UN GIARDINO NELLA REPUBBLICA DEL TATARSTAN Testo: Nadia Presotto Foto: Renato Luparia

Nella lontana Repubblica della Federazione Russa del Tatarstan, nel centro della pianura dell’ Europa Orientale, a una cinquantina di chilometri dalla capitale Kazan, sorge da quattrocento anni il paese di Laishevo, sulla riva del fiume Kama, affluente del Volga, nel punto in cui più che un fiume sembra una lago, tanta è la sua larghezza.

E in questo paese che conta circa ottomila abitanti, per lo più tatari, Margarita Shatkova, una delle più note architette e paesaggiste di Kazan, è stata incaricata dalla proprietaria Giuliana a realizzare il giardino che circonda una recente costruzione, comprendente l’ abitazione, la sauna e l’ autorimessa. Le due signore hanno quindi unito competenza e buon gusto, scegliendo le essenze adatte al clima continentale, che ben sopportano gli inverni freddi e le estati brevi e calde.

Fin dall’ ingresso della proprietà si notano il rigore del progetto, rappresentato da un prato davanti la casa, con i percorsi segnati da aiuole di Cotoneaster lucidus e di rose floribunde Leonardo daVinci che conducono alle varie zone. Margarita ci invita a vedere la zona dedicata all’ orto, sul retro dell’ abitazione, accanto a un edificio adibito a sauna; le aiuole sono delimitate da assi in legno che accolgono cetrioli, pomodori, cavoli e insalate e sul lato destro alcuni alberi di mele (coltivare mele fa parte della grande tradizione russa). Le essenze fiorite messe a dimora in questa zona sono rappresentate da alcune ortensie, da numerose Hoste con grandi e perfette foglie,- qui non ci sono lumache, ci racconta Margarita , quindi crescono rigogliose. Le peonie non sono ancora fiorite mentre le rose e la Datura portano alcuni fiori. Cattura l’ attenzione per la sua “leggerezza” una insolita clematide, la Clematis mandshurica.

Una parte del giardino, leggermente sopraelevata, è riservata alla piscina e lo specchio d’ acqua riflette i colori del cielo; l’ adiacente soggiorno all’ aperto con la parete attrezzata per la cottura di cibi, é realizzato su progetto di Margarita, con materiali naturali. Le basi dei pilastri sono ingentiliti da vasi di coleus e petunie.

Superata la zona piscina, attraverso un verde e curato prato si raggiunge l’ edificio adibito ad autorimessa. Qui la paesaggista ha voluto creare un bordo misto, prendendo spunto da quelli inglesi, ma le essenze sono state scelte dalla proprietaria: conifere, Hoste,una Weigelia florida qualche rosa, alcune Hidrangea Paniculata Lime light e Sundaw Fraise

In una terra lontana, dove la vegetazione è rappresentata da pini, abeti e betulle, ci si incanta ad ammirare questo giardino, un luogo nel quale lo sguardo porta a contemplare la cupola dorata della moschea.

UNA ARTISTA A KAZAN di Nadia PRESOTTO

L’ arrivo all’ aeroporto  nella città di Kazan, capitale del Tatarstan,Repubblica Autonoma della Federazione Russa e terza capitale della Russia, è in piena notte, giusto in tempo per assaporare la gioia dell’ alba mentre Olga Ulemnova, direttrice del Museo delle Scienze e critica d’ arte, ci conduce in auto in centro città. Sorge il sole che scorgo oltre i filari di alberi, il cielo si tinge di rosso e giallo; sono i primi colori che vedo di questa grande città che, pochi giorni prima del mio arrivo (agosto 2018), è stata protagonista dei mondiali di calcio. Ed i simboli ci sonno tutti: dall’ installazione con il pallone nel centro della città, ai negozi di souvenir che, un mese dopo, vendono ancora le magliette.

Sono a Kazan perché, su invito, espongo alcune xilografie all’ interno di una mostra collettiva (artisti russi e italiani) inauguratail 9 agosto 2018 alla presenza del Ministro della Cultura del Tatarstan e della televisione. La mostra, allestita nello spazio riservato alle mostre temporanee nel prestigioso State Museum of Fine Art, all’ interno del Cremlino, era accompagnata da un catalogo ed il numeroso pubblico presente all’ evento inaugurale ha ammirato in particolar modo  le opere degli artisti italiani. Il popolo russo è attratto dalla cultura italiana (la conoscono perfettamente!) e hanno chiesto informazioni sulla mostra, sulla tecnica utilizzata, sugli artisti, insomma un interesse che raramente si riscontra in Italia.

Brevi ma intensi i giorni trascorsi a Kazan, con la possibilità di visitare la città insieme agli artisti russi: Olga Ulemnova (Direttrice dell’ Accademia delle Scienze del Tatarstan e critica d’ arte), Alexander Artamonov (Presidente Associazione Graphcom di Kazan), Irina Antonova, Vera Karaseva, Marat Mingaleev, Sergey Repnin, Igor Ulangin e Alexandra Nicolaeva.

Affascinante la visita al Cremlino,  uno sei siti del Patrimonio Mondiale UNESCO – che ha al suo interno, oltre al Museo di Stato, la splendida moschea con le guglie azzurre, la cattedrale dell’ Annunciazione e il Monastero della Madonna di Kazan; interessante la visita al museo delle icone.

La storia millenaria di questa città rivive negli splendidi monumenti che la adornano e qui, a 800 chilometri da Mosca, convivono e collaborano in pace le comunità ebraica, cattolica, mussulmana e ortodossa.

La via pedonale è piena di vita e di svago; frequentati i numerosi negozi che vi si affacciano; resa interessante anche per i decori floreali ed i monumenti. Ma come non citare la BibliotecaNazionale con i suoi preziosi volumi? Una visita particolarmente interessante, come le sale del Museo, ricche di capolavori di artisti russi ed il museo etnografico.

Il viaggio mi ha dato la possibilità, grazie a Olga, di conoscere l’ architetto-paesaggista Margarita Shatkova e con lei visitare un giardino realizzato nella cittadina di Laishevo, sulle rive del fiume Kama.

Un viaggio cultuale che resterà tra i miei ricordi più belli, grazie alla calorosa accoglienza e la disponibilità degli artisti russi. Il rapporto non è cessato e altre mostre sono state organizzate sia in Italia che in Russia. Io personalmente ho curato una mostra con le loro opere al Castello di Costigliole d’ Asti nell’ inverno 2019 e prossimamente, nel settembre 2020 una mostra sarà allestita a Nabereznye Celny dall’ artista e curatore Marat Mingaleev.

Nadia Presotto

Affinché resti Memoria. Il Monumento al Medico Condotto e il Tempio Votivo ai Medici d’Italia. Di Pierluigi Piano

Ad oggi il sacrificio dei Medici impegnati contro il Coronavirus in prima linea ammonta a 150 vittime.

Quanti sono al fronte? Quanti paramedici, infermieri, assistenti socio sanitari, per non dimenticare chi è incaricato delle pulizie… sono in prima linea a combattere questo nemico invisibile e silenzioso.

In un paesino arroccato a metà costa della Valcuvia tra castagni e faggi, Duno, e in un angolo nascosto tra le robinie al Sacro Monte di Crea nel Comune di Serralunga di Crea, sorgono le uniche due realtà italiane e mondiali, che ricordano i Medici e il loro sacrificio: il Tempio Votivo dei Medici d’Italia di Duno (VA), sorto nel 1928, e il Monumento al Medico Condotto di Serralunga di Crea (AL), inaugurato nel 1979.

