Maestro Martino de Rossi della Val di Blenio e la cucina del suo tempo. Di Pierluigi Piano


Sino a pochi anni fa quasi nessuno parlava di questo cuoco, se non per la conoscenza tramandataci dal Platina nella sua opera De honesta voluptate et valitudine (Carnevale Schianca 2015). Solo negli anni ottanta del Novecento venne preso in considerazione e tradotto in italiano un manoscritto conservato nella Library of Congress di Washington (Medieval Manuscript, n. 153) dal titolo: Liber de arte coquinaria. Emilio Faccioli ne L’arte della cucina in Italia, pubblicato nel 1987 per i caratteri di Giulio Einaudi, diede la trascrizione del codice americano (Libro de arte coquinaria composto per lo egregio maestro Martino coquo olim del reverendissimo Monsignor Camerlengo et patriarca de Aquileia) (Faccioli 1987). Tutti davano Maestro Martino come comasco. Qualche anno dopo, nel 1993, Federica Falizza, Direttrice della Biblioteca Comunale di Riva del Garda (TR), nell’introduzione al libro di Aldo Bertoluzza, Libro di cucina del maestro Martino de Rossi, scriveva: «Spesso gli archivi rappresentano una entità quasi sconosciuta, un deposito inanimato di carte, un luogo difficile da orientarsi, quando non si è in possesso della chiave di accesso alla lettura dei documenti. Fortunatamente questa raffigurazione non rappresenta la realtà dell’archivio, specie se questo è stato oggetto di riordino e di controllo da parte dell’ente proprietario o di chi ne è preposto alla sua conservazione. Ma, nonostante i diversi riordinamenti che un archivio può aver subito nel corso della sua formazione e delle molteplici mani che ne hanno spostato carte, libri amministrativi, sfogliato fascicoli, le carte d’archivio possono riservare alcune sorprese, ovvero, celare al loro interno quel documento unico ed eccezionale, al quale va il merito di chiamarsi «scoperta» … Nel 1944 l’archivio [storico comunale di Riva del Garda] venne messo al riparo dagli eventi bellici e venne fatta accurata distinta del contenuto delle 12 casse, …. La distinta della cassa n. 11 riporta fra l’altro, insieme ai documenti ecclesiastici: Libro di cucina del cuoco di casa Trivulzio di Milano – sec. XV (senza numero di inventario)» (Falizza 1993, pp. 16 – 17). Dimenticato in quanto migrato nella scatola «Ecclesiastica n. 1». Come capita abbastanza di frequente per i documenti migrati, in anni abbastanza recenti fu ritrovato e studiato. «Il manoscritto» – annota la Falizza – «si presenta tra due piatti di cartone legati tra loro, con una scritta in stile moderno: «XV Secolo: Libro de cosina composto et ordinato per lo hegregio homo Martino de Rubeis de la Valle de Bregna, mediolanensis diocesis, descenduto de la valle de Turre, nato de la casa de Sancto Martino Vidualis coquo dell’illustre Signore Joanne Jacobo Trivulzio etc. Expertissimo in questa arte et como leggerai prudentissimo» (Falizza 1993, p. 17). L’attribuzione di Maestro Martino come comasco si deve al Platina (Libro primo, 12), parlando del Cuoco scrive: «Sia in tutto e per tutto – sempre che lo possa – simile al Comasco, principe dei cuochi del nostro tempo, da cui ho imparato come si preparano le pietanze» (Carnevale Schianca 2015, p. 115) e nel capitolo su Biancomangiare annotava: «Quale cuoco – dèi immortali – potrai mai paragonare al mio Martino da Como, dal quale ho appreso in gran parte ciò di cui sto scrivendo? Lo diresti un secondo Carneade, se tu lo sentissi improvvisare sui due piedi dissertazioni su argomenti postigli al momento» (Carnevale Schianca 2015, p. 281).
Dal manoscritto di Riva del Garda si evince il cognome di Maestro Martino: de Rubeis e la sua origine: la Valle di Blegno. La valle dell’alta Lombardia (oggi nella Svizzera italiana) era nota per gli zotici che da lì scendevano verso Milano in cerca di un’occupazione perlopiù come facchini, ma anche come cuochi, marronai, caffettieri e personale d’albergo.
Molti di noi ricordano quella Valle perché nel 1560, proprio mentre il Pontefice Pio IV elevava il nipote Carlo Borromeo a cardinale, un curioso sodalizio di artisti, nobili, letterati, scultori—ma anche intagliatori, ricamatori, orafi—dedito allo scherzo e alla goliardia, fondava a Milano l’Accademia della Val di Blenio. «Anziché mettersi sotto l’egida del cardinale che predicava la più rigorosa obbedienza ai dettami controriformistici del Concilio di Trento difendendo così la cattolicità dall’assalto delle eresie protestanti che premevano dai confini a Nord della sua diocesi, gli eccentrici sodali si erano affidati alla protezione di Bacco. Pochi anni dopo, nel 1568, il circolo nominava suo Abate il pittore, poeta e teorico Giovan Paolo Lomazzo, il quale da una parte scriveva trattati di complicate teorie artistiche come «L’idea del tempio della pittura » e dall’altra un libro come «Rabisch», la prima raccolta a stampa di scritti e componimenti poetici in dialetto

