Amarcord a modo mio. (Sentimental. Amarcord del Varietà)

Ricordo il Cine-Teatro “Politeama” di Casale, le sue poltrone rosse di velluto, salendo in Galleria la Venere del Bistolfi.

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Dopo il pranzo di Natale, gli anziani andavano a riposare, i giovani, invece, o andavano al Cinematografo, o, per i più fortunati ed abbienti si recavano a Torino per godersi le luci e lo sfavillio degli spettacoli di Varietà.

Anche Casale era, come un ristretto numero di città di provincia, nel giro di prova delle Riviste. Il teatro di rivista, passando per l”’avanspettacolo”, veniva “provato”, prima di approdare alle passerelle e alle scene dei teatri di Torino o di Milano nelle piazze di provincia.

Inaugurato nel marzo del 1948 con la proiezione di «“Per chi suona la campana” con Gary Cooper e la giovane star svedese Ingrid Bergam; un successo mondiale…

Poi il Politeama continuò a proporre, oltre ai film, riviste, opere liriche, con grandi nomi. Macario, Dapporto, Bramieri, Tognazzi e Vianello, Odoardo Spadaro, ecc.

Quando c’era la rivista , si faceva chiodo da scuola per aiutare a sistemare palco e locale; in cambio ci davano due biglietti degli ultimi posti ( “così puoi portare pure la murusa…) » (Turino 2014).

Dalla soffitta dei miei ricordi: sono nato, in casa dei miei nonni nell’ottobre del 1947… aiutato a veder la luce dalla “mitica”: Francesca Bianco di Cicengo, allora Ostetrica a Serralunga di Crea… Dovevo nascere dieci giorni dopo alla Mangiagalli di Milano. Destino volle che, grazie anche alle strade, che ancora risentivano dei disastri della guerra, nacqui in quella casa a Madonnina, la prima sotto il Comune di Cereseto, ma queste sono altre storie…

Erano quelli gli anni (gli ultimi anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, prima del grande boom economico), nei quali l’Italia voleva sognare e dimenticare i disastri della guerra. Gli spettacoli di Varietà aiutavano a sognare. Amarcord nostalgico di un diversamente – giovane.

Nel dicembre 2012 , allora Direttore dell’Archivio di Stato di Varese, mi trovai a dover organizzare “qualcosa” per la giornata indetta dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, “Carte di Natale 2012”. Ricordai che nella Donazione del conte Lodovico Castiglione e della moglie Anna Marcaccioli, si conservava una raccolta di testi teatrali e di locandine. Il conte Ludovico, grande umanista, era un cultore del teatro e della buona musica, compositore lui stesso e autore di testi teatrali. Sapevo della presenza di un cospicuo numero di programmi e locandine di spettacoli di Rivista, non solo italiani, ma anche Inglesi e Francesi.

Ritornò immediatamente alla memoria quel mondo adolescenziale e i ricordi di quando bambino i miei genitori, amanti della Rivista, avevano portato a Torino, a loro insaputa, mia nonna Pinota e sua sorella, la magna Maria, ad uno spettacolo di Macario, dicendo loro che andavano a Serralunga a trovare La Granda (la mia bisnonna). Le due non più giovani signore erano vestite, sì da domenica, ma diciamola pure, alla buona, con le loro belle calze di lana e la nonna con ancora addosso il suo fedele grembiule, tolto il quale, si partì.

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Le chiacchiere presero il sopravvento. Ad un certo punto, non mi ricordo chi, io non c’ero, timidamente osò dire a mio padre, che forse aveva sbagliato strada. Fatto sta che arrivarono a Torino con le signore allibite. Scesero davanti al teatro pieno di gente con i loro abiti “da campagna” e i loro calzettoni di lana. Mentre papà parcheggiava, mamma faceva la fila al botteghino e, grazie anche al suo sorriso accattivante e alla sua bella presenza, ottenne quattro posti in seconda fila.

A quasi ottant’anni se lo ricordavano ancora quello scherzo e quello spettacolo “con tutte quelle mezze nude”.

Quando il teatro di Rivista ebbe origine non si sa, forse trae origini dal teatro popolare romano con i fescennini, per passare nel Medioevo nei fabliaux (Fabliaux 2001; Barbero 2013) o nel risus pascalis (Jacobelli 2000) o nello spirito di Mistero Buffo, così magistralmente reso da Dario Fo (Fo 1977), e via via sino alla fine dell’Ottocento. Come si arrivò alla Rivista – ripeto – non è facile a dirsi: dai Café des musicos ai Variétés.

A Parigi trionfa un teatro sito nel quartiere di Montmartre: le Folies – Bergère, in Rue Richer, dépendance di un grande emporio intitolato «Alle Colonne d’Ercole», che ha aperto le sue porte fin dal 1869. Quel teatro era concepito in modo nuovo. Era una sala dotata non soltanto di poltrone, poltroncine, palchetti, barcacce e il proverbiale balcon (galleria, loggione…), la novità fu il «promenoir» (da promedade, passeggiata). «Lo scopo principale del fondatore delle Folies-Bergère è di creare attorno alla sala una sorta di passeggio che accolga il maggior numero possibile di persone, munite del semplice biglietto d’ingresso. Si tratta di una moltiplicazione per mille del «posti in piedi». E lo spettacolo?… «Van benne le cantanti, le discusse, le attrazioni d’ogni tipo; ci vogliono anche balletti, quadri coreografici, «sensazioni» internazionali. Per attirare i forestieri bisogna dar loro qualcosa d’immediata comprensione, qualcosa che parli un linguaggio universale, visioni artistiche di paesi, usi, costumi, caratteristiche di tutto il mondo. E’ una formula che da qualche anno ha una straordinaria fortuna in Inghilterra (non per nulla music-hall… è invenzione inglese). Alle Folies-Bergère diventa tutto eccezionale.

«Gustavo Modena, Rossi, Salvini

stanchi di amare la bionda Ofelia,

forse sul serio i forse per celia,

m’han detto vattene, con Petrolini, dei Salamini!»

È il 1912, l’Italia per la prima volta nella storia manda degli aerei a lanciare bombe sui nemici e Petrolini debutta con la sua parodia di Amleto. Il mondo precipita e il comico romano registra alla sia maniera la fine della tragedia classica: il conflitto fra uomo e destino può essere risolto solo con uno sberleffo e la morte su scala industriale è lì dietro l’angolo a vanificare in comico ogni amletico dubbio (Petrolini 2004).

Il 21 novembre 1913, sulle colonne del «Daily-Mail», Marinetti pubblica il Manifesto del Teatro di Varietà. Russolo-Pratella inventa l’intona rumori e inizia le sue sperimentazioni musicali.

A Roma nel 1924 Ettore Petrolini mette in scena e crea il personaggio di Gastone: numero di centro del «variété», «danseur», «diseur», frequentatore dei «bal-tabarin» dei «cabarets», conquistatore di donne a getto continuo, uomo incredibilmente stanco di tutto, uomo che emana fascino» (Petrolini 2004).

A Parigi nel frattempo si aprì la stagione delle Grandi ètoiles della Rivista: Mistingett e Joséphine Baker… e dello chansonnier Maurice Chevalier, a cui non era da meno Charles Trénet.

Anche l’Italia ebbe i suoi cafés-chantans, le sue «sciantose», che è chanteuse tradotto in napoletano o se volete canzonettista… Ricordarle tutte sarebbe impossibile, ai più sconosciute… restano i nomi: Elvira Donnarumma, Luisella Viviani, Tecla Scarano… sino alla Fougez, per non dimenticare l’alessandrina Milly con la sorella Mity, che le fu compagna d’arte. Di Milly non si può non ricordare un’esemplare interpretazione dell’Opera da Tre Soldi di Bertold Brecht con la regia di Strehler, in anni più recenti.