Il Tempio di Duno sorse per volontà dell’allora vicario don Carlo Cambiano e su progetto dell’architettp bergamasco Cesare Paleni.

«Don Cambiano pensò da subito di far costruire non una chiesa come nella norma, ma bensì un Tempio dedicato ai medici, un edificio religioso con duplice valenza: sacra come luogo di culto cristiano e civile come memoria e perpetuazione dei nobili ideali della professione medica», ricorda Francesca Boldrini, amica e studiosa del luogo e socia del Centro per lo Studio e la Promozione delle Professioni Mediche.

«Ad avvalorare la valenza civile nel 1940 venne realizzata, sul lato destro del Tempio con apertura all’interno dell’immobile stesso, una cappella circolare con le pareti ricoperte di marmi che fu denominata Sacrario. Inizialmente si pensò di incidere sui marmi i nomi dei medici caduti nelle guerre, affiancati dalla sigla P. P. (Pro Patria) e con la stelletta in bronzo per i medici decorati di medaglia d’oro al valor militare, poi, invece, si decise di ricordare anche i medici caduti nell’esercizio della professione abbinando al nome la sigla P.H. (Pro Humanitate)».

Nell’anno 1979, dopo un decennio di appelli e sensibilizzazioni dell’opinione pubblica, con la promozione dell’Associazione Nazionale dei Medici Condotti, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Amministrazione Provinciale di Alessandria, della Federazione Nazionale degli Ordini, dei Comuni di Casale M.to e di Serralunga di Crea, dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Provincia di Alessandria e della Regione Piemonte, si giunse alla realizzazione di quell’importante monumento nell’intento di ricordare quell’istituzione indimenticabile che era la figura del medico condotto, valorizzandone l’operato ed i suoi meriti e rappresentando così la riconoscenza di tutto il popolo italiano per la nobile figura di operatore della salute quale era il medico condotto. L’occasione per la costruzione di quest’opera fu la morte del dottor Armando Sonnati medico condotto, nativo di Cerrina (AL), che morì nella neve nella notte del 30 dicembre 1967, mentre si recava a visitare una bambina, che stava male, in una casolare sperduto nella campagna langarola di Montà d’Alba dove prestava la sua condotta.

Un sacrificio, come quello di Gianfranco Trevisan, medico condotto scomparso sotto la diga del Vajont, o quello di Biagio Marino, sepolto sotto le macerie del terremoto di Montevago  nel Belice. La tragedia univa così, idealmente il Nord e il Sud del nostro Paese.

Nel 1969, una insegnante elementare, una “maestrina d’altri tempi”, Magda Maino, di Serralunga di Crea, con i suoi alunni lanciarono la proposta di dedicare un monumento al Medico Condotto.

Dopo un lungo e faticoso cammino, durato circa dieci anni, si giunse alla realizzazione di quel Monumento.

Fu individuato come località per collocare il monumento un piazzale «alle pendici di un monte sormontato da un santuario, nel quale la forte e laboriosa gente del Monferrato accomuna la devozione alla Madonna alla propria storia secolare – concentra tutta la gamma dei valori umani, religiosi, civili, culturali e turistici, che compongono la civiltà di un popolo»

Serralunga di Crea venne così «a rappresentare l’Italia dei borghi, dove un tempo la figura del Medico condotto – insieme con quella [della levatrice], del maestro, del parroco e del farmacista – dava forza connettiva al tessuto della comunità locale».

Il complesso monumentale, ideato e progettato dallo scultore – architetto Luigi Visconti, sorge sul fondo di un ampio terrazzo alberato. «Sul frontespizio di un muricciolo in cotto e conci di tufo, caratteristico del Monferrato, corre un bassorilievo in bronzo, che illustra, in sedici pannelli, significativi episodi della vita del Medico condotto italiano.

Sulla piattaforma si apre, aureolata da un arco, alta due metri e mezzo, la statua bronzea di una madre che slancia in avanti il suo bambino, offrendolo alla amorosa sapienza del medico.

Luigi Visconti, scultore, incisore, incassatore nella ditta Luigi Deambrogi, architetto, insegnante, incisore era nato a Valenza nel 1916. Fu allievo di Marino Marini presso l’I.S.I.A. di Monza e  di Francesco Messina presso l’Accademia di Belle Arti di Brera in Milano.

Si laureò in Architettura presso il Politecnico di Milano. Visse tra Valenza, Alessandria e Milano dove aveva lo studio e il lavoro. Ha insegnato per molti anni “plastica” presso l’istituto professionale per Orafi (IPO) di Valenza (oggi ForAl). Si spense nella città natale, Valenza, nel 1996. Vinse numerosi premi d’arte.

Il monumento presenta la statua in bronzo di una madre, che slancia in avanti il suo bimbo e vuole esprimere “la vita”, nata dall’unione di due esseri (e ciò è espresso, in sintesi, dalle due quinte che stanno dietro alla madre) e difesa in ogni momento dal medico condotto.

Fanno corona alla statua sedici pannelli, pure modellati in bronzo, che ricordano alcuni degli interventi più significativi di questo “missionario” del bene fisico e morale.

Il materiale usate, il calcestruzzo, lavorato a faccia vista, ed il bronzo, sono forti e resistenti all’usura del tempo.

l primo bassorilievo è ispirato a un  racconto di Renato Fucini, nel quale si narra di una bravata in una casa da gioco a Pisa, dove uno studente ebbe a perdere tutta la mesata necessaria al suo mantenimento agli studi. Il padre, medico condotto, gliela ridiede con grande sacrificio.

Nel secondo è illustrato un episodio ch’ebbe protagonista il dott. Gerra, medico condotto a Gerra, egli riuscì ad operare sull’aia della fattoria, mediante amputazione di un arto, una ragazza che per un incidente ebbe la gamba stritolata.

Nel successivo: Il dott. Attilio Cavallero, medico condotto a Felizzano, durante una epidemia di vaiolo verificatasi nelle campagne, riuscì ad isolare un ammalato con grave rischio della propria vita.

Segue un altro bassorilievo nel quale »lo stesso dott. Cavallero, arrivato a casa, entrò vestito, così com’era, in un mastello da bucato, dove aveva fatto approntare una soluzione disinfettante.

Il dott. Armando Sonnati, che con il suo sacrificio ebbe ad ispirare la creazione di questo monumento, è ritratto nel momento in cui, quasi presago di quanto lo attende, saluta la moglie ed i figli, per recarsi a compiere il suo dovere.

Quello successivo illustra la morte del dott. Sonnati, mentre (in basso) la sua famiglia, e (in alto) la famiglia dell’ammalato, lo attendono invano.

L’altro «bassorilievo rappresenta la scuola pluriclasse della maestra Magda Maino (gli scolari, dopo la rievocazione che la loro maestra ha fatto del patetico episodio, spontaneamente offrono il loro obolo per erigere una statua ricordo).

Tra le varie prestazioni del medico condotto c’è anche quella dell’assistenza alle partorienti, nel momento che mettono al mondo una nuova vita.

Qui il medico condotto è anche ostetrico.

Segue: La visita a domicilio dell’ammalato segna il momento più importante della missione materiale e morale del medico condotto. In tutte le più lontane case della sua condotta. Egli arriva alla prima chiamata.

Non meno preziosa la visita ambulatoriale per i casi meno gravi.

Il bassorilievo seguente ricorda «l’abnegazione di un medico condotto operante a Lu Monferrato, che, come tanti altri colleghi, si prodigò in soccorso dei partigiani feriti.