lombardo, un’opera collegiale con episodi da taverna, pesanti allusioni sessuali, imprecazioni, cataloghi nominali, insomma con tutto il repertorio burchiellesco e bernesco del gusto per il rovesciamento dei ruoli sociali, il cibo, i visceri, gli escrementi» (Bonazzoli 2011).
Nel manoscritto di Washington compare la dicitura: Libro de arte coquinaria composto per lo egregio Maestro Martino coquo olim [un tempo] del reverendissimo Monsignor Camerlengo et Patriarca di Aquilea. Mentre nel manoscritto di Riva lo si dice cuoco del condottiero Giovanni Giacomo Trivulzio (Milano 1440 – Arpajon 1518). Alcuni storici ritengono che possa aver appreso i primi rudimenti dell’arte culinaria a partire dal 1442 presso la cucina d’un qualche convento od ospizio del Canton Ticino. Successivamente, durante un soggiorno a Napoli, ha approfondito la conoscenza anche di altre gastronomie, come, ad esempio, quella Catalana e quella Vicino- orientale. Si sposta a Udine, poi a Milano, dov’è a servizio di Francesco Sforza, per poi raggiungere Roma. Nelle cucine vaticane si consacra il suo successo e la sua fama di cuoco provetto. In particolare, è apprezzata la sua fantasia creativa e il fatto che non sia uso – come invece molti suoi colleghi – a copiare ricette già note, quanto piuttosto a inventarne di nuove o rielaborare, con estro e gusto moderni, quelle tradizionali. Dalla seconda metà degli anni ’50, fino al 1465, è cuoco personale di un alto prelato: il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, nato Ludovico Trevisan o Trevisano, Patriarca di Aquileia, così noto per l’opulenza dei suoi banchetti (da alcuni definiti, addirittura, licenziosi) da essere soprannominato “cardinal Lucullo”: infatti aveva stanziato la somma di 20 ducati al giorno da spendere per il cibo (una cifra che oggi corrisponde a oltre 500 €). Grazie a questa generosa disponibilità, in quegli anni abbiamo la più importante e abbondante produzione ed elaborazione culinaria di Martino – nonché la stesura dei primi manoscritti formanti il suo libro – il quale diventa, ben presto, il vessillo della nuova cucina per tutti i suoi contemporanei. Dopo questo intenso e felice periodo, Martino si trasferisce nuovamente a Milano, al servizio di Gian Giacomo Trivulzio, dove conclude la sua carriera.
l successo e la divulgazione in Italia e in tutta Europa delle ricette di Martino è, però, merito del suo più convinto sostenitore: l’umanista, suo contemporaneo, Bartolomeo Sacchi , detto il Platina, (1421-1481), prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana. Il Platina incorporò le ricette di Martino – trascrivendole in latino ed arricchendole di commenti – nel suo De honesta voluptade et valetudine, opera nella quale si prodiga in elogi nei confronti di colui che definisce «il principe dei cuochi», affermando che Maestro Martino era anche un amabile conversatore, dotato di una cultura così vasta da permettergli di sostenere, con efficacia, discussioni sui più disparati argomenti, non solo di natura gastronomica. È soprattutto grazie al Platina che l’opera di Martino è giunta fino a noi, poiché del suo libro originale non ne sono sopravvissute che poche copie: una è di proprietà di un privato, una è conservata presso la biblioteca Vaticana, una si trova nella Biblioteca del Congresso di Washington (Medieval Manuscript n.153). Su uno dei quattro manoscritti originali, – come detto – che si trova a Riva del Garda, vi compare il nome Martino de Rubeis.
Scorrendo le ricette presenti nel suo Libro de arte Coquinaria, in 65 fogli non numerati e scritti in lingua volgare, tra le peculiarità che meritano di essere segnalate sicuramente ve ne sono due: i colori e la tempistica della preparazione. Per i colori Martino prosegue nella tradizione, così ad esempio: l’uva per il rosso, le mandorle per il bianco, il prezzemolo per il verde, lo zafferanno per il giallo ecc., così troviamo Sapor bianco, Brodetto e Salsa verde, Peperata gialla da pesce… Per i tempi di cottura, Martino, di quando in quando, dà indicazioni che vanno contestualizzate al suo tempo: un numero variabile di preghiere, così un Pater Noster o un Miserere, da recitare attendendo che le pietanze cuociano.
Ma proviamo a leggere qualcuna delle sue ricette.
Per fare polpette di carne de vitello o de altra bona carne.
In prima togli de la carne magra de la cossa et tagliala in fette longhe et sottili et battile bene sopra un tagliero o tavola con la costa del coltello, et togli sale et finocchio pesto et ponilo sopra la ditta fetta di carne. Dapoi togli de petrosimolo, maiorana et de bon lardo et batti queste cose inseme con un poche de bone spetie, et distendile bene queste cose in la dicta