Poi Anna Fougez con le sue piume di struzzo a pioggia continua, gli abat-jour, che diffondono, esclusivamente, luce blu e la sua indimenticabile “Vipera” (il bracciale al braccio di colei – che mi ha rubato tutti i sogni miei…).

Nel programma della Rivista di Macario: Febbre Azzurra. Follie ai tropici, del 1944 – 45, nella piccola storia della Rivista italiana viene ricordato El Sogn de Milan. «Fu intorno al 1897 che a Milano agiva la compagnia di vaudevilles e commedie diretta da Antonioi Scalvini al quale gli affari non andavano troppo bene; tanto che, quando gli si presentarono alcuni studenti milanesi che avevano scritto delle scenette comico – musicali in cui le frecce della satira erano dirette contro professori ed  autorità cittadine egli accettò di rappresentarle, sperando che questo genere rialzasse le cifre dei borderaux (un po’, insomma, come fanno le compagnie di prosa del giorno d’oggi). Certo il buon Salvini non lo sapeva, ma così facendo egli era né più né meno che l’ostetrico della nuova neonata: la rivista.

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Lo spettacolo, che era interpretato dagli studenti – autori, oltre che dagli elementi della compagnia, piacque immensamente. Avvenne che quella prima «rivista» il cui titolo era EL SEOGN DE MILAN, venne portata anche a Pavia, Piacenza, Como,

Cremona. In queste città gli studenti non vollero essere da meno dei loro colleghi milanesi e l’anno dopo vararono a loro volta altre riviste, tutte basate suol genere satirico.

Qualche anno più tardi ecco venire da Parigi la rivista CHANTECLAIR, e quassi contemporaneamente (siamo già nel 1907) ecco la famosa TURLUPINEIDE, anche questa scritta da studenti milanesi, ma ormai in veste di autori veri e propri. Questa rivista ottenne un successo addirittura strepitoso, tanto da richiamare l’interesse di una impresa come la Suvini e Zerboni ed alcuni ritocchi di Renato Simoni. Di questa rivista, che può chiamarsi la vera prima grande rivista organica, sarà bene parlare un po’ diffusamente.

Essa venne varata al Filodrammatici di Milano e l’entusiasmo del pubblico fu tale che, come si detto, l’impresa Suvini e Zerboni la trasportò al Dal Verme (allora era il teatro più importante di Milano dopo la Scala) successivamente al Lirico, dove ebbe fra i suoi interpreti Edoardo Ferravilla, venuti a sostituire Vanutelli nella parte di speaker, o presentatore, dello spettacolo che egli infiorava con i suoi mille lazzi in dialetto milanese.

Turlupineide era una rivista veramente solida e permeata di uno spirito di ottima lega, se ancora oggi, dopo quarant’anni, appare ancora attuale. State a sentire come contava Braccony (nella parte di Giolitti):

«Una medaglia d’oro m’hanno dato,

una medaglia d’oro grossa un dito.

Una medaglia d’oro grossa un dito

per il mio giubileo di deputato.

E gira e fai la rota

vuol dir, quella medaglia,

che per venticinque anni

io minchionai l’Italia».

E credete forse che strofette simili sollevassero lo sdegno di qualche giornale? Mai più! Sua Eccellenza Giolitti, a Torino, assistì allo spettacolo e il giorno dopo fece pervenire al Braccony un portasigarette d’oro in cui si complimentava con l’attore «per averlo così bene imitato» . Se non era democrazia quella… Ma ancora più attuale la strofetta cantata da quelli che si può chiamare un democristiano di allora:

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«Ormai della mia vita il mondo è vario, trullalà;

io leggo un po’ l’Avanti e un po’ il breviario, trullalà…»

e c’era Attilio Crimi che faceva Leonida Bissolati. Poi tutta la compagnia eseguiva il finale su una musica nuova ed affascinante: la Matschiche…

Già l’anno prima la Suvini e Zerboni aveva lanciato LA MONTAGNA DI LUCE; ed ecco venir fuori PALAMIDONE (1911) e successivamente la rivista

MONOPOLEONE nella quale figurava una felicissima poesia satirica a strofe

intitolata «C’era una volta un lupo», tutta contro la Germania, e che Petronili recitò per molto tempo (avete già capito che siamo già nel 1914 – 1915).

Era l’epoca in cui alla famosa Taverna Rossa dell’Eden, a Milano, apparve la famosa rivista CONTROPELO, e quelle di Colantuoni, Fraccaroli, e poi Veneziani, Mazzuccato, Rota, Silvio Zambaldi, Gustavo Macchi, Frattini (padre) e Nivellini, Gino Rocca, Icilio Bianchi. Calandrino qui diede alle scene quella che fu la più bella rivista: SARA’ QUEL CHE SARA’. Intanto alla Scala Umberto di Roma veniva presentata la rivista MONTECORNUTO di Corvetto, e a Napoli riscuotevano grandi approvazioni le riviste di Rocco Gualdieri, Ugo Ricci con MASCARILLO (ricordate Triplepatte?); mentre, sempre a Roma, Petrolini per passare dal varietà al teatro regolare si servì di due riviste: ZERO MENO ZERO e VENITE A SENTIRE; però non va dimenticato che a quell’epoca la rivista esclusivamente comica (tutte quelle nominate finora esclusivamente satiriche) era già nata e irrobustita; si allude a quel HAI VISTO L’ELMO? Che Brunorini portò alla 3000a replica.

Calandrino dava ancora MONTE DI PIETA’ (compagnia Riccioli-Molinari-Mialet-Galli, quest’ultimo fratello di Dina) e BABILONIA; Manca faceva rappresentare la sua rivista GIORNALE D’OGGI.

Però a Torino doveva sorgere ben presto i una nuova rivista destinata al più grande successo e nella quale la comicità, la interpretazione, i tipi, le macchiette e soprattutto la musica dal carattere popolare primeggiavano sulla satira politica che andava via via scomparendo. Gli autori Ripp e Bel Ami il cui astro detenne incontrastato lo scettro per oltre dieci anni in tutta l’Italia con le riviste VALIGIA DELLE INDIE, MADAMA FOLLIA, SOTTANE AL VENTO, MINORENNI A NOI, TRE EMISFERI, IL DITO DI GIOVE, ADAMO ED EVA, ecc.

La rivista venne in seguito francesizzata e presentata in questa veste dalle ditte «Bluette-Macario» il quale ultimo ne presentò altre con le soubrettes Titina e Milly. Intanto i fratelli Schwartz scendevano annualmente in Italia con grandiosi spettacoli i cui quadri migliori, però, erano anch’essi acquistati a Parigi. Ed eccoci al 1930. In quell’epoca soltanto tre compagnie eseguivano la rivista regolare in due o più tempi, ed erano: «Bluette-Navarrini», Macario e Totò: ma nell’anno successivi anche queste passarono all’avanspettacolo. E’ questa l’epoca più grigia per la rivista. Dovevano venire gli anni 1935 – 1936 perché le sunnominate tre compagnie ricominciassero ad alternare la rivista regolare a quella abbinata al cinematografo: fu questo anche il momento delle prime riviste in due tempi di Michele Galdieri, mentre a Napoli l’impresa Aulicino, al Fiorenti, varava ad ogni stagione un n ulivo grande spettacolo.

Dal 1937 – 38 ad oggi la storia della rivista è troppo recente perché qualcuno la possa aver dimenticata. Comunque ogni ditta è stata fedele al suo genere; e la ditta «Grandi Spettacoli Musicali Macario» che presenta al teatrino Splendore, la sua grande creazione che viene a coronare, superandole, il ciclo di riviste che parte da TUTTE DONNE, AMLETO CHE NE DICI?, e RITORNA MOULIN ROUGE! Ossia: LA FEBBRE AZZURRA UNA FOLLIA NEI TROPICI il cui soggetto è dello stesso Macario, i dialoghi di Amendola e le musiche di Frustaci» (Febbre azzurra 1944).