Il modico condotto è sempre presente nella vita del popolo italiano, quando e ovunque è richiesta la sua assistenza. Al mare soccorre chi sta per annegare…in montagna accorre nelle più varie sfortunate contingenze.

Nel bassorilievo che chiude la serie: Tre donne commentano la vita nei suoi diversi momenti e il Monumento stesso, dal racconto di Fucini alla scalata in montagna, e ne vogliono trarre una morale. Esse sono: l’intraprendenza, l’Indifferenza, la Tolleranza. Sotto c’è una chioccia con i suoi pulcini e, dietro, il gallo: “la vita”.

Il Gallo che compare anche nel logo del Centro per lo studio e la promozione delle professioni mediche.

Il 23 settembre saranno 40 anni dalla inaugurazione del Monumento al Medico Condotto d’Italia, il 25 agosto 2018 il Tempio Votivo dei Medici d’Italia ha festeggiato il suo ottantesimo anniversario di consacrazione e, il 3 ottobre, la sua erezione a santuario.

Come riporta Francesca Boldrini nel suo saggio, già citato, il giornalista Giovanni  Cenzato nella sua Prefazione alla pubblicazione di don Cambiano sul Duno e il Tempio Votivo dei Medici d’Italia scrisse: Come sia nato questo tempio è stato detto da varie persone, è stato illustrato da più di uno scrittore. È una delle storie più commoventi che abbiamo mai intessuto di dolcezza il groviglio spinoso delle umane vicende. Il sacerdote Carlo Cambiano ha una venerazione speciale per i medici. Essi sono per lui degli apostoli. Opinione questa naturalmente divisa da quanti sanno apprezzare con serenità di giudizio e con onestà di coscienza il sacrificio diuturno di questi uomini di scienza, spesso misconosciuti e un tempo persino derisi, per quanto inutilmente. Il medico è veramente un apostolo. È spesso un eroe. Gli atti più generosi dell’altruismo vengono spesso da uomini che, come loro, conoscono la miseria della nostra carne, per la quale andiamo si follemente ambiziosi, e quindi sanno comprendere quanto sia inferiore allo spirito. I medici sono soldati che combattono la morte, pur sapendo che il destino non muta da uomo a uomo, perché per quanto vi sieno uomini che abbiano tutte le ore colorate di letizia, v’è immancabilmente per ognuno, sia ricco che povero, primo od ultimo nella scala sociale, un’ora che lo uccide. I medici studiano per allontanare quest’ora., non già per distruggerla, ché questo non sarebbe un dono, ma un castigo. Morire è arrivare a Dio. Ma più che ritardare quest’ora, i medici leniscono le nostre sofferenze, aiutano a sopportare. Sono dei Cirenei. La scienza li aiuta ma il più spesso è il cuore che aiuta.

Bisogna stimarli, venerarli, ammirarli, Don Cambiano non è medico, ma del medico ha studiato l’anima, ha compreso le lotte e i sacrifici. Ha pensato che essi si dibattessero spesso contro il nemico implacabile e che nel momento decisivo la scienza, che è cosa umana, non servisse più. Allora può intervenire la scienza non umana, che è la conoscenza di Dio. Dio può aiutare, illuminare, infondere quel coraggio esterno che solleva chi sta per cadere. La luce è anch’essa un’arma. Bisogna dire ai medici che la Fede è una forza. Ed egli lo volle dir loro innalzando per essi una chiesa, dedicandola loro, offrendola loro in dono. E così nacque il Tempio di Duno per i Medici. È la casa del loro spirito che aduna, ad un tempo, la speranza e la gratitudine verso l’onnipotente. Nulla s’è mai fatto in Italia, anzi al mondo di consimile. Non solo. Ma il pio sacerdote ha voluto dedicare ai Medici un sacrario, ha voluto che fossero scritti in esso i nomi dei Medici caduti nell’adempimento del loro dovere, sia in pace che in guerra. Li lancia nell’eternità senza sfoggio di monumenti allegorici, grandiosi e ingombranti, fatti spesso più per la vanità di chi resta che per la pietà di chi parte.

Legato a don Carlo Cambiano e suo amico fu «il medico condotto Salvatore Giuffrida, che fino alla morte avvenuta nel 1934, con abnegazione, viaggia per la Valcuvia, giorno e notte, per sovvenire ai bisogni dei suoi pazienti», che con il giovane sacerdote torinese, condivise l’idea di erigere un Tempio Votivo nel piccolo Comune di Duno.

Tutta la costruzione e successiva decorazione vide la collaborazione e l’opera stessa di numerosi Medici Condotti; così «dello scultore Enrico Magrini, medico condotto di Busnago, la porticina del Tabernacolo, il busto di don Cambiano e il portale del Tempio.

Ho parlato di medico condotto – scrive Francesca Boldrini – «una categoria di medici di cui Magrini andava fiero, tanto da scrivere in una lettera del 12 settembre 1849, indirizzata al professor Di Natale, «[…] Se, come sarà necessario, verrà reso di pubblica ragione e il nome e la categoria cui appartiene il modellatore, prego sia posta bene in evidenza la mia condizione di medico condotto (dura, durissima qualifica) e che questo suo lavoro è una prova di attaccamento a quel corpo di professionisti, ai quali ritengo molto onore appartenere, lavoro che ha una sola innegabile qualità: l’affetto ai colleghi che coll’opera e colla vita hanno dato lustro e memoria alla professione».

Sulle sculture del portale rimando all’esaustivo saggio di Francesca Boldrini, già citato.

Scrive, sempre Francesca Boldrini: «Nelle due parti dello zoccolo del portale sono racchiusi due medaglioni: a sinistra una madre in pianto (luctu mater), a destra tre putti che allontanano (arcent) la nube dei morbi deleteri. Questo gesto vuol essere l’augurio di poter giungere al completo benessere della stirpo attraverso una saggia prevenzione. Il motto “Arcent” (tengono lontano) spiega il concetto cui si è ispirato l’autore.

Assonanze, forse…

Così Giovanni Sisto, chiude le sue note sul Monumento al Medico Condotto d’Italia: «Ma il monumento non vuole essere un semplice, e pur doveroso, atto di gratitudine al Medico condotto: se così fosse, già al suo nascere, sarebbe un documento di puro valore archeologico, e sarebbero frustrati dieci anni di studio e di operosità. Il Comitato promotore ha ritenuto così di trasmettere al Servizio Sanitario Nazionale, che sta ristrutturando ab imis l’organizzazione della salute nel nostro Paese, le funzioni e lo spirito del Medico condotto, senza i quali l’assistenza sanitaria di base non avrebbe né anima né volto umano.

Il Monumento non sarebbe che un inerte blocco di tufo, cemento e bronzo relegato in un anfratto del monte di Crea, se, come il mitico Giano bifronte, non guardasse idealmente al passato, per ricuperarne i più schietti valori umani, e non guardasse anche al futuro, per proiettarsi in questa società ancora tanto disumana e disumanizzante.

«Se la nostalgia per il medico di una volta non dev’essere condizionante e pregiudicare gli sviluppi del progresso nella medicina e nell’assetto sanitario nazionale, è doveroso riconoscere che il paziente non può essere ridotto a puro oggetto di studio o, peggio, a un “numero” nell’unita sanitaria locale.

