fase muraria dell’edificio risalirebbe prima del 1181, poiché in quell’anno, Guido II, marchese di Gavi, cedeva al suddiacono Girvino la metà del castello di Grondona e altri fortilizi al prezzo di 600 denari d’argento comprese le torri, le mura, i fossati. La località fu disputata da Tortona e da Genova; agli inizi del Duecento i marchesi di Gavi alienarono completamente i loro diritti sul luogo e così gli omonimi signori, i da Grondona, rimasero unici feudatari del borgo e del castello. Nel secolo successivo parti del feudo pervennero ai Fieschi.
Nel 1457 Grondona passò poi sotto i duchi di Milano che misero come castellano Giacomo Malaspina, ma già nel 1477 ritornò ai Fieschi. Nel 1547 Grondona, insieme a Vargo di Stazzano, fu concessa ad Andrea Doria; nel 1560 ritornò ai Malaspina, che la terranno fino al 1797.Il castello era di forma oblunga, con tre torri cilindriche, un mastio anche esso circolare e con una cappella; dal 1797 fu abbandonato divenendo ben presto un pittoresco rudere;già Goffredo Casalis, nel 1841, lo descriveva come completamente in rovina.
Si vociferava che ogni giorno, naturalmente a mezzanotte, tra quei muri sbrecciati, tra le torri rovinanti e i resti della cappella, si sentissero voci, sussulti e grida e che nel mastio, dove alle volte apparivano luci,nel 1434 [sic] fosse stato trucidato, a seguito diuna congiura, un castellano, forse reo di tradimento; questi, prima di morire, avrebbe giurato di ritornare, come fantasma, cinquecento anni dopo, ovviamente per vendicarsi …In effetti, profezia o no, quanto rimaneva dell’edificio crollòil 13 aprile 1934, di notte, verso le 23, a causa di una frana staccatasi dal monte Asserello:furono distrutte ben cinque case, molte altre furono lesionate e, purtroppo, si contarono undici morti e diversi feriti.
Del castello rimase, dopo tale catastrofico evento, solo una torre circolare (il mastio), con uno splendido portale in pietra e con ancora visibili alcuni beccatelli che in origine dovevano sorreggere il cammino di ronda; tale sopravvivenza sarebbe dovuta, sempre secondo una tradizione locale, al fatto che era (ed è) abitata da un inquieto fantasma, condannato, a restare in quel luogo finché non troverà pace. Il torrione (o la “Torre” com’è definita dai Grondonesi) superstite però appariva in condizioni precarie poiché interessata dall’erosione del terreno, evidentissima nelle fondazioni sul lato prospiciente l’area di frana, dovuta al progressivo arretramento della parete.Nel 2005 fu avviato un progetto per smontare la torre, simbolo del paese, e “rimontarla”, su di

un terreno più sicuro; con un lavoro durato anni il mastio è stato smontato e riedificato, nel 2012, a circa 150 metri rispetto alla vecchia localizzazione e ora è visibile anche dalla strada per Arquata. Ci si augura che il turbolento fantasma, dato il recente spostamento della torre, non ne avrà a patire per i secoli futuri!
Walter Haberstumpf

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