In chiusura di un programma dei primi anni Cinquanta del Novecento, nelle note in margine, possiamo leggere:

«Non fa bisogno che la vera, la classica, l’autentica soubrette sappia danzare, cantare e recitare…La vera, la classica, l’autentica soubrette deve saper fare una sola cosa: deve saper scendere dalle scale, una scala lunga lunga con i gradini stretti, stretti!».

Eccola la diva color ocra:

Lei!

L’unica!

La Wandissima!

Basta il nome: Wanda. O, più comunemente: la Wanda. Del cognome Osiris –  pretenzioso cognome d’arte dal tono esotico, che ella si regalò quand’era

indispensabile avere un nome del genere per far carriera sulle scene – si può fare anche a meno. E’ diventato, ormai, quel cognome, un inutile complemento, di cui la fama ha fatto giustizia sommaria. Niente Osiris: la Wanda, oppure la Wandissima, e basta.

Anna Menzio, figlia del palafreniere e primo battistrada di Umberto I, era nata a Roma il 3 giugno 1905, era fuggita, a 16 anni, dalla famiglia che si opponeva alla sua passione per il teatro. Nel 1923 iniziò la sua carriera come subrette al cinema Eden di Milano con la compagnia di Piero Mazzuccato.

«Era celebre come Josephine Baker o Mistinguette, ma “casta”, impenetrabile come una vera signora. Diceva di sé: «Noi stelle del varietà non abbiamo la terra ma lo spazio». Fu forse questo suo «fascino siderale» che ispirò un anonimo regista di operette: vedendola ancora ragazzina e sedotto dai grandi occhioni già allora truccatissimi sotto la frangetta lunga e nera, pensò subito ad una dea egiziana. Ma siccome il regista di mitologia ne masticava poca, le affibbiò al posto del nome della dea Isis, quello del dion Osiris» (Bandettini 1994).

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«Si esibì» – scrive sempre la Bandettini – «anche con Totò (IL PICCOLO CAFFE’), finché nel 37 ottenne il nome in ditta con la Fineschi – Donati, con cui consacrò alla storia la sua leggendaria carnagione color ocra, risultato di ore e ore di trucco e di un consumo spropositato di cerone che, insieme ai fiumi di profumo Arpège, restò uno dei fondamenti del suo «personaggio» per sempre. A 33 anni Wanda Osiris intraprese spedita la strada verso la leggenda. Era il ’38 e, così lo raccontava lei, la moglie di Macario la convinse a entrare in compagnia col marito. «Macario di donnine ne aveva a volontà, ma aveva bisogno del gran nome. Arrivai io». La numero uno.

Divenne ancora più regale, più sensazionale, più eccentrica. Ballare, ballava poco. Recitare non le era nemmeno richiesto. Cantare, lo faceva a modo suo, con quella vocina leggera e le vocali trascinate all’inverosimile, le erre arrotolate ad arte…

Eppure Wanda Osiris, era un sogno: saranno stati i suoi sguardi malandrini, i suoi abiti-monumenti, la sua eleganza innata che poteva permettersi ogni tipo di eccesso.

E poi, certo, le famose scale. Fu FOLLIE D’AMERICA nel ’38 a segnare la prima storica discesa dalle scale, che poi via via sarebbero diventate scaloni, e poi veri e propri monumenti («un’ossessione, una disperazione – ricordava lei – temevo sempre di cadere, anche per via dei tacchi che portavo») ispirati ora al Vittoriale, ora a Trinità dei Monti come in FESTIVAL del ’54 che, pur avendo autori, come Age, Scarpelli, Verde, Vergani, Paone e la supervisione di Visconti, fu uno dei suoi primi clamorosi fiaschi. Il lusso soave, la sue piume e paillettes con la guerra invece di sparire aumentarono: tra bombe e macerie, la Wandissima (fu Orio Vergani a coniare questo nome) si presentava come un sogno di felicità, di ricchezza, di spensieratezza.

Divenne la monarca assoluta del varietà (Bandettini 1994).

Nel programma di SI STAVA MEGLIO DOMANI, Stagione 1946 – 1947, di Pietro Garinei e Sandro Giovannini, la Wanda era in ditta con Enrico Viarisio, nella presentazione possiamo leggere quanto di sé disse la soubrette:

«Il perché della mia eccentricità? Semplice. Il desiderio di piacere al pubblico. Chi va a teatro, specialmente alla rivista, non vuole assistere ad uno spettacolo «reale», cioè strettamente aderente alla logica ed alla verità delle cose. Altrimenti gli basterebbe, d’estate, andarsene in una piscina comunale, per ammirarsi quante donne seminude più gli aggrada; e se avesse cura di portare con sé un fonografo, potrebbe far godere l’udito, oltre che la vista; e, negli intervalli fra un disco e l’altro, fra una sbirciatina e l’altra, potrebbe leggere le cartoline del pubblico della «Domenica» o un libro di barzellette. Avrebbe così, gratuitamente, una specie di rivista.

Purtroppo molte riviste – non intendo alludere a nessuna in particolare – non riescono a dare al pubblico sensazioni migliori di quelle che vi ho descritte: il che è un male per il teatro. Io penso, invece, che al pubblico sia necessario offrire il pimento di qualche cosa che non possa vedere dappertutto. Qualche cosa che sia fuori dall’ordinario, qualche cosa che desti nello spettatore un senso di meraviglia. Ecco perché ci fu un tempo, non lontano, in cui usavo dipingermi tutto il corpo di un acceso color ocra. Ebbene, non credete che fosse divertente la cura dell’ocratura, tutte le sere. Che fatica, ripulirsi tutta, dopo! Eppure lo facevo volentieri: perché pensavo di offrire al pubblico qualche cosa di nuovo, di inconsueto. Lo stesso pensiero mi ha guidata sempre nella scelta dei modelli dei miei costumi: cercare qualche cosa da opporre alla splendida banalità delle piume di struzzo e degli altri aggeggi in uso sui palcoscenici della rivista. In definitiva, tutto quello che io faccio di estroso o di eccentrico, è sempre in dipendenza diretta del mio desiderio, sempre vivo, di piacere al pubblico, in un modo tutto mio, personalissimo. Non differenti motivi hanno, poi, le strane modulazioni del mio canto e tutte le altre cosucce di cui sembro compiacermi tanto. Ma, a casa mia, lo confesso, sono una donna semplicissima».

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Orio Vergani, nella lettera di presentazione alla rivista: … QUO VADIS? Di Oreste Biancoli, Dino Falconi e Orio Vergani, con Enrico Viarisio e Milly, messa in scena nel 1949, annotava:

«Ho visto anch’io, come gli altri, molte riviste, in vita via. Ma probabilmente, di tutti i generi teatrali quest’ultimo è quello che offre meno punti di appoggio alla memoria.

Come il Cinema, molto meno del Cinema, la Rivista non lascia di sé, documento. Al neo-autore non è possibile rifarsi ai grandi modelli se non con la pura memoria, che la vita ha reso naturalmente molto distratta. Non è possibile andare in biblioteca a documentarsi e a prepararsi. Non c’è né una Storia della Rivista, né un manuale di Tecnica della Rivista. Sono state scritte, musicate, messe in scena, riviste che hanno avuto migliaia di rappresentazioni. Di esse non resta traccia stampata. Conosco autori che sono stati ascoltati da centinaia di migliaia e forse da milioni di spettatori e che non hanno mai pensato di pubblicare un solo volumetto con il testo di una propria rivista. In se stesso tale testo, effettivamente non esiste: o, se esiste, si tratta di un copione che alla lettura apparirebbe quasi sempre gracile, spoglio, scheletrico come, alla luce del sole, appaiono le intelaiature di legno da cui partono e il illuminano nei cieli notturni i fuochi artificiali.