fetta. Dapoi involtela inseme et polla nel spedo accocere. Ma non la lassare troppo seccar al focho.
Per fare maccaroni romaneschi.
Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasangne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un ditto piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe. Et mitteli accuocere in brodo grasso, ovvero in acqua secundo il tempo. Et vole bollire quando gli metti accocere. Et se tu li coci in acqua mettevi del butiro fresco, et pocho sale. Et como sono cotti mittili in piattelli con bono caso, et butiro, et spetie dolci.
Per fare dece menestre di brodecto.
Per fare dece menestre di brodecto piglia trenta rossi d’ova, et bono agresto, et bono brodo di carne, o di cappone che serrà assai meglio, et un pocho di zafrano, et un poche di spetie dolci, et mescolale inseme, et passale per la stamegnia et ponile in una pignatta, et mitti la ditta pignatta sopra la brascia longi dal focho menando continuamente col cocchiaro; et como tu vedi che lo cocchiaro comincia ad imbrattarsi levala dal focho; et non lassare però di menare col cocchiaro tanto che dicessi doi paternostri. Dapoi fa’ le menestre et mettegli un poche de spetie dulci di sopra; et fa’ che scia dolce o agro secundo el comune gusto.
Per fare dece menestre di brodetto biancho.
Togli meza libra d’amandole, et mondale et pistale bene, et poi vi metti un pocha d’acqua frescha accioché non facciano olio. Dapoi togli vinti bianchi d’ova, un pocha de mollicha de pan biancho, un pocho de agresto, un pocho di brodo di carne, o de cappone, et un pocho di zenzevero biancho, et pista tutte queste cose, et passale inseme con l’amandole per la stamegnia; et fallo cocere al modo dicto di sopra dell’altro brodecto.
Per fare brodetto verde.
Togli tutte quelle cose che si contengono nel primo brodetto, excepto el zafrano, et togli de le biete, et un pocho di petrosello et de le foglie di grano se tu ne poterai havere; et pista ogni cosa et passa per la stamegna et cocilo como è ditto di sopra.

Per fare farro con brodo de caponi o altra carne.
Per farne dece menestre : in prima lo netta et lavalo molto bene, et cocilo con bono brodo de cappone, o d’altro pollo grosso, et vole bollire assai. Et quando è cotto mittivi di bone spetie, et togli tre rossi d’ova et un pocho del ditto farre alquanto refredato, et distempera bene inseme. Et dapoi gettagli nel ditto farre et mescolalo. Et vole essere giallo di zafrano.
Per fare riso con brodo de carne.
Fa’ como è ditto del farre. Ma molti sonno che non vogliono ova col riso. Sicché in questo rimetteti al gusto del patrone.
Per fare miglio con brodo de carne.
Coci il miglio con brodo di carne, et fallo bene bollire adagio menandolo bene, et riguardandolo dal fume, et vole essere giallo di zafrano. Et in prima vole essere ben netto et lavato con acqua calda como il riso.