«L’ammalato non è un concentrato di analisi e di dati statistici, ma, prima di tutto, un uomo»; e riprendendo le parole del dottor Magrini ad un gruppo di medici, ai quali presentò in anteprima la sua opera, lo scultore spiegò così’ la rappresentazione generale del portale:

«[…] Malattie, pregiudizi e violenze sono la causa prima delle sventure, alle quali il genere umano è costretto a soggiacere. Ad eliminarle – nel limite del possibile- una casta di Uomini si è particolarmente dedicata alla cura e alla prevenzione di molte di tali sventure. Per secoli e secoli la scienza ha vissuto vagando incerta tra sintomi, cause ed effetti, confondendoli bene spesso gli uni con gli altri; sì che soltanto nell’ultimo secolo si è potuto lentamente  raggiungere una certa sistemazione consolidando i principi scientifici. Ora il portale nella sua raffigurazione generale tenderebbe appunto a riassumere questo penoso cammino».

Proprio su queste parole chiudiamo questo intervento auspicando che, quanto prima, cessata questa pandemia si riesca a creare un gemellaggio tra il Tempio Votivo dei Medici d’Italia di Duno e il Monumento al Medico Condotto d’Italia di Serralunga di Crea, uniche realtà italiane, europee e mondiali, che ricordano questa “alta” e nobile Professione e il loro muto sacrificio.

Brevi note bibliografiche

Lucio Bassi, Luigi Visconti, Monumento al Medico Condotto d’Italia Serralunga di Crea (AL) – Parco del Sacro Monte – inaugurazione 23 settembre ’79, Regione Piemonte, Torino1979.

Francesca Boldrini, Il Tempio Votivo dei Medici d’Italia: «porto di rifugio dello spirito», in «Terra e gente», 26, 2018, pp. 185 – 200.

Carlo Cambiano, Duno e il Tempio Votivo dei Medici d’Italia, Edizioni D’Arte Pavoni, Milano 1942.

Giovanni Censato, Prefazione, in C. Cambiano, Duno e il Tempio Votivo dei Medici d’Italia cit., pp. 17 – 19.

Giovanni Cenzato, Piccolo mondo provinciale, prefazione di Renato Simoni, copertina e tavole di  Michele Cascella, Editore Ulrico Hoepli, Milano 1946, p. 276.

Italo Farnetani, La condotta medica come modello di efficace assistenza sanitaria nel territorio, in «Annali Aretini», 2012; 19, pp. 209 – 224.

Renato Fucini, I soldi del babbo, da Dolci Ricordi, in Le veglie di Neri, TEN, Roma 1993, p. 78.

Idro Grignolio, La storia del dottore che morì nella neve il monumento al Medico Condotto a Crea, in «Azione Sanitaria», XXVI, 2009, n. 9/10, p. 3.

Antonio Molfese, Il Medico Condotto. Storia dell’Assistenza sanitaria sul territorio prima e dopo l’Unità d’Italia, Centro Regionale Lucano dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria, Centro Studi sulla Popolazione – Torre Molfese, San Brancato di Sant’arcangelo (Pz) 2008.

Giovanni Pascoli, ”Ai medici condotti” [precede: Pascoli e i medici di Ettore Janni], Ed. il Giardino di Esculapio,  Milano 1955.

Monica Simeoni, Un medico condotto in Italia, il passato presente. Pierluigi Piano

Giovanni Sisto, Perché un monumento al Medico Condotto, in Bassi, Visconti, Monumento al Medico condotto, cit., [9] p. n.n. qualitativa, Franco Angeli, Milano 2009.

Giovanni Sisto, Perché un monumento al Medico Condotto, in Bassi, Visconti, Monumento al Medico condotto, cit., [9] p. n.n.u

Curiosità storiche e culinarie di Patrizia Rossetti

C’era una volta un paesino ubicato fra le montagne del luinese (in provincia di Varese) che dividono l’Italia dalla Svizzera, nella valle Dumentina, cosi chiamata anche “Valle Smeralda” per i suoi colori verdeggianti: è Runo di Dumenza. Vi starete chiedendo il perché abbia iniziato con “c’era una volta”, certamente non vi sto raccontando una favola ma una storia vera di un paesino da favola, con poche anime ma che ha dato i natali ad alcuni personaggi noti in tutto il mondo, che farebbero invidia a qualsiasi paese. Uno di questi è Bernardino Luini, il celebre pittore, allievo di Leonardo da Vinci. Poi all’insigne cuoco che scrisse dei trattati di cucina medioevale, lasciandoci un grande patrimonio storico culinario, perché sono alla base della nostra cucina attuale: Bartolomeo Scappi. Ci furono vari dubbi sul suo luogo di nascita: chi diceva fosse bolognese, chi veneto; ma una lapide applicata ad una parete della chiesa parrocchiale di Runo dedicata a S.Giorgio (patrono del paese) conferma la presenza della stirpe degli Scappi. Bartolomeo scrisse, come dicevo, dei trattati di cucina che sono raccolti in un libro dal titolo “L’opera del ben cucinare”. Questo fu diviso in sei parti: la prima riguarda il galateo in cucina, del metodo di conoscere e conservare le vivande. La seconda tratta della carne dei quadrupedi e volatili domestici e selvatici. La terza tratta dei pesci, delle uova e delle minestre. La quarta parla delle vivande distribuite secondo le stagioni. La quinta come fare pasticci e dolci. Nella sesta tratta delle vivande più adatte agli infermi e ai convalescenti. Tutte e sei le parti completate da ricette. Dopo aver lasciato il suo paese, lo Scappi, opera a Bologna e poi a Roma, dove fu “maestro di cucina di ben tre papi, meritandone il titolo di “Cuoco segreto” che gli venne conferito da Papa Pio V, cioè cuoco privato e il titolo di “Conte del Laterano”. La sua data di nascita è incerta,

ma la sua morte avvenne nel 1570.Oggi, a Runo chi onora, oltre ai piatti della cucina tradizionale locale, anche quella medioevale dello Scappi (dal 1995) sono i fratelli Daniela e Adriano Pelandella del “Ristorante Smeraldo”. Essi sono la terza generazione di una famiglia di ristoratori; prima iniziarono i nonni Giulio e Adriana fino al 1975. Successivamente i genitori Pietro Renzo e la mamma Anna Maria fino al 2011. Vi voglio far conoscere il menù con le ricette di Bartolomeo Scappi che potreste assaporare nel loro ristorante: 1 ° servizio: Offelle di pesce persico- 2° servizio: Riso alla lombarda in tortiera – Torta di lasagne con capi da latte – 3° servizio: Fricassea di vitello detta Mangana- 4° servizio: Cannoncelli d’uovo farciti. Ora vi suggerisco una ricetta di Bartolomeo Scappi.

Buon Appetito!!!!

Omelette d’arance – Ingredienti:

6 uova- 3 arance – 2 cucchiai di zucchero- 2 cucchiai di olio di oliva e sale- qualche goccia

di acqua di rose.

Fare delle omelette, sbattendo delle uova e aggiungendo lo zucchero, sale e il succo delle arance e acqua di rose Cuocere in una padella con olio di oliva. Servitele tiepide. A piacere, quando sono tiepide, spruzzatele con qualche goccia di acqua di rose .