Il testo di una rivista è un telaio che deve essere rivestito tutto, dalla prima prova alla prima rappresentazione, con la comicità degli attori, con la grazia delle attrici, con le luci, con le scene, con le musiche. Alla rivista stessa il testo sta come il manquin d’osier, come il vecchio manichino di vimini delle sarte alla figura della bella donna e all’abito pieno di tentazioni e di seduzioni che essa deve indossare. Si spiega per questo come una raccolta di testi di rivista sia impossibile e come, chiamato all’improvviso sul palcoscenico, il neo-attore non abbia la possibilità di documentarsi e di appoggiarsi ai modelli del passato se non per quella che potrebbe essere chiamata una tradizione mnemonica. A distanza di un anno, o di vent’anni, è ben difficile al normale spettatore ritrovare la traccia di un esempio. Molti anni or sono ho visto a Parigi la prima rivista con la quale si presentò al pubblico europeo Josephine Backer. Si trattava di una rivista e di una rappresentazione che indiscutibilmente segnavano una data nella storia della rivista. Devo confessare che, per quanto vi figurassero Josephine e uno dei maggiori comici francesi, Dranem, di essa non rammento se non il ritornello della canzone delle Banane. Qualcuno mi assicura che nello stesso spettacolo recitava Chevalier. Nella soffitta dei miei ricordi non ne trovo traccia.

Non si tratta di «capolavori scritti sulla sabbia» ma, se mai possono esserlo. Di capolavori scritti su una polvere di luce, su una polvere di musica leggera e, quando si tratta di una rivista che si appoggi alla attualità, sulla polvere della cronaca che non è ancora diventata storia. Come quelli di una rosa durano lo spazio di un mattino, così gli incantesimi della rivista durano lo spazio di una sera. Qualche settimana dopo, qualche mese dopo al massimo, il ricordo andrà cancellandosene del tutto, così come si cancella il ricordo di una moda, il ricordo della creazione di un vestito da sera che sembrò meraviglioso e che affascinò. Il caso del neo-attore è un poco il caso del neosarto che per esempio venga chiamato a collaborare da Dior o da Fath o dalla Bicky alla creazione di una serie di modelli. Non basta conoscere le donne, e averne amata qualcuna, per saperle vestire. Non basta amare il teatro, e magari anche conoscerlo, per compiere il breve tragitto che va dalla comoda poltrona dello spettatore al piccolo abisso quadrato del buco del suggeritore. Non basta saper ricostruire il formulario tecnico della sintassi dello spettacolo così come si può ritrovarlo nella memoria con la distribuzione equilibrata degli sketchs, dei couplets, dei «siparietti», dei cori, dei balletti. Bisogna trovare i segreti di quello che nella memoria non c’è: i valori dei ritmi musicali, la vitalità di un canto, la vis-comica di uno spunto satirico di attualità, l’efficacia di un umorismo che se è possibile passi la ribalta e arrivi fino all’ultimo spettatore dei posti in piedi: lavorare per la folla e non solo per gli iniziati: indovinare i punti nevralgici del suo gusto, conoscere le sue molle sentimentali, sorprenderlo senza urtarlo. Bisogna conoscere la gamma degli effetti che possono essere raggiunti dai vari attori e lavorare alle prove sulla misura di quelle loro possibilità. Fino all’ultimo, stabilito il telaio della rivista, il lavoro degli autori, del musicista, del regista, è tutto un fare e disfare. La stessa battuta, detta da Petrolini è un capolavoro: detta da un imitatore di Petrolini è un’idiozia» (Vergani 1948).

Stagione dopo stagione si susseguirono:

GRAN BALDORIA con Elsa Merlini, Enrico Viarisio, Isa Barzizza, DOVE VAI SE IL CAVALLO NON CE L’HAI? Con Elena Giusti ed Ugo Tognazzi, ATTANASIO CAVALLO VANESIO di Pietro Garinei e Sandro Giovannini con Renato Rascel e Lauretta Masiero, “ROSSO E NERO” con Nilla Pizzi e Teddy Reno del 1954, con costumi e scene di Erté. L’ADORABILE GIULIO, con Carlo D’Apporto, Delia Scala e Teddy Reno nel 1957.

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La “Grandi Spettacoli Comici srl nella stagione 1957 – 58 presentò Ugo Tognazzi e Lauretta Masiero in UNO SCANDALO PER LILLI, musiche di Lelio Luttazzi, coreografie di Gisa Geerrt, con la regia di Luciano Salce.

Nella stagione dopo, 1958 – 1959, Marcello Marchesi, Renzo Puntoni, Italo Terzoli

presentarono Sandra Monadini, Raimondo Vianello e Gino Bramieri in SAYONARA BUTTERFLY….

La Wandissima ho avuto la fortuna di vederla ad Asti nel ‘ 74 in Nerone è morto? di Hubay, con la regia di Aldo Trionfo.

Grazie a Paolo Limiti e ai suoi programmi televisivi, che la videro ospite, la possiamo ancora ammirare su youtube, con tanta nostalgia per quel tempo che non tornerà mai più.

Così come il vecchio «Poli»… Non c’è più!

Resta la nostalgia di quei pomeriggi nebbiosi, il vago profumo di calicantus dal giardino di fronte o il sentore del vecchio profumo “Orchidea Nera”… e il gesto furtivo di una bella ragazza, che riagganciava, pudica, la calza velata di naylon, che si era sganciata…

Altre fragili memorie e testimonianze di quella polvere di stelle restano nel cuore, con una dolce saudade di quel tempo che fu.

«Amarcord», come avrebbe detto il grande Fellini.

Cosa resta passato il Rex?… un vago ricordo, la nostalgia di uno sfavillio di paillets e di lustrini nella scia mitica di Arpège…

La passerella del gran finale è finita.

Le luci della ribalta si sono spente.

Non ci resta che chiudere dietro all’ultimo spettatore infreddolito le porte del teatro, che non c’è più, mentre nella memoria vivi restano i ricordi… e fuori, magari, inizia a cadere lenta la neve…

16 aprile 2010.

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Nota Bibliografica

Almanacco 1974, Almanacco Letterario Bompiani. Sentimental. “Il teatro di rivista italiano, a cura di Rita Cirio, Pietro Favori, Torino, Bompiani, 1975.

Bandettini 1994, Anna Bandettini, Addio Wandissima, in «La Repubblica», 13 novembre 1994, Spettacoli, p. 27.

Barbero 2013, La voglia dei cazzi e altri fabliaux medievale. Tradotti e presentati da Alessandro Barbero, Edizioni Mercurio, Vercelli 2013.

Biografie 1946, Wanda Osiris diva color ocra, in Biografie a contagocce, nel programma di «Si stava meglio domani», Numero Unico con Programma, Stagione 1946- 1947.

Colacchi 1937, Luigi Colacchi, Invito alla Rivista, in «Scenario», a. VI, 1937, n. 23, pp. 67 – 69.

De Matteis 1980, Stefano De Matteis, Martina Lombardi, Marilena Somaré, Follie del varietà. Vicende memorie personaggio 1890 – 1970, Milano, Feltrinelli 1980.

Fabliaux 2001, Fabliaux Racconti francesi medievali, a cura di R. Brusegan, Torino, Einaudi, 2001.

Fano 1993, Nicola Fano, Vieni Avanti, cretino! Storie e testi del varietà e dell’avanspettacolo, Roma-Napoli, Teoria, 1993.

Febbre azzurra 1944, Piccola storia della Rivista in Italia, in Programma della Rivista: Macario in Febbre Azzurra. Follia nei Tropici, s.d. [Stagione Teatrale 1944 – 1945], pagine non numerate.

Fo 1977, Le commedie di Dario Fo, V Mistero buffo Ci ragiono e canto, a cura di Franca Ramo, Torino, Einaudi 1977.