Per fare frictelle de fior de sambuco.
Habi de bono caso frescho, et un poco di bon caso vecchio, et fa’ che siano molto bene pesti et con essi metti un poco di fior di farina et di bianchi d’ova secundo la quantità che vole fare, item un pocho di lacte et del zuccaro; et macinate molto bene tutte queste cose inseme, cavatele del mortare, vi giognirai di fiori di sambuco abastanza secundo che pare a la tua dicretione; et li ditti fiori non vogliono essere né pesti né rotti, facendo la ditta compositione né troppo chiara, cioè liquida, perché possi fare le frittelle tonde con mano overo in quale altra forma ti piace, mettendole a frigere in bono strutto o botiro, overo in bono olio; et calde calde le manda in taula.
Per fare frictelle de salvia.
Piglia un poco di fiore di farina, et distemperala con ova et zuccaro, et un poca di canella et zafrano perché sia gialla; et habi de le foglie de salvia integre, et ad una ad una l’integnirai o involterai in questa tale compositione, frigendole nel strutto o in bono olio.
Per fare frictelle de poma.
Monda le poma et tagliale in fette sottile cavandone quilli grani o anime che hanno nel mezo, et frigi un poco le ditte fette nel strutto, o in olio; et poi leva fora ad asciuccare sopra ad un tagliero. Et intenti o involte in simile compositione como se dice nel capitolo precedente, et un’altra volta le farai frigere in bon grasso; et si fusse in tempo quadragesimale le poi frigere in olio, et non gli mettere grasso né ova.
Per fare frictelle con fronde de lauro.
Frigi de le foglie de lo lauro in qualche bon grasso o lardo. Poi cavale fora et lassale sciuccare; et con simile compositione como se disse de la salvia farai queste frittelle.
E nella fantasia comune, quando si parla di “pranzi medievali” ci si immagina il trionfale ingresso del pavone vestito; ecco, per chiudere, cosa scrive Maestro Martino a tal proposito:
becco.
Per fare pavoni vestiti che pareno vivi: in prima se vole amazare il pavone con una penna, ficcandoglila sopra al capo, o veramente cavargli il sangue sotto la gola como ad un capretto. Et dapoi fendilo sotto lo corpo, cioè da lo collo per insino a la coda, tagliando solamente la pelle et scorticalo gentilmente che non guasti né penne né pelle. Et quando tu haverai scorticato il corpo inversa la pelle del collo per insino a presso al capo. Poi taglia il ditto capo che resti attaccato a la pelle del collo; et similemente fa’ che la gambe restino attaccate a la pelle de le cosse. Dapoi acconcialo molto bene arrosto, et empielo de bone cose con bone spetie et togli garofoli integri et piantagli per lo petto, et ponilo nel speto et fallo cocere ad ascio; et d’intorno al collo ponevi una pezza bagnata aciò che ‘l focho non lo secchi troppo; et continuamente bagnia la dicta pezza. Et quando è cotto cavalo fore e rivestilo con la sua pelle. Et habi uno ingegno di ferro fitto in un taglieri et che passi per i piedi et per le gambe del pavone aciò che ‘l ferro non se veda; et quel pavone stia in piedi dritto col capo che para vivo; et acconcia molto bene la coda che faccie la rota. Se voli che gitti focho per il beccho, togli una quarta oncia de canfara con un pocha de bombace sì intorno, et mittila nel beccho del pavone, et mettivi etiamdio un pocha de acqua vite o de bon vino grande. Et quando il vorrai mandare ad tavola appiccia il focho nel dicto bombace, et gietterà focho per bon spatio di tempo. Et per più magnificenza, quando il pavone è cotto, si pò indorare con fogli d’oro battuto et sopra lo ditto oro porre la sua pelle, la quale vole essere inbrattata dal canto dentro con bone spetie. Et simelmente si po fare de fasciani, gruve, oche et altri ocelli, o capponi o pollastri.

Piccolo lessico tratto da La Cucina Medievale. Lessico, storia, preparazioni (Carnevale Schianca 2011).
Agresto: nome del succo spremuto dall’uva o altri frutti, raccolti prima della maturazione. Amandole: mandorle.
Biete: bietole.
Bombace: bambagia.
Botiro: burro.
Canfora: viene impiegata come esca per attizzare lo stoppino di cotone introdotto nel becco del
pavone arrosto, per farlo fiammeggiare. Caso: cacio.
Petrosello: prezzemolo.
Spezie dolci: le spezie si miscelano per creare diverse nuove componenti aromatiche che, oltre a contraddistinguere veri e propri stili di cucina, si adattano (o pretendono di adattarsi) alla diversità degli alimenti e delle cotture;… si distinguevano in Spezie fini, Spezie dolci e Spezie forti, tutte a loro volta imperniate su una triade di sapori: pepe, garofani e cannella per le fini; zenzero, garofani e cannella per quelle dolci, e pepe, garofani e noce moscata per quelle forti.
Stamegna: è una pezza di tela, più o meno rada, ma resistente, che viene adattata ad un telaio (in genere di legno), e si usa per burattare sostanze aride polverose (farina, pangrattato, etc.) o, più spesso, per colare sostanze liquide depurandole dalle fecce; la stamegna tessuta con la parte più fine della lana, serviva in genere (al pari della carta oleata) come riparo alle finestre; i vetri (legati con il piombo) erano una rarità di lusso ancora nel XVIII sec.
Zenzevero: zenzero.
Brevi Note Bibliografiche:
Ballerini 2005, LUIGI BALLERINI, Introduction. Maestro Martino: the Carneades of Cook, in The Art of Cooking The firts modern cookery Book. Composed by the eminent Maestro Martino of Como, a most prudent expert in this Art, once Cook to the most reverend Cardinal Trevisan, Patriarch of Aquileia, Edited and with an Introduction by Luigi Ballerini, University of California Press, Berkeley Los Angeles London 2005, pp. 1 – 46.
Bertoluzza 1993, ALDO BERTOLUZZA, Libro di Cucina del maestro Martino de Rossi, Edizioni U.C.T., Trento 1993.
Bonazzoli 2011, FRANCESCA BONAZZOLI, Quei «facchini» del grottesco contro le leggi del Rinascimento, Corriere della Sera, 07 febbraio 2011.
Carnevale Schianca 2011, ENRICO CARNEVALE SCHIANCA, La Cucina Medievale. Lessico, storia, preparazioni, Leo S. Olschki, Firenze 2011.
Carnevale Schianca 2015, BATOLOMEO PLATINA, De honesta voluptate et Valitudine. Un trattato sui piaceri della tavola e la buona salute. Nuova edizione commentata con testo latino a fronte a cura di ENRICO CARNEVALE SCHIANCA, Leo S. Olschki, Firenze 2015
Faccioli 1987, L’arte della cucina in Italia, a cura di EMILIO FACCIOLI, Einaudi, Torino 1987. Falizza 1993, FEDERICA FALIZZA, Note per un manoscritto ritrovano, in Ballerini 2005, pp. 16 – 18.
Laurioux 2005, BRUNO LAURIOUX, Le prince des cusiniers et le cuisinier des princes: nouveaux documents sur maestro Martino, in Médiévales. 49 (2005), pp. 141 – 154.
Lomazzo 1993, G. PAOLO LOMAZZO, Rabisch, a cura di DANTE ISELLA, Einaudi, Torino 1993.