Patrizia Rossetti

Patrizia Rossetti è nata a Milano ma vive da più di quarant’anni a Leggiuno in provincia di Varese. E’ diplomata in Ragioneria ma da sempre ha un grande amore per la tavola, la cucina e la sua storia, in particolare quella medioevale. Ora, oltre alla scrittura si dedica ai suoi tesori, i nipoti: Christian, Andrea

e Denise. Collabora dal 2004 con la rivista “Varese Mese” Nella rubrica “La buona cucina” dove pubblica articoli con ricette medioevali rielaborate. Con la stessa rubrica ha registrato un format di cucina con rete55 “Casa Rossetti”. Con Pietro Macchione ha pubblicato: “In cucina con i Promessi Sposi

“, “Santo Mangiare ” Ricette dai conventi lungo la Via Francigena e “Ricette con delitto” in collaborazione con l’amica Marta Bardi. Questi libri sono stati recensiti da parecchi quotidiani, settimanali e mensili come: “La Stampa”, “Il Giorno”, il “Corriere della

Sera”, ” Lombardia Oggi”, “Focus”, “Nuovo Cairo Editore”, La cucina Italiana, ecc. Ha ricevuto parecchi Premi: “Diploma d’onore ” nel Premio Letterario internazionale “Penna d’autore ” nel 2013. E’ stata relatrice al Salone Off di Pinerolo collegato al Salone internazionale di Torino. “Menzione di merito per l’originalità e la qualità del libro ” al Premio Internazionale “Il Picchio” nel 2016. Nel 2017 le è stato conferito il “Premio via Francigena” al Premio letterario internazionale “Citta’ di Sarzana”. Nel 2018

“Premio Finalista” Al premio letterario internazionale “Città

di Sarzana”. Menzione di Merito al Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo di Guidonia (Roma). Dulcis in fundo

al Premio Letterario Internazionale “Mario Soldati” di

Torino organizzato da Associazione Pannunzio ” si è classificata

al terzo posto nella sez. Saggi dedicati alla gastronomia” che ha ritirato il 2 dicembre 2018. Nell’ aprile del 2019 Viene pubblicato, dall’Editore Macchione, il libro ” La Leggendaria cucina del

Titanic”, il quale riceve nel luglio dello stesso anno al Premio Letterario Internazionale Città di Sarzana il ” Premio Speciale “De Gustibus Solcando L’Oceano”. Nel Maggio 2019, al concorso Letterario Internazionale “Gian Antonio Cibotto” di Rovigo, per il libro “In cucina con i Promessi Sposi” Premio Miglior Opera Storica Gastronomica.

Tra ruderi e fantasmi: Balzola (Al) di Walter Haberstumpf

Come per altri castelli piemontesi quello di Balzola risalirebbe al Mille, anche se, probabilmente, fu edificato forse dai Tizzoni nel tardo Trecento poiché a questo lignaggio Giovanni II Paleologo, marchese di Monferrato, concesse il luogo nel 1345. In vero una qualche fortificazione doveva esserci poiché in un atto del 1419, in cui si stabilisce la suddivisione dell’edificio tra due membri del casato Tizzoni, si descrive anche il castello, cinto da un fossato, e con altri edifici organizzati intorno a una platea. Da una mappa del 1607 stilata dall’ingegner Lelio Samero il castello è raffigurato da una manica lineare, dotata di porta o portico, edificio che collegato nell’angolo Sud- Ovest ai resti di mura e di una torre circolare.
Questo edificio, costruito sui resti del castello medievale, non durò a lungo poiché un incendio lo distrusse nel 1615. Successivamente i marchesi Fassati di Balzola (l’edificio è oggi conosciuto come Castello Fassati-Bertinotti o Castello Vecchio) iniziarono una sommaria ricostruzione di quanto rimaneva dopo l’incendio; il fabbricato quindi fu distrutto e riedificato a più riprese, tra il Settecento e l’Ottocento, per farne una dimora gentilizia. Non fu mai portata a termine … tanto che nel 1877 così Niccolini descrisse l’edificio: “Visitai a Balzola il luogo detto «il castello» ma di antico castello non viddi se non che pochi ruderi sui quali si è fabbricata una palazzina, che è tuttavia da ultimare, e che forse non si ultimerà mai”. Tale residenza castellata, mai finita e ancor meno abitata, era ancora in un discreto stato di conservazione prima dell’ultima guerra mondiale.
Poi a causa dell’abbandono si trasformò ben presto in una pittoresca rovina: si conservava ancora nel 1920 una delle originarie torri d’angolo del recinto poi nel 1971 crollò la facciata principale cui fecero seguito altri cedimenti; attualmente il complesso è cadente, strutture murarie e torri sono allo stato di rudere. In origine il castello – villa dei Fassati, edificato in una sorta di stile palladiano, doveva essere un massiccio edificio a pianta rettangolare con finestre a tutto sesto munito di due ali laterali sopraelevate rispetto al corpo principale con finestre rettangolari.
I continui rifacimenti e ricostruzioni, mai ultimati, le precarie condizioni statiche dell’edificio, protrattesi nei secoli, nonché la serie di cedimenti e di crolli, avvenuti nei secoli, forse dovuti a errati calcoli strutturali, e, infine, la mancata utilizzazione del fabbricato hanno dato origine a curiose leggende. Vi sarebbe un fantasma di un mago lebbroso che maledisse il castello quando, nel 1650, ne fu cacciato dai proprietari, risoluti a ristrutturare l’edificio.Da allora, si narra che, chiunque provasse a ricostruire, o

ad abitare il maniero s’imbatterebbe nel fantasma del mago, una figura maschile evanescente, ma ben visibile vestita di tela di sacco o iuta, con tanto di bastone munito di campanella, tipico dei lebbrosi. In effetti Balzola fu devastata dalla peste portata dai soldati nel Seicento, tanto che con atto notarile (15/11/1652) la comunità si dedicava alla protezione di S.Rocco.
Un’altra leggenda vuole che un gruppo di fanciulli entrati nei sotterrai del palazzo, pericolante, avrebbero rinvenuto nei sotterranei una lapide recante una maledizione; di quei bambini si perse ogni traccia e in alcune notti ventose si possono ancora ascoltare i lamenti, tra le rovine del maniero. Infatti, secondo un’accreditata tradizione vi sarebbe un lungo sotterraneo che i Tizzoni avrebbero fatto costruire tra il castello e il paese di Torrione, cunicolo che pare avesse bocche di areazione ogni cinquecento passi.
Walter Haberstumpf

Momenti di poesia con Pierluigi Piano

Da
Canti nel Silenzio


Come un pittore di marciapiedi Un verso, una frase gentile
per uno spicciolo gettato a terra Ma la tua moneta è un sorriso.


Canto LXIX
The fascination of silence
Adagio degnità metafisiche dimenticate Questa strada di giorni monotoni Persino il cane tace
Le mani in grembo
Clamorosa sconfitta
Discreta generosità
Destino della fantasia oppressa
Le ragnatele in cui ci si invischia
This the tempestuous loveliness of terror L’analisi del nostro male
Il commento lento
le note sussurrate con discrezione
«Great is their love who love in sin and fear»
Disposizione fisica a questo abbandono Se le cose stanno così…
Sedicenti vuoti in cui siamo noi stessi Degradati a contenuti
Accettati come pesi
Opaco clima di umanità Le physique du rôle Tutto è visto dall’esterno
Non aprire di più la porta socchiusa
La luce distruggerebbe le trame di luna E l’ordito discreto del silenzio…