Grignolio 2001, Idro Grignolio, 100 anni di Politeama, introduzione (ricordi? Confessioni? Reminiscenze metafisiche) di Jeam Servato, Casale M., Ed. «Tersite», 2001.

Jacobelli 2000, Maria Caterina Jacobelli, Risus Pascalis e il fondamento teologico del piacere sessuale, Brescia, Queriniana 2000.

Lorenzi 1988, Alberto Lorenzi, I segreti del varietà, Milano, Celip, 1988.

Lori 1996, Sergio Lori, Il varietà a Napoli, Roma, Newton & Compton, 1996.

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Morosi 1901, Antonio Morosi, Il teatro di varietà in Italia, Firenze, Calvetti, 1901.

Mottola 1995, Francesco Mottola, Il teatro di varietà: dalla Belle Époque agli anni Sessanta ed oltre, in Italia, Milano, Nuove Edizioni Culturali, 1995.

Olivieri 1989, Angelo Olivieri, Alberto Castellano, Le stelle del Varietà. Rivista, avanspettacolo e cabaret dal 1936 al 1966, Roma, Gremese Editore, 1989.

Pangaro 2009, Giorgio Pangaro, MENZIO, Anna, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 73, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2009.

Petrolini 2004, Ettore Petrolini, Teatro di Varietà, a cura di Nicola Fano con la collaborazione di Anna Maria Calò, Torino, Einaudi, 2004.

Polacci 1990, Alfredo Polacci, Il teatro di Rivista. “Tutto quello che gli altri non sanno”. Casalecchio di Reno (Bo), del Corso, 1990.

Quargnolo 1980, Mario Quargnolo, Dal tramonto dell’operetta al tramonto della rivista. Mezzo secolo di fasti e miserie del varietà e dell’avanspettacolo, Milano, Pan, 1980.

Ramo 1956, Luciano Ramo, Storia del Varietà, Milano, Garzanti, 1956.

Turino 2014, Gianni Turino, L’abbattimento del Politeama, un’altra storia di Casale che se ne va, in Casalenews, 8 novembre 2014.

Vergani 1948, Orio Vergani, Una lettera di Orio Vergani, nel Programma di «…Quo Vadis?», Milano, Teatro Nuovo, Programma, s.d. [stagione 1948 – 1949], pp. I – VIII.

Lo lo Vergani 1973, Orio Vergani, Abat-jour, Milano, Longanesi, 1973.

Pierluigi Piano

DUE RICETTE MEDIEVALI di Walter Haberstumpf


Il Liber de Coquina, redatto a Napoli alla Corte di Carlo II d’Angiò tra il 1285 e il
1309, è il capostipite di tutti i ricettari medievali.

Il testo si trova in due manoscritti detti Meridionale A e B che erano conservati inizialmente in Svezia e studiati, dal punto di vista linguistico, dal professore I. Boström; successivamente pervennero in Inghilterra e poi alla fondazione B.I.N.G. e infine furono acquistati da un anonimo collezionista.
Inoltre nella Biblioteca Nazionale di Parigi sono conservati due codici, ilLat. 7131 e ilLat. 9328 che racchiudono numerose opere, tra cui il manoscritto “g” del codice Lat. 7131, e il manoscritto “e”, del codice Lat. 9328,che contengono due versioni praticamente identiche del Liber de coquina.
L’autore di questo testo non è conosciuto anche se sono state avanzate diverse ipotesi: si fanno i nomi di Ferragutti ovvero Faray ibn Salim, un ebreo islamizzato di Agrigento, che tradusse diverse opere per gli Angiò, oppure Lambdino che rese noti i principi medici e dietetici di Abu Ibn Crzta, medico di Bagdad, infine Braysilva, un vicario di Carlo II in Toscana, autore di un trattato sulle buone maniere a tavola.
Il Liber propone alcune delle più antiche ricette di pasta che siano giunti ai nostri giorni come le lasagne al forno, i ravioli, i tortelli, minestra di pasta con i finocchi e molte altre ancora, ricette che sono tuttora in uso nella cucina partenopea.

Inoltre si tratta anche della pasta secca ottenuta dal grano duro e fatta essiccare all’aria!

Tra queste ricette ne abbiamo scelte due, facili da farsi, di cui diamo anche la traduzione, non letteraria del testo.
a) Ricetta di lasagne stratificate e farcite con formaggio e spezie.
DE LASANIS – Ad lasanas, accipe, pastam fermentatam180 et fac tortellum ita tenuem sicut poteris deinde diuide eum per partes quadratas ad quantitatem trium digitorum postea habeas aquam bullientem salsatam et pone ibi ad coquendum predictas lasanas et quando erunt fortiter decocte accipe caseum grattatum et si uolueris potes simul ponere bonas species puluerizatas et pulueriza cum istis super cissorium, postea fac desuper unum lectum de lasanis et iterum pulueriza et desuper alium lectum et pulueriza et sic fac usque cissorium uel scutella sit plena, postea comede cum uno punctorio ligneo accipiendo. – (Per le lasagne, prendi un impasto lievitato e fanne sfoglie sottili per quanto ti riesca. Quindi, dividile in parti quadrate della dimensione di tre dita. Successivamente, prendi dell’acqua bollente salata, e mettici a cuocere le lasagne. Quando saranno molto ben cotte, mettici del formaggio grattato. Se lo desideri, puoi aggiungere delle buone spezie polverizzate, e spolverizzale sulle stesse sopra una teglia. Poi fai sopra un letto di lasagne e spolverizza nuovamente, e aggiungi un altro strato, e polverizza nuovamente: e continua fino a che la teglia o la scodella sia piena. Poi, mangiale prendendole con un punteruolo di legno).
b) Una variante per le Zeppole
CRISPELLAS SIC FAC. -Habeas farinam albam distemperatam cum ouis addito safrano et pone ad coquendum in lardo tantum et quando decocte fuerint pone desuper zucaram uel mel et comede. – (Procurati farina bianca e impastala con uova e zafferano, metti a cuocere in abbondante lardo. Quando saranno cotte, cospargile di zucchero oppure miele e infine mangiale).
Per concludere alcune annotazioni: lo zucchero era conosciuto nel Medioevo tramite gli Arabi che iniziarono la coltivazione della canna in Spagna e Marocco; la frittura avveniva generalmente nel lardo, non nell’olio come usiamo noi; inoltre, in quasi tutti i ricettari medievali rarissimamente si forniscono sia le indicazioni circa le quantità degli ingredienti sia i relativi tempi di cottura.
Walter Haberstumpf

ANTICHE TAVERNE IN PIEMONTE di Walter Haberstumpf


In tutto il Piemonte, nelle città, nelle campagne come nei piccoli borghi si
trovavano diffuse taverne e osterie.

In specie dopo il Mille, con il rifiorire dei commerci e con il conseguente sviluppo delle vie di comunicazione, si moltiplicarono “ospizi di vario genere” o “locande e taverne” lungo le strade, al fine precipuo di assicurare ristoro e protezione contro possibili pericoli.

Sul finire dell’età di mezzo la taverna era così divenuta una sorta di pubblico servizio, un luogo ove si concedeva ospitalità ad avventori locali e forestieri con offerta di vitto, alle volte d’alloggio, e con la possibilità anche di acquistare merci al dettaglio.

Del pari, dal Trecento in poi, erano considerate taverne anche le mescite itineranti, ove il taverniere, poste le botti su di un carro, le portava direttamente alle feste, alle fiere od ove si svolgevano grandi lavori nei campi.

L’esercizio del taverniere era scandito dal suono delle campane che annunciavano l’alba, con la relativa apertura del locale, e il tramonto allorché avveniva la chiusura regolata, quest’ultima soprattutto, da norme rigide, dato che si puniva severamente quegli osti che offrivano ospitalità, vino o cibi dopo l’ora consentita.