Libera Mente Laboratorio di Idee riparte dalle mostre del progetto Arte Diffusa

Fabrizio PRIANO
Presidente dell’Associazione Culturale Libera Mente-Laboratorio di Idee ha organizzato le seguenti mostre:
“GENOVA. Superba imperfezione” di Massimo TAMIAZZO
presso il CAFFÈ ALESSANDRINO, Piazza Garibaldi, 39 – Alessandria
Esposta fino al 30 giugno 2020


“Donne. Donne. Donne.” di Giusy VIRGILIO
presso il BIO CAFÈ Via dell’Erba, 12 – Alessandria Esposta fino al 30 giugno 2020


“Arte e Colori” di Silvia GRILLONE
Presso SALTALLOCCHIO CAFÈ – Corso Acqui, 123 – Alessandria
(in collaborazione con MAC Monferrato Arte e Cultura) ; Esposta fino al 30 giugno 2020.


“L’Uscita” di Grazia SMILOVICH
Presso Federico FONTANA, Bar Pasticceria, Piazza Garibaldi, 26 – Alessandria
Esposta fino al 30 giugno 2020

Fabrizio PRIANO
Presidente dell’Associazione Culturale Libera Mente-Laboratorio di idee commenta:
“Con le mostre dedicate a Massimo TAMIAZZO, Giusy VIRGILIO, Silvia GRILLONE, Grazia SMILOVICH, proseguono gli appuntamenti del Progetto ARTE DIFFUSA, eventi dedicati all’Arte presso alcuni locali della nostra Città.
A seguito dell’emergenza “coronavirus” che ha portato all’emanazione di regole restrittive contenute nel Decreto Ministeriale che prevedono la chiusura di diversi luoghi preposti all’Arte, il nostro Progetto ARTE DIFFUSA permette ai visitatori la visione delle opere di:
Massimo TAMIAZZO che rigorosamente in elegante bianco e nero, ci propone immagini di una delle più belle Città italiane, la “superba” Genova.
Giusy VIRGILIO che presenta una serie di ritratti fotografici di donne che esprimono emozione e serenità, un omaggio nel mese in cui solitamente ricorrono le manifestazioni a loro dedicate.
Silvia GRILLONE che ama sperimentare varie tecniche artistiche ma soprattutto predilige realizzare opere dai colori vivaci.
Grazia SMILOVICH che racconta il proprio desiderio di libertà per inseguire nuovi sogni.
“ Le quattro mostre allestite a febbraio scorso per il progetto arte diffusa, a causa del Covid-19 e di tutte le ordinanze conseguenti che hanno portato alla chiusura di tutti i locali, sono rimaste allestite ma non visibili. Oggi, che per fortuna si sta allentando l’emergenza ed i bar hanno potuto riaprire, le nostre mostre sono lì pronte a salutare il ritorno alla vita con la bellezza che solo l’Arte sa donare”.