Canto LXXII
Aperte le mani
Vie, solchi duri

Il fango raggrumato tra l’erba Ascoltare
Il silenzio improvviso
La fuga della strada all’angolo Un cane ti guarda e non abbaia
Orazioni di rododendri al cancello della villa Un vecchio seduto solo al sole
Aspettando la morte con rassegnazione… Canto LXXV
Giorni in cattività
Momenti di evasione
Ritrovarsi con una terribile paura di vivere
ed un voglia inesauribile di sconfinare
Andarsene
chiudere la porta del ieri
Sorridere. Canto LXXVI
Casale di giorno feriale
Mercato in piazza Castello
Santa Caterina nei suoi ricami rococò Vie e piazze
Palazzo Langosco e l’odore dei libri Pomeriggi senza te


Canto LXXIX
La neve dei pioppi
Leggero cotone aereo
Nel sole stanco
“Quattro passi” di due vecchietti
Il silenzio della lucertola sull’asfalto Primo pomeriggio

Canto LXXXVII
Dopo i giorni e gli attimi
Il rosso velluto dei sedili
L’odore muffo della polvere
Un nome sussurrato a fil di labbra
Adagio verso casa senza casa Debolezze immaginarie
I giornali e il sonno dei compagni di viaggio …


Cato LXXXVIII
Un bambino gioca con castelli di sabbia

Fuori Cantos
Al prà
Da dvan a cà
Par us Par fnestra
Armaî lì
[Il prato Davanti casa
cmé ’n ladar
Domani solo sabbia
Per la porta Per la finestra
restare lì
come un ladro]
°°°
p’n piassa
An s’la strà
Masnà ansema
[In piazza sulla strada bambini insieme]

°°°
’n spec i vedar C’mè ’n gat
A la luna
[Una specchio i vetri come un gatto
alla luna] °°°
Vist al rest
Al paroli ad cà nostra
Stacà i toch…
[Visto il resto
Le parole di casa nostra Staccare i pezzi]