Diversi da luogo a luogo erano le bevande e i cibi, di solito a base di carne che i tavernieri offrivano ai loro clienti, ma il genere più diffuso e più consumato doveva essere il vino, la cui mescita era severamente regolata da precise e dettagliate norme. Ricordiamo a tal proposito che nelle fonti non si riscontrano sostanziali differenze tra locande e taverne, sebbene appaia evidente che la locanda, con vitto e alloggio, era destinata al viandante di passaggio, al mercante, al forestiero, mentre le taberne, ben più numerose, erano tradizionalmente punti d’incontro e di aggregazione della popolazione locale, gestiti da tabernarii e anche da tabernarie.

Un’insegna – comunemente detta in Piemonte “frasca” (frascas o ramas) – che dichiarava manifestamente il genere dell’attività, era esposta all’ingresso di locande e di taverne sebbene la loro presenza fosse limitata e alle volte vietata dalle autorità locali.

Al fine di attirare i clienti sovente era dato al locale un nome facile da ricordare poiché caratteristico.

Peraltro ancora oggi molte trattorie e bettole pedemontane di antica data recano la dicitura “Cannone d’Oro” (nome di tarda tradizione di origine leggendaria), “Tre Re”, forse a ricordo dei Magi, o richiamano alla mente animali come “Osteria al Cervo”, oppure armi – tale è il caso delle numerose locande dette “La Spada Reale” – e così via. Non a caso nella città di Casale Monferrato vi erano: nel Quattrocento l’Hosteria della Spada, ora gestita dal comune, ora dal marchese di Monferrato; quella del Cervo; la taverna del Fringuello, dove nel Cinquecento si radunarono i congiurati contro il duca Guglielmo Gonzaga; il Cannone; il Moretto e la Pergola fiorita, quest’ultima assai rinomata ancora nel secolo XVII.

La taverna si configurava anche come un pericoloso luogo deputato al vizio e al gioco, un luogo simile al postribolo, con cui le differenze erano minime.

Era ricetto di avventori insolventi, ruffiani, bestemmiatori, giocatori d’azzardo, violenti, di prostitute e osti truffatori, personaggi tutti ai quali la legislazione medievale dedica ampio spazio.

Sicché, per secoli, le taverne furono considerate luoghi di perdizione, prova ne sia che ancora cent’anni fa in una vecchia osteria torinese, in via della Basilica, si poteva leggere su una piccola insegna: “Tre lire per il vino, due per il fieno al mulo, otto per la ragazza …”.

Peraltro, non si deve dimenticare come, alcuni di questi esercizi ospitarono, con munificenza e con relativo sfarzo, illustri personaggi quali Chiara Gonzaga che, in viaggio di nozze, a Torino fu alloggiata nell’osteria di S. Giorgio dove fu servita dal taverniere con bicchieri d’argento.

Sempre per restare nella capitale subalpina, ove gli osti avevano il loro protettore in S. Teodato, come non ricordare il principe di Anhalt che, dopo la vittoriosa battaglia di Torino del 7 ottobre 1706, si presentò all’osteria “Alla Rosa” in Borgo Dora, per assaporare tutto ciò che gli era presentato, dai vini, ai rosoli alla rabbiosa (come in quei tempi era chiamata l’acquavite), trascurando però di saldare i conti.
Walter Haberstumpf

TITANIC 108 anni dopo

Sono passati centootto anni ovvero oltre un secolo dalla tragedia dell’affondamento (15 aprile 1912), nelle gelide acque dell’Atlantico al largo di Terranova, del Titanic, mitica nave da crociera della White Star Line costruita nei cantieri Harland & Wolff di Belfast nell’Irlanda del Nord.

Da molti definita in maniera profeticamente nefasta “inaffondabile”, il Titanic rappresenta, ancora oggi, l’impotenza dell’essere umano contro le forze della natura e concludeval’epopea dei viaggi in mare che verranno sostituiti dai viaggi aerei.

In più di cento anni di storia abbiamo attraversato due guerre mondiali ed una “guerra fredda”, un (si spera) coronavirus, ma daquell’iceberg che distrusse il Titanic non abbiamo imparato nulla.

Sebbene la tecnologia dai tempi del Titanic abbia fatto passi da gigante, ancora oggi in ambienti dove non ci è data la possibilità di poter installare colonie umane, la natura difende il proprio territorio con le unghie e con i denti, ma il nostro intento resta e rimane sfidare gli “elementi” per imporre regole di vita a totale ed esclusivo appannaggio dell’essere umano perseguendo in un “titanico” errore che si ripercuoterà mediante sciagure epocali provocate da eventi naturali laddove l’ecosistema sia stato violentato a tal punto da non poter far altro che difendersi.

Stiamo parlando di cento anni di storia che hanno cambiato in maniera radicale la vita umana su questo pianeta, basti pensare alle differenze riscontrabili nella vita quotidiana senza però maidimenticare il costo in vite umane pagato dai nostri nonni e dai nostri bisnonni per poterci regalare una vita “comoda” e più o meno agiata a quasi tutti livelli sociali.

Nella Prima Guerra Mondiale morirono solo in Italia oltre mezzo milione di soldati, senza contare le vittime civili, le vittime degli alleati e le vittime degli avversari, nella Seconda Guerra Mondiale sommando tutti i paesi partecipanti tra vittime militari e vittime civili si raggiunse l’esorbitante somma di oltre settanta milioni di morti, un prezzo in sangue altissimo che non è stato però sufficiente a rivoluzionare il nostro sistema di vivere o perlomeno non per tutti.

Il Titanic non fu soltanto una bellissima nave, una città galleggiante, orgoglio di una nuova tecnologia di inizio del secolo scorso, ma una metafora del mondo odierno e passato dove le prime classi abbandonano il relitto che affonda sulle scialuppe di salvataggio e le seconde e le terze classi vengono sacrificate in nome di un progresso che rimane però di solo appannaggio delle prime classi.

Il 15 aprile l’invito quindi è non solo a commemorare le vittime di coloro che morirono in quel nefasto giorno del 1912, ma tutte le vittime di questo mondo che hanno pagato e che tutt’oggi pagano con una vita di stenti e con la vita stessa la logica di una società divisa in classi, così come lo era il Titanic, e altrettanto destinata ad affondare, ma con le scialuppe pronte solo per chi ha già in tasca un biglietto di prima classe.

Sul celebre transatlantico viaggiavano anche 40 italiani (9 passeggeri e 31 membri dell’equipaggio): solo 3 di loro sopravvissero alla tragedia.

Dei 31 membri dell’equipaggio 15 arrivavano dal Piemonte: tra questi c’era il cameriere di sala Rinaldo Renato Ricaldone, 22anni, che arrivava da Alessandria. Il Titanic fu la sua prima (e ultima, purtroppo) esperienza di lavoro su una nave. Ricaldone morì nel naufragio e le sue tracce si sono perse nel tempo.

Anche per loro il Titanic era il primo ingaggio su una nave. Due fratelli, originari di Fubine, Alberto Peracchio, 20 anni, eSebastiano Peracchio, 18 anni, quella notte furono, tra quelli con giacca e pantaloni neri, grembiule bianco, sul ponte delle scialuppe. Il loro turno per l’accesso alle barche di salvataggio fu consentito solo dopo quello degli altri passeggeri quindi, in quanto facenti parte del personale di bordo, furono ben lontani da effettive possibilità di salvezza. Entrambi i fratelli Peracchiomorirono nel naufragio.

Claudio Bossi*

(*) – Claudio Bossi è considerato tra i più qualificati esperti internazionali della storia famoso transatlantico.