Note biografiche
MASSIMO TAMIAZZO
Classe 1968. Il mio incontro con la fotografia avvenne in un pomeriggio del 2000 davanti ad una Yashica FX3 usata nella vetrina di un negozio di Novi LIGURE.
Dopo i primi anni di “apprendimento” ho iniziato a cercare un linguaggio fotografico più personale ed è nato il mio alter ego fotografico NOUVEAU VINTAGE PHOTOGRAPHIE, un concetto di fare fotografia lontano dalla concezione di fotografia compulsiva moderna.
Ho approfondito I generi del ritratto e del paesaggio urbano e mi sono ritagliato una nicchia nella fotografia di food.
La mostra “PORTRAITS” consiste in una serie di ritratti rigorosamente in bianco e nero e ognuno di essi racconta una storia.

GIUSY VIRGILIO
Nata a Montefalcone di Benevento, Alessandrina d’adozione fin dalla più tenera età.
Dalla sua famiglia ha ereditato la manualità e la passionalità che manifesta attraverso le sue creazioni che spaziano dal decoupage di varie tecniche con vari tipi di carte, decoupage stile painting, scrapbook, fiori di carta, stoffe varie, creazioni in feltro, cucito, pasta light, gioielli in varie tecniche : Swarovski, gioielli in peyote e tanti altri ancora.
Non ultima la passione per la fotografia; spaziando in tutte le situazioni ,paesaggi ,sfilate, ritratti ,natura , animali street . Sempre presente a manifestazioni ed eventi anche a carattere culturale ne documenta i momenti più significativi.
Ha esposto le sue fotografie in diverse mostre collettive.
Ad agosto 2019 ha partecipato alla prima edizione del Concorso Pittura & Fotografia “Spazio al tema libero” , organizzata dall’Associazione MAC Monferrato Arte e Cultura presso “La casa sul portone” a Montemagno AT, aggiudicandosi il primo premio per la Sezione fotografica.

Silvia GRILLONE
Sono nata ad Asti nel 1972. Ho frequentato il Liceo artistico e l’Istituto Europeo del Design di Torino (IED) con indirizzo Illustrazione. Da molti anni partecipo a corsi di aggiornamento artistico per il perfezionamento di varie tecniche come: disegno dal vero, ceramica, acquerello, olio, acrilico e décupage. Ho sviluppato sempre di più in me la voglia di creare e fare arte in tutte le sue forme. Nel corso degli anni ho avuto molteplici esperienze, tra cui l’esecuzione del disegno e del timbro per l’annullo filatelico per un’ importante fiera di lumache a Borgo San Dalmazzo in provincia di Cuneo, di alcuni pannelli naturalistici sia per alcuni Comuni dell’ astigiano, sia per conto del WWF, di diversi trompe l’oeil e murales sia in abitazioni private sia in alcuni negozi. Ho tenuto lezioni di disegno presso centri estivi, ho allestito mostre d’arte e di fotografia.
Ho illustrato la copertina del libro “Il giro del mondo in 180 giorni” ed è mia una parte delle illustrazioni del libro “Le Favole per Silvia”, entrambi scritti da Giovanni Grillone, mio padre. Ho fatto illustrato anche un racconto di Gianni Rodari dal titolo: “La Passeggiata del Distratto”. Ho partecipato a diversi mercatini con le mie creazioni, manufatti artistici e quadri. Mi definisco un’artista a 360 gradi, mi piace creare e sperimentare. Uso da sempre dei colori vivaci e forti per dare brio e tono alle mie opere, poiché sono una persona dal carattere allegro e vivace e per colpire l’occhio dello spettatore.
Il mio motto è :”Impara l’Arte e non metterla mai da parte.”

Grazia SMILOVICH
In arte Josa nasce artisticamente nel 1991.
Per circa un ventennio, le sue opere, sono frutto di un’introspezione che
porta alla ricerca maniacale della perfezione, quasi iperrealismo.
Negli ultimi anni, coadiuvata dalla Curatrice d’arte Loredana Trestin, espone le sue opere in alcuni Palazzi prestigiosi, fra cui Palazzo Saluzzo e Palazzo Ducale di Genova e Palazzo Zenobio a Venezia.
Nel mese di Ottobre 2019 partecipa al Primo Simposio Internazionale di pittura che si tiene a Coseano, in Friuli, e , in quell’occasione fa dono di tre opere al Comune del paese, che verranno successivamente collocate nel museo/pinacoteca.
*Negli ultimi anni, rispetto al ventennio precedente, la mia pittura si è discostata dall’iperrealismo per approdare ad uno stile molto personale, per la quale non attingo da nessun ispiratore, seguo semplicemente quello che visualizzo nella mente e lo metto su tela.
*Ho scritto un libro che si intitola “Eppur si muove”
sottotitolo” E gira la Terra” ,che era anche la rubrica tenuta da me per due anni sul giornale Alessandria 7, (ed ora è il titolo della mostra ).
*Recito nella Compagnia Teatrale “ATTO UNICO”, che lo scorso giugno ha debuttato alla Sala Ferrero del Teatro Comunale.
Grazia SMILOVICH commenta:
“L’USCITA”
È il titolo della mostra.
Questo titolo è legato all’importanza vitale che ho sempre attribuito al “poter uscire”
Sono fortemente claustrofobica, e trovare la via d’uscita per me è fondamentale.
Ma anche l’uscita da un dipinto,quando è ultimato, perché fino all’attimo in cui non appongo la firma e il quadro è finito,io sono la tela, sono il colore,sono il quadro stesso.
L’uscita per me è sinonimo di libertà, è l’ apertura, la nuova opportunità, lo stimolo a rientrare in un nuovo sogno…
Ecco perché la mia nuova mostra porta questo nome.