Pierluigi Piano Bartolomeo Scappi cuoco segreto di Pio V

Immagini prese dal Web
Immagini prese dal Web


Un Cuoco e un Pontefice. Il sapore di una favola. Uno bello rubizzo e tondo, l’altro alto, alto, magro, magro… La prima caratterizzazione non corrisponde al vero, la seconda si avvicina di più alla realtà.
Bartolomeo Scappi era nato a Dumenza, sul Lago Maggiore, tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI. Poco o «nulla si sa sul suo apprendistato e la varietà regionale delle sue ricette può solo spingere a ipotizzare che si sia formato nel nord Italia». Negli anni 1528 – 1535 fu a Venezia al servizio del cardinal Grimano. Nel 1536 in aprile lo troviamo a Roma dove cura un pranzo in onore dell’Imperatore Carlo V per conto del cardinale Campegggi. Tra il 1536 e il 1551 risiede a Roma e cura una colazione per il cardinale Du Bellay. Dopo il 1546 diviene Cavaliere del Giglio. Nel 1547 prepara un consumato di polpe di cappone per il cardinal Bembo e un brodo di castrato per il cardinal Sadoleto. Tra il novembre e il febbraio 1550 allestisce per un cardinale, non identificato, il servizio durante il Conclave che eleggerà Giulio III. Nel 1551 prepara un brodo di pollo per il cardiane Cornaro. Probabilmente in quello stesso anno entra al servizio del cardinale Pio Di Carpi, presso il quale rimane sino al 2 maggio 1564, quando muore il cardinale. Nel 1564 viene riportato nei ruoli come cuoco segreto di Pio IV. Nel 1566, il nuovo pontefice, Pio V, lo conferma cuoco segreto.Nel 1570, dopo aprile, pubblica l’«Opera». Tra il 1570 e il 1571 acquista la carica di «Mazziere». Al 10 aprile 1571 data il suo primo testamento. Dopo il 10 aprile 1571, viene creato Cavaliere e Conte Palatino lateranense. Il 1° maggio 1572, muore Pio V, lo Scappi viene «giubilato». Il 14 maggio 1576 detta il suo 2° testamento. Il 13 aprile 1577 muore a Roma. Il giorno dopo viene sepolto nella chiesa dei cuochi, dei SS. Vincenzo ed Anastasio alla Regola, sede della Compagnia dei Cuochi e Pasticcieri della quale faceva parte.
L’«Opera» dello Scappi venne stampata per la prima volta a Venezia presso Michele Tramezzino nel 1570. «Seguirono, oltre un’altra non datata del Tramezzino, le edizioni presso Alessandro Vecchi del 1596, del 1598, del 1605, del 1610 e del 1622. L’opera venne poi nuovamente stampata a Venezia presso Combi nel 1643».
L’«Opera» si divide in sei libri: «Nel primo di contiene il ragionamento che fa l’Autore con Gio. suo discepolo. Nel secondo si tratta di diverse vivande di carne, sì di quadrupedi, come di volatili. Nel terzo si parla della statura, e stagione de’ pesci. Nel quarto si mostrano le liste del presentar le vivande in tavola, così di grasso come di magro. Nel quinto si contiene l’ordine di far diverse sorti di paste, et altri lavori. Nel sesto, et ultimo libro si ragiona de’ convalescenti, et molte altre sorti di vivande per gli infermi».
Pio V, Antonio Ghislieri, era nato a Bosco Marengo nel 1504 da una famiglia di modesta estrazione sociale. A quattordici anni entrò nel collegio dei Padri Domenicani di Voghera, dove prese il nome di fra Michele; a Bologna completò la sua preparazione e a Genova nel 1528 fu ordinato sacerdote. Domenicano e teologo a Pavia, commissario dell’Inquisizione romana, nel 1556 vescovo di Sutri e Nepi, Cardinale nel 1557, grande Inquisitore della Chiesa romana nel 1558. Contrario alla politica accomodante di Pio IV, fu eletto papa il 7 gennaio1566 e consacrato il 17 gennaio. La sua elezione si dovette proprio all’appoggio del nipote del suo predecessore, il cardinale Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano. Rigido verso sé stesso e gli altri, mirò all’applicazione integrale dei decreti tridentini e alla riforma generale della Chiesa: bandì il nepotismo, riformò la sua corte e il clero romano, migliorò il collegio cardinalizio, esigendo da tutti grande severità di costumi. Come possiamo leggere nell’Enciclopedia on line della Treccani: «Alla riforma del clero romano attese con energia, istituendo una commissione e prescrivendo con l’editto del 30 ottobre 1566 le norme per una vita veramente sacerdotale. Per la vigilanza sul clero nominò i visitatori, che furono rigorosissimi: molti preti indegni furono allontanati e i vescovi costretti all’osservanza dell’obbligo della residenza. Fu provveduto all’uniformità dell’insegnamento religioso con la revisione del catechismo, del breviario e del messale. Per un’edizione corretta della Volgata nominò una commissione di cardinali e chiamò, inoltre, a collaborare dotti di tutti i paesi. Con l’elevazione di Tommaso d’Aquino a dottore della Chiesa (bolla 11 aprile 1567) fece un’affermazione solenne dell’importanza della teologia medievale; creò la Congregazione dell’Indice dei libri proibiti (1571), mentre i sinodi, di cui prescrisse la convocazione regolare, dovevano servire a diffondere le deliberazioni del concilio. Pubblicò il Catechismo romano, il breviario e il messale romano; fondò seminari, nuovi ordini, come i Fatebenefratelli (1572). Intransigente parimenti nella politica estera, fondata essenzialmente sulla difesa del cattolicesimo dall’eresia e mirante ad ampliare i diritti giurisdizionali della Chiesa, provocò una tensione pericolosa negli stati di Filippo II: nel tentativo di favorire l’ascesa al trono inglese della cattolica Maria Stuart, scomunicò Elisabetta, con gravi conseguenze per i cattolici inglesi. Non seppe tradurre in realtà un suo progetto di una lega di sovrani cattolici destinata a estirpare l’eresia in Europa, e spesso il suo intervento massiccio preoccupò l’assolutismo dei sovrani. Riuscì invece, contro la rapida avanzata ottomana nel Mediterraneo, a far varare la Lega sacra, fallita però sostanzialmente dopo la vittoria di Lepanto, mentre egli pensava di allargarla con l’intervento dei sovrani del Medio Oriente». Si spense a Roma il primo maggio 1572.
Era tradizione consolidata che il cuoco personale, nostris intimis Coquis, come viene definito Bartolomeo Scappi nel motu proprio riportato nell’edizione dell’«Opera» del 1596, Venezia presso Alessandro Vecchi, preparasse per la ricorrenza del giorno dell’incoronazione del Papa un “Pranzo” offerto a cardinali, a dignitari di corte e appositamente invitati.
Di quel pranzo è rimasta memoria nel Quarto libro dell’imbandire le vivande.
La riportiamo per intero, anche se lunga, erano previsti servizi di credenza, ossia cibi preparati in anticipo. e servizi di cucina, cioè cibi appena cucinati:
Primo servitio di Credenza.
Noci d’India et nostrali confette asciuttelib. 22piatti 11
Scorza di cedro et di melangole confette asciuttelib. 22piatti 11
Polpa di cedro confetta asciuttalib. 22piatti 11
Melloni confetti asciuttilib. 22piatti 11
Persiche confette asciuttelib. 22piatti 11
Pignoccati freschinu. 55piatti 11
Pezzi di pistaccheanu. 55piatti 11
Calicioni di marzapane freschinu. 55piatti 11
Mostaccioli Napoletaninu. 55piatti 11
Morselletti di marzapane in più foggenu. 55piatti 11
piatti 100
°
Secondo servitio di Credenza
Biscotti Pisani con malvagia in bicchierinu. 55piatti 11
Capi di latte, serviti con zuccaro sopranu. 55piatti 11
Pesce salamone salato acconcio in insalatalib. 17 piatti 11
Cedro tagliato in fette, servito con zuccaro, sale et acqua rosa piatti 11
Tarantello acconcio in insalatalib. 17 piatti 11
Muggini di Comacchio acconci in insalatalib. 13 piatti 11
Capparetti con uva passa, zuccaro et aceto rosatolib. 17 piatti 11
Caviale acconcio in piatti con sugo di melangole sopralib. 17 piatti 11
Fucaccine fatte con butiro piccolenu. 55 piatti 11
Carpioni accarpionati, serviti freddi, con zuccaro et aceto rosato sopralib. 55 piatti 11
Cardi stufati insalatanu. 22 piatti 11
Orecchine piene di bianco magnarenu. 55 piatti 11
Schiene d’arringhe acconcie in insalayanu. 55 piatti 11
Olive di Spagnanu. 220piatti 11
Uva fresca conservatallib. 33 piatti 11
Schenale acconcio in insalatalib. 11 piatti 11
Fiadoncelli pieni di pignoli et uva passa et zuccaronu. 55 piatti 11
Alici acconci in insalatanu 165 piatti 11
Pasticci di trutte di 6 libre per pasticcio, serviti freddinu. 11 piatti 11
Gelatina in quadretti, con polpe d’anguille insaltate cotte in vino sotto piatti 11
Carote acconcie in insalatapiatti 11
Botarghe tagliate et anguille di Comacchio salate acconcie in insalatalib. 22 piatti 11
Trutte cotte in vino alla Milanese, servite fredde con viole sopralib. 66 piatti 11
Cefali stati in adobbo reale, cotti su la graticola, serviti freddi, con zuccaro
et cannella sopralib. 55 piatti 11
piatti 264
°
Primo servitio di Cocina
Offelle sfogliate alla Milanesenu. 55 piatti 11
Regni di sua Santità fatti di pasta, lavorati in più modinu. 11 piatti 11
Castelli di pasta pieni d’uccelletti vivinu. 11 piatti 11
Armi di sua Santità piene di varie materienu. 11 piatti 11
Lamprede grosse arrostite allo spedo, servite con limoncelli tagliati et
et zuccaro sopralib. 33 piatti 11
Teste di storione, et d’ombrina cotte in bianco, servite con petrosemolo
et fiori gialli et rossi sopralib. 11 piatti 11
Sapore giallo et rosso, l’impresa di sua Santità piatti 18
Pasticci di calamari piccioli, d’una libra per pasticcionu. 55 piatti 11
Crostate di tarantello dissalato et latte di spigolenu. 11 piatti 11
Crostate d’alici, anguille et tarantellonu. 11 piatti 11
Tomaselle di sarne fresche et tarantello, mescolato con cavialenu. 121piatti 11
Polpette di storione di quattro oncie l’una, arrostite allo spedo, servite
con uva passa cotta in vino et zuccaro sopranu. 121piatti 11
Pezzi di porcellette d’una libra l’uno, arrostiti allo spedonu. 55 piatti 11
Cannoncine d’ova alla Fiorentina di due ova l’una, ripiene di uva passa,
zuccaro et cannellanu. 55 piatti 11
Rossi d’ova fresche cotti, in piatti d’argento, con butiro, serviti con
zuccaro, cannella et acqua rosa sopranu. 110piatti 18
Ravioli senza sfoglia, serviti con cascio, zuccaro et cannella sopranu. 330piatti 18
Linguattole grosse cotte su la graticola, servite con limoncelli tagliati
sopralib. 55 piatti 11
Triglie grosse cotte su la graticola, servite con capparetti et zuccaro
sopralib. 55 piatti 11
Pasticci di spigole di 6 libre per pasticcionu. 11 piatti 11
Rombi in pottaggiolib. 44 piatti 11
Trutte cotte in vino et spetierie, servite con fiori sopralib. 66 piatti 11
Calamari ripieni di pottaggiolib. 33 piatti 11
Gelo di lucci in boccone, di colore rosso e giallopiatti 18
Sgombri marinati, serviti con suo sapore sopralib. 44 piatti 11
Bianco mangiare in piatti, con grani di melegranate et fiori gialli soprapiatti 18
Pasticci di lamprede, di quattro libre per pasticcio, con suo sapore dentronu. 11 piatti 11
piatti 343
°
Secondo servitio di Cocina
Frittelle di pesce ignudo d’un’oncia et mezza l’una, servite con zuccaro
sopranu. 220piatti 11
Fravolini fritti sbruffati d’aceto rosato et zuccaro sopralib. 44 piatti 11
Sarde senza spina fritte, servite con petrosemolo sopralib. 66 piatti 11
Ceriole sottostate con fiori di finocchio, sale et pepelib. 44 piatti 11
Linguatole et passere fritte, servite con zuccaro et capparetti sopralib. 44 piatti 11
Fiadoncelli ripieni di polpe d’anguille frittinu. 55 piatti 11
Triglie grosse fritte, servite con limoncelli tagliati sopralib. 44 piatti 11
Rombi et caraioni fritti, seviti con melangole tagliate sopralib. 44 piatti 11
Olive di Tortona con zuccaro et sua salimonia sopranu. 230piatti 11
Uva fresca conservatalib. 33 piatti 11
Ova affrittellate in diversi modi, servite con sugo di melangole et
zuccaro sopranu. 110piatti 11
Frittate d’ova, d’otto ova l’una, verdi et gialle, servite con acqua rosa
zuccaro et sugo di melangole sopranu. 11 piatti 11
Cervellate fatte di sarde battute et code di locustelib. 33 piatti 11
Spinaci soffritti, acconci con aceto rosato, uva passa et zuccaropiatti 18
Corvette et trutte fritte, servite con melangole tagliate sopralib. 66 piatti 11
Pasticci di panza di tonno, di cinque libre per pasticcio, con suo
sapor dentronu. 11 piatti 11
Lumache fritte coperte di salza verdenu. 200piatti 11
Gambarelli, cioè squille maritime fritti, serviti con sugo di melangole
et sale sopralib. 44 piatti 11
Sgombri et suere fritti, serviti con limoncelli tagliati sopralib. 55 piatti 11
Pasticcetti di code di gambari nostrali, di trenta per pasticcionu. 55 piatti 11
Palamide sottestate, servite con sua salza sopralib. 66 piatti 11
Cedri tagliati in fette, serviti con salse, zuccaro et acqua rosa soprapiatti 11
Ginestrata per minestra, servita con zuccaro, et cannella soprapiatti 18
Tinche riverse ripiene cotte su graticola, servite con prugne et visciole
secche cotte sopralib. 66 piatti 11
Lucci grossi ripieni cotti allo spedo, serviti con suo sapore sopralib. 66 piatti 11
Crostate di mele appie et zibibo senz’anime e mostacciolinu. 11 piatti 11
Calamaretti fritti piccioli, serviti con melangole tagliate sopralib. 44 piatti 11
Gelo schiavone di dentalepiatti 11
Maccaroni Romane serviti con cascio, zuccaro et cannella soprapiatti 11
Suppe di padelle, cavate della scorzanu.1000 piatti 11
piatti 344
°
Terzo servitio di Credenza, mescolato con robbe
di Cucina
Ostreghe cotte su la graticola et cavate in piatti, servite con suo brodo,
sugo di melangole et pepe sopranu. 220piatti 11
Ostreghe cavate, stufate, servite con fette di pane sottonu. 320piatti 11
Suppe di gongole et telline cavatenu.1500piatti 11
Granchi di valle o di mare cotti alle bracienu. 300 piatti 11
Locuste et astris, cioè gambari lioni di mare, cotti in vino, et spetierie,
serviti mondi, con aceto et pepe sopranu. 22 piatti 11
Frutte di pasta in diversi modipiatti 11
Pasticcetti di pere, di tre pere per pasticcionu. 55 piatti 11
Pasticcetti di cotogne d’un cotogno l’unonu. 55 piatti 11
Torte di dattili et pignoli mondinu. 11 piatti 11
Torte di mele appie et mostacciolinu. 11 piatti 11
Gelo in forme di mezo rilevopiatti 18
Cardi serviti con sale et pepenu. 11 piatti 11
Tartufoli stufati con olio, sugo di melangole et pepelib. 22 piatti 11
Tartufoli crudi, seerviti con sale et pepelib. 18 piatti 11
Pere caravelle cotte al calore del fuoco, servite con solignata sopranu. 55 piatti 11
Cotogne cotte allo spiedo, servite con zuccaro et acqua rosa sopranu. 55 piatti 11
Olive Napoletanenu. 330piatti 11
Pere guaste, servite con folignata sopranu.120 piatti 11
Uva fresca conservatalib. 33 piatti 11
Pere et mele crude di più fortenu.165 piatti 11
Casci marzolini Fiorentini di due libre l’uno spaccatinu. 22 piatti 11
Limoncelli di cascio Romagnolonu. 22 piatti 11
Raviggioli Fiorentini secchilib. 22 piatti 11
Cascio maiorichinolib. 22 piatti 11
Raviggioli freschilib. 22 piatti 11
Cascio Parneggiano in fettuccielib. 22 piatti 11
Butiro con ricota pecorina passatapiatti 11
Provature fresche marzolinelib. 22 piatti 11
Cascio cavallo Napoletanolib. 22 piatti 11
Neve di latte, servita con zuccaro soprapiatti 18
Cialdoni fatti a scartoccinu.800 piatti 18
Ciambellette di monachenu. 700 piatti 11
piatti 361