Bossi ha scritto numerosi articoli e libri sull’argomento: tanto per citare “TITANIC – Storia, leggende e superstizioni sul tragico primo e ultimo viaggio del gigante dei mari” (Giunti/De Vecchi Editore); “Gli enigmi del TITANIC” (Enigma Edizioni); ha pubblicato poi “Naufragi” (Il Saggiatore Editore); “Io e il TITANIC” (Pietro Macchione Editore); “Il picasass sopravvissuto al TITANIC – La storia di Emilio Portaluppi” (Pietro Macchione Editore) e sarà prossimamente in libreria con un nuovo il libro “La numerologia del TITANIC” (LuxCoÉditions).

www.titanicdiclaudiobossi.com

facebook: TITANICclaudiobossi

CORRADO DI MONFERRATO SECONDO ALCUNE FONTI ARABE.


Le imprese di Corrado di Monferrato in Outremer ebbero vasta risonanza non solo
in Occidente ma anche presso il mondo arabo di allora:con la sua valorosa difesa di Tiro, con l’assunzione del titolo reale di Gerusalemme e con la tragicità della sua morte, avvenuta nel 1192 in circostanze misteriose e discusse, la figura di Corrado colpì parimenti l’immaginazione dei cronisti greci, latini e arabi.
عصبيـة[ Nelle fonti arabe ammirazione per il nemico, zelo religioso, ‘asabiyya spirito solidarietà nazionale] colorano il ritratto di Corrado: “uno dei più furbi e gagliardi tra i Franchi” [BAHÀ’ AD-DIN IBN SHADDÀD, an-Nawadir as-sultaniyya wa l- mahasin = Gli aneddoti sultaniali e le virtù giuseppine], Latini di cui il marchese “era divenuto signore e governatore (…), ottimamente governandoli e rafforzando oltre misura la terra [Tiro]” [‘IZZ AD-DIN IBN AL-ATHÌR, Kamil at tawarìkh = Storia perfetta o Somma delle storie]. Ma l’Aleramico era pur sempre un infedele in armi sul territorio arabo, “il maggior diavolo che avessero i Franchi”[IBN AL-ATHÌR], colui che “aveva fatto dipingere un cavallo, con su montato un cavaliere musulmano che calpesta la tomba del Messia, su cui il cavallo orinava”; un nemico degno dunque di finire all’inferno “dove Malik [l’arcangelo preposto alla sorveglianza dell’ Inferno] era in attesa del suo arrivo […] e la Vampa avvampava e la Fiamma fiammeggiava attendendolo”[‘IMÀD AD-DIN AL-ISFAHANI, al-Fath al-qussi fi l-fats al-qudsi = L’ eloquenza ciceroniana sulla conquista della Città Santa]. Sono pagine ben conosciute da cui traspare una sorta di ammirazione per un nemico così abile e spregiudicato, passi che, servendosi di argomenti polemici, sia pure di segno opposto, già sperimentati con successo dalle coeve cronache occidentali, mostrano, per usare le equilibrate parole di Francesco Gabrieli, come “tutto sommato le due parti si ripagarono […] di egual moneta” senza lasciar affiorare alcuno sforzo per una migliore reciproca conoscenza.
Ancora nel Trecento vi è un curioso scritto, risalente al 1324 e attribuito allo sheikh Abu Firàs di Màinaqa, che raccoglie alcuni aneddoti circa la setta eretica degli Ismaeliti di Siria, del loro gran maestro Sinan, e anche il ricordo dell’uccisione dell’Aleramico: “Accostatisi i due [assassini] al sovrano [nemico] e giunto il tempo e il momento fissato, si avventarono sul re [Corrado], e lo trovarono (…) ubriaco e senza anima viva accanto. Gli tagliarono la testa, la misero in un sacco (…) affrettandosi fino a ricomparire dal re Saladino”[ABU FIRÀS DI MÀINAQA, Manaqib Rashid ad-din = Virtù del nostro signore Rashid ad-din].

È inutile domandarsi quale nucleo di verità contenga questa ricostruzione di avvenimenti, una volta depurata dai contenuti apologetici e retorici intesi di solito rappresentare.

Sicuramente le vicende di Corrado di Monferrato in Terrasanta svoltesi in un periodo in cui “l’Islamismo e il Cristianesimo si combatterono senza guardarsi in faccia” e senza capirsi colpirono in uguale misura l’immaginario mentale dei Latini, dei Greci e degli Arabi, e in questo contesto, anche solo l’evanescente quanto tenue ricordo del marchese in una fonte orientale del secolo XIV, non appare più un futile fatto letterario degno solo di una ricerca erudita, ma acquista una propria dimensione più pregnante.
Walter Haberstumpf

retorici intesi di solito a rappresentare.

I FANTASMI DEL CASTELLO DI CAMINO (ALESSANDRIA) di Walter Haberstumpf


Si dice che tra le sale del castello si aggiri il fantasma di Camilla Scarampi, morta di dolore per la decapitazione dell’amatissimo marito Scarampo Scarampi, avvenuta nel 1499 per volere del governatore di Casale Monferrato. Il 29 giugno di ogni anno, anniversario della decapitazione, naturalmente a mezzanotte, il fantasma di Scarampo Scarampi vagherebbe nelle sale del castello, inoltre il maniero sarebbe pervaso da strani rumori, come di qualcosa di pesante trascinato per le sale: sarebbe lo spettro di Camilla che vorrebbe trascinare il corpo dell’amato marito a Casale Monferrato.
La leggenda di Camilla Scarampi è frutto solo di una memoria letteraria. Nella tredicesima novella di Matteo Bandello, si narra, non sappiamo su quali basi storiche, come uno Scarampo Scarampi, signore di Camino, tra il 1494 e il 1495 avesse una lite con un suo vicino e, vista l’inutilità delle sue richieste presso la corte dei Monferrato, radunate alcune milizie fosse andato ad assediare il castello del rivale. A causa di quest’atto di forza, che causò la morte di alcuni uomini, al signore di Camino per ben due volte fu intimato di comparire di fronte al consiglio marchionale allora presieduto da Costantino ComnenoArianiti. Questi devastò le terre dello Scarampi e pose l’assedio al suo castello di Camino, mentre Camilla, moglie dello Scarampi e anch’ella appartenente a questo lignaggio, tentò invano di inviare vettovaglie alla guarnigione accerchiata e, nel contempo, richiese in Francia la protezione di Luigi d’Orleans.
Il principe francese inviò un messo con l’ordine di usare clemenza verso Scarampo Scarampi, ma il messaggio giunse troppo tardi: l’Arianiti, presa il maniero di Camino, ne aveva fatto già decapitare lo Scarampi, mentre Camilla, quando le fu comunicata la funesta notizia, morì all’istante di dolore. L’anno dopo l’Orleans divenne re di Francia col nome di Luigi XII e decise di vendicare la morte del suo protetto obbligando l’Arianiti a fuggire dal Monferrato.
Nel castello in un cortiletto interno, si può ammirare una lastra tombale, non
sappiamo quanto autentica, di Scarampo Scarampi e su di un muro vi è un’iscrizione in caratteri gotici, ma in realtà è un’operadel tardoOttocento, che ripresenta i punti essenziali della novella del Bandello.
Le uniche cose certe, da un punto di vista storico sono che Costantino Arianiti (1456 c. – 1551) ebbe come nipote Maria Branković, moglie di Bonifacio III Paleologo, marchese di Monferrato; alla morte di Maria, rimasta vedova, assunse la carica di governatore del Monferrato e di tutore degli eredi di Bonifacio III. In effetti Luigi XII, redi Francia, gli revocò la sua carica di governatore del Monferrato e lo relegò nella rocca di Novara, dalla qualeArianiti tuttavia poté evadere, rifugiandosi a Pisa, a Venezia, e infine a Roma ove offrì i suoi servigi alla corte pontificia.
Inoltre nel giardino interno del castello, solo durante la notte di S. Giovanni, si aggirerebbe il fantasma di un castellano, ucciso dai Francesi nel 1631 [sic], per non aver voluto rivelare il nascondiglio di un cofanetto di gioielli, tesoro che ancor oggi aspetterebbe in suo scopritore.Riguardo a questo fantasma del castellano ucciso dai Francesi nel Seicento, l’episodio potrebbe riferirsi o all’occupazione di Camino nel 1630 da parte degli Spagnoli e dei Piemontesi, oppureall’espugnazione del fortilizio dopo un breve assedio dei Francesi nel 1643, o, infine, a quando dieci anni dopo (1653) un presidio spagnolo si arrenderà ai Francesi, anche se i conquistatori, dopo un sol giorno se ne andarono.
Walter Haberstumpf