CASALE MONFERRATO. CITTA’ D’ ARTE Testo: Nadia Presotto Fotografie: Renato Luparia

Casale Monferrato, la cittadina di Aleramo, dei Paleologi e dei Gonzaga, adagiata sulla sponda destra del fiume Po e racchiusa in un tenero abbraccio dalle colline del Monferrato, è una città ricca d’ arte e storia.

Il Museo Civico, la Gipsoteca Bistolfi e la recente Sala Archeologica – con importanti testimonianze della presenza longobarda in Monferrato – , sono ubicati nell’ antico convento agostiniano di Santa Croce, in via Cavour , che presenta alcuni affreschi realizzati nel Seicento da Guglielmo Caccia detto Il Moncalvo (Montatone 1568- Moncalvo 1625).

Il Museo Civico nasce nel 1854, quando la contessa Clara Leardi donò alla città la raccolta etnografica formata dal viaggiatore Carlo Vidua, nato a Casale Monferrato nel 1785 e deceduto ad Ambon, in Indonesia nel 1830.

Al primo piano dell’ antico edificio trova posto la Pinacoteca, recentemente “raddoppiata” negli spazi e integralmente ripensata nel percorso espositivo, che inizia con la “Galleria del Settecento” dalla quale si accede alle sale a tema: La Sala di Santa Croce, che propone la lettura del complesso in cui è collocato il museo; la Sala del Polittico, dove è possibile ammirare, oltre al pregevole Polittico spagnolo di fine Trecento, alcuni busti di imperatrici romane ed un gruppo di dipinti fiamminghi raffiguranti scene di vita quotidiana, opere collezionate dal banchiere casalese Giuseppe Vitta, fondatore del Credito Lionese.

Il “Loggiato” dà inizio al percorso cronologico, con bassorilievi in marmo e terracotta del Quattrocento e del Cinquecento, lo stendardo di ambito di Martino Spanzotti, artista casalese (1450-1526) per passare alle sale successive, dove ammirare, tra le altre,  le tele dell’ atelier di Guglielmo Caccia, l’ autoritratto di Niccolò Musso, l’ adorazione dei Pastori di Vermiglio e lo splendido stendardo di Maffeo da Verona datato 1612. La “Sala dei Fiamminghi” ospita le opere acquistate nelle Fiandre dalla famiglia Mossi tra il Cinquecento ed il Seicento.

La galleria dà accesso all’ imponente  “Salone del Vituli” sul quale si apre la “Sala del Risorgimento” con dipinti e busti che documentano gli ideali dell’ Unità d’ Italia, con il ritratto di Giuseppe Garibaldi eseguito da un altro artista casalese, Eleuterio Pagliano (Casale 1826-Milano 1903).

La rassegna pittorica è completata con l’ acquisizione in deposito di alcune opere di Angelo Morbelli (Alessandria 1853 – Milano 1919), grande protagonista dell’ arte italiana della fine del XIX secolo.

La sala dedicata a Noemi Gabrielli, ex  Sovrintendente alle Gallerie del Piemonte racchiude opere dal territorio monferrino: dalle tavole attribuite al casalese  Aimo Volpi, collaboratore di Spanzotti, alle tele del Guala.

Oltre alla Pinacoteca, alcuni ambienti del Museo hanno raccolte a tema:  statue lignee, tra cui un San Giacomo del XIII secolo e pregiate ceramiche.

All’ aperto, nel chiostro di Santa Croce la bellissima statua in bronzo  “Verso la luce”, una riproduzione  eseguita 2006 dal giovane e talentuoso scultore Gabriele Garbolino, dal modello in gesso di Leonardo Bistolfi, è posizionata in modo che “guarda” all’ ingresso alla Gipsoteca a Lui dedicata, situata al piano terreno.