Levata la tovaglia et data l’acqua alle mani, si muteranno salviete
candide con coltelli, cucchiari et forcine
Quarto et ultimo servitio di Credenza.
Finocchio dolce verde mondo il gambolib. 11 piatti 11
Stecchi profumati in piattonu. 55 piatti 11
Condite siroppate di più sorte, lib. 22 per sortelib. 22 piatti 11 per sorte.
Confettioni bianche di più sorte, in scatole di tre libre l’unanu. 11 piatti 11 per sorte
Gieli di cotogne in scatoline, figurate et non figuratenu.55 piatti 11 per sorte
Cotognate muschiate, in scatole di quattro librenu. 11 piatti 11
Grani di mele granute in tazze, con zuccaro fino sopralib. 22 piatti 11
Mazzetti di fiori lavorati il piede d’oro et setanu. 55 piatti 11
piatti 88
Per scacco dello Scappi il Papa Pio V, per aiutare i poveri di Roma decise di destinare i soldi necessari per questo pranzo ai poveri. Scacchi nella presentazione del pranzo annotava:«quale poi non si fece».
Ho riportato per intero la lista delle portate del pranzo, che non si fece.
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San Pio V (Antonio Ghislieri) Papa, in Santi, beati e testimoni – Enciclopedia dei santi, http://www.santiebeati.it .
San Pio V e la problematica del suo tempo, Alessandria 1972.
San Pio V nella storia. Convegno in occasione del terzo centenario di canonizzazione di papa Pio V Ghislieri (Pavia, Collegio Ghislieri, 24 maggio 2012), a cura di Carlo Bernasconi, Pavia, Ibis Edizioni, 2012.
M. Scaduto, Tra inquisitori e riformati. Le missioni dei Gesuiti tra Valdesi della Calabria e delle Puglie, con un carteggio inedito del card. Alessandrino (san Pio V) (1561-1566), in Archivum historicum Societatis Iesu, XV (1946), pp. 1-76.
J.di Scino, F. Luccichenti, Il cuoco segreto dei Papi Bartolomeo Scappi e la Confraternita dei cuochi e dei pasticcieri, Roma

Immagini prese dal Web
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MI MANCHI

Mi uccide

questo silenzio

che adombra le mie giornate.

Le tue parole

come rintocco d’orologio

dai mille minuti

accompagnavano i miei passi

lungo un viale soleggiato

da una speranza.

Adesso

cammino nel vuoto

insieme a dolci ricordi

senza averti potuto dire

neppure quanto avevo

nel cuore.

Mi manca la tua voce

mi manca tutto

mi manchi tu.

Andrea Giordano

Per te, donna! Poesia di Lia Tommi

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Un bacio a te

donna

che col sorriso

superi la frontiera

tra dolore e gioia.

Un bacio a te

che celi le piccole grandi paure

e non ti piangi addosso

fai scorrere solo linfa vitale

nei meandri della tua anima.

Un bacio a te

che ogni giorni ti impegni

perché la tua vita

assomigli almeno un poco

ai sogni che hai portato sempre

nel cuore

e inseguito con coraggio.

Un bacio a te

che sai essere vera amica

ascoltare e comprendere

andare oltre le apparenze

credere nei valori

e cercare la verità.

Un bacio a te

che sai prenderti cura di te stessa

e di chi ami

per inondare di serenità

come una musica dolce

ogni giorno.

Lia Tommi

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