MADE IN CHINA 4 di Gianluca Veronesi

In questo periodo siamo sicuri di non aver peccato di impazienza o di frettolosità. Tuttavia è venuto il momento di rianimarci e di affrontare la fase due, quella definita della “convivenza con il virus”.
Voi direte: perché, cosa abbiamo fatto fino ad oggi? Vero! Ma non ci hanno lasciato (per fortuna) grandi scelte nello stabilire la nostra strategia contro il male.
All’inizio non sapevamo nemmeno che la malattia esistesse, poi ci siamo blindati -incrociando le dita e trattenendo il respiro- per i famosi 14 giorni. Ora siamo come un cibo scaduto.
E come un carcerato che ha finito di scontare la pena, siamo divisi tra la voglia di libertà e il turbamento di abbandonare un luogo si’ scomodo ma anche protetto.
Ora, però, dobbiamo responsabilizzarci e prepararci a prender parte attiva alla battaglia ancora in corso : è finito l’assedio del nemico ma non siamo ancora in grado di uscire allo scoperto e di affrontarlo in campo aperto.
Dovremo ricominciare a vivere imparando a riconoscerlo, aggirarlo, distrarlo e, soprattutto, “distanziarlo”. Abbiamo alcuni preziosi alleati da mandare avanti (senza metterli in pericolo, ovviamente), da schierare in prima fila: i giovani e i guariti ormai immunizzati. E quando usciremo davvero di casa (maggio), incroceremo un periodo dell’anno sulla carta più favorevole: alte temperature, minore umidità, scuole e fabbriche chiuse, città meno affollate, soldi pochi o nulli da spendere.
Anche se sarà un’estate molto diversa, dove sarà necessario lavorare, recuperare il terreno perduto. Le ferie in fondo le abbiamo già prese, anche se non sono state rilassanti.
Sarà una lotta con il tempo tra il vaccino e l’autunno. Quello sara’ il momento della verità quando, se in assenza di una cura ormai sicura, tutti i fattori di rischio potrebbero riesplodere.
Mi sembra ridicolo creare contrapposizioni tra necessità che sono imprescindibili nonché indissolubilmente alleate. Parteggiare per il partito della salute contro il partito dell’economia o viceversa è solo una enorme sciocchezza.
Certamente non puoi aspettare che il virus sia definitivamente scomparso per riaprire l’Italia.
Questo anche nell’interesse della salute stessa: oltre a non sapere quali complicazioni possono derivare, alla lunga, da una permanenza così reclusa, bisogna rioccuparci anche delle altre malattie che sono state fagocitate dall’emergenza.
Sul fronte della ripresa industriale vedo un grande pericolo: l’economia avrà bisogno di una gigantesca immissione di liquidità e, in certi casi, la soluzione più rapida parrà quella di rendere pubblico, statale o regionale o comunale, quel segmento di attività.
Purtroppo tutta la politica nazionale (destra, centro, sinistra) è sempre favorevole al diventare azionista di qualunque cosa, perché ci vede un aumento del suo potere (io ci vedo solo un aumento del debito pubblico).
Al contrario, tra le cose che si sono capite da questa crisi è che lo Stato deve concentrarsi sulle uniche questioni veramente indispensabili. La salute è una di queste poche (insieme alla ricerca).
È un grande privilegio (anche se in queste circostanze sembra una colpa) essere un Paese che ha così tanti suoi cittadini arrivati all’età della “fragilità” e della iperfragilità. Ma non è successo solo perché abbiamo buoni presidii medici. È accaduto perché il nostro sistema sanitario garantisce la gratuità delle cure. In altre nazioni simili alla nostra per qualità dell’assistenza i malati abbandonano i trattamenti, non potendo permetterseli. Questa nostra eccellenza tuttavia va continuamente aggiornata e implementata.
Tra le cose che si sono capite durante la crisi è che le malattie si combattono anche (e soprattutto) prima del ricovero in ospedale, che non può diventare l’imbuto di ogni necessità curativa.
Prevenzione e territorio non sono due parole retoriche ed astratte, significano tante piccole accortezze, la modifica di abitudini sbagliate, dovute più a pigrizia che ignoranza.
Nell’attesa spasmodica e miracolistica del vaccino che ci libererà dal panico, cominciamo a prendere quelli che già conosciamo.
Questo significa riorganizzare completamente il modello della sanità. L’assistenza domiciliare e le case di riposo, per fare due esempi di attualità, vanno radicalmente ripensate.
“State a casa” è uno slogan che ci ricorderemo per sempre. Per la prima volta, in epoca di pace, gli Italiani -famosi per la propria diffidenza, individualismo e disprezzo per tutto ciò che è pubblico- hanno delegato integralmente il loro benessere.
Ma è un’impressione errata: essi hanno capito, al contrario, che la salute è una condizione totalmente partecipativa, che necessita di una adesione continua, vigile ed attiva, che il proprio impegno salva gli altri ma che la propria tranquillità dipende dai comportamenti altrui. Per chi è abituato a far tutto per conto suo, non fidandosi di nessuno, scoprire che siamo tutti sulla stessa barca è già un risultato sorprendente e preziosissimo.
GianlucaVeronesi

CHI VOGLIO ESSERE DOPO IL COVID-19? Di Leonardo Aldegheri


Esiste una zona di paura, una zona di apprendimento e una zona di crescita.

Ora senza scadere in banalità, la paura c’è e non è così scontato per tutti “esorcizzarla” o persino USARLA a proprio vantaggio.
Non sappiamo quanto tutto questo durerà e non sappiamo il DOPO, come sarà.
A conti pratici: oggi per alcuni è avere i soldi per fare la spesa, non tanto pensare “ma andiamo al mare quest’estate?”
Tutte domande lecite, per carità, perché magari al mare ci si va coi propri bambini e il solo pensiero di privarli non è simpatico.
Per chi verrà messo in cassa integrazione, per chi sta lavorando, per chi già prima non faceva niente..
Tutto quello che sta accadendo sta facendo emergere aspetti che c’erano già ma non erano così chiari, così le nostre debolezze.

Dal web
Ci sono cose che al momento non possiamo fare ma ci sono cose che POSSIAMO FARE e alla grande anche.
Come passare dalla zona di paura alla zona di apprendimento, leggendo ad esempio.
Nutrendoci di cose sane, non necessariamente ammorbandoci di notizie tutto il giorno!
Appresa, basta una volta: NON SERVE INTOSSICARSI.
La paura fa sicuramente parte di ciò che non vogliamo. Spostare il focus su ciò che VOGLIAMO ha sicuramente un po’ più senso.
Così come mettere in pratica quanto appreso. Ecco la zona tre. Fin da oggi, fin da subito.

“ La vita” di Lia Tommi

La vita

mi ha presa per mano.

In un soffio 

in un palpito d’ali

mi ha condotta

laggiù

al mistero dell’orizzonte

dove cielo e mare

si abbracciano

e si fondono

nell’immenso

eternamente. 

E andando scalza di corsa

sul mare

l’ho sentita, la vita

dolce e fresca

come un’onda

E incredula

l’ho vista andare 

a infrangersi sugli scogli

e poi. …

poi tornare ancora

limpida e pura

e scorrere senza tempo

laggiù

al sogno di schiuma

alla gioia di esistere. 

Lia

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