Lo scultore Leonardo Bistolfi (Casale M.to 1859 – La Loggia –To 1933  ) fu importante esponente del Simbolismo italiano. Figlio di uno scultore, grazie ad una borsa di studio frequenta l’ Accademia di Brera a Milano, successivamente studia con Odoardo Tabacchi all’ Accademia Albertina.

Nelle cinque sale della gipsoteca sono esposte più di centosettanta opere tra terrecotte, disegni, plastiline, bozzetti e modelli in gesso, alcuni marmi e bronzi. Le opere sono state in gran parte donate dal banchiere casalese Camillo Venesio e in seguito integrate con donazioni di Andrea Bistolfi, nipote dello scultore.

L’ intelligente allestimento consente di comprendere le varie fasidel procedimento artistico, da un primo approccio con la creta, al bozzetto in gesso, al modello definitivo che rappresenta l’ idea finale dello scultore. E’ il modello infatti che consente la realizzazione dell’ opera in marmo e bronzo. 

Le opere esposte documentano il percorso artistico del Bistolfi che all’ inizio è stato influenzato dal movimento milanese della Scapigliatura, rappresentato dall’ opera Amanti, seguono opere di gusto Verista, come Il Boaro, della quale il Museo espone il bozzetto in terracotta, il modello in gesso e l’ opera in bronzo. Il periodo Liberty è rappresentato dai bassorilievi commemorativi. La figura femminile è presente nelle grandi opere (Verso la Luce, La Patria, Il desiderio della riva lontana). La sua lunga attività artistica si conclude con la statua equestre di Savona, dedicata a Garibaldi, e con il monumento a Carducci di Bologna che rappresentano un nuovo linguaggio artistico, dalle forme più asciutte e compatte.

Altrettanto importante è il complesso museale ebraico; nascosta dietro una anonima facciata di vicolo Olper,  nel centro della città, la Sinagoga costruita nel 1595, dopo vari interventi e restauri,  si presenta con tutto il suo splendore d’ arte tardo-barocca, celebre in tutta Europa. Le decorazioni in oro, gli stucchi e le iscrizioni in ebraico testimoniano la lunga vita della comunità casalese che, prima dell’ ultima guerra mondiale era la più notevole in Italia.

Il Museo Ebraico che occupa il matroneo e le sale vicine, conserva un ricco patrimonio artistico, frutto di donazioni e prestiti: oggetti della vita quotidiana, arredi di culto, preziosi argenti cesellati per il rivestimento dei Rotoli della Legge, tessuti, manoscritti.

Il Museo dei Lumi  (Hanukkah) presenta la collezione di lampade contemporanee, realizzate su invito da artisti contemporanei, collocate nella recuperata cantina, con il forno dove si produceva il pane azzimo. Sono esposti lumi realizzati da grandi artisti, tra i quali Elio Carmi,  Mondino, Paolo Levi, Emanuele Luzzati, Giovanni Tamburelli, Ugo Nespolo e tanti altri importanti artisti di fama nazionale e internazionale.

Informazioni utili:

Museo Civico e Gipsoteca Bistolfi – Via Cavour 5 – Casale M.to tel. 0142/444249 

Museo ebraico e dei Lumi – Vicolo Olper 44 – tel. 0142/71807 –

Emilio Toscani e Pietro Tartamella. IL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE ACCESSIBILE AI DETENUTI ?

Nel 1972 nasce in Italia il diritto all’obiezione di coscienza. Sotto la spinta delle azioni di protesta condotte dalle organizzazioni non violente, il Governo approva la legge n. 772: “Norme in materia di obiezione di coscienza”, che sancisce il diritto all’obiezione per motivi morali, religiosi e filosofici, e istituisce il Servizio Civile obbligatorio in alternativa al servizio militare.

Nel 2001 nasce il Servizio Civile Nazionale con la legge 64/01. Un servizio volontario destinato ai giovani dai 18 ai 28 anni, aperto anche alle donne, che intendono effettuare un percorso di formazione civica, culturale e professionale attraverso un’esperienza umana di solidarietà sociale. All’inizio i giovani che prestavano Servizio Civile erano coloro che si sentivano profondamente obiettori di coscienza, quindi persone politicamente e moralmente consapevoli, motivate, spinte da un bagaglio di riflessioni sensate e mature. Ma, negli ultimi anni,molte associazioni testimoniano che le condizioni sono profondamente cambiate. 

I giovani dai 18 ai 28 anni che oggi possono accedere al Servizio Civile sono, il più delle volte, disoccupati che cercano un impiegoqualunque, anche se solo per un anno, ricevendo un contributo mensile di 433 euro elargito dallo Stato. In cambio essi dovrebbero dare una mano concreta nelle attività svolte dall’ente che li accoglie, il quale li forma per un anno su molteplici competenze che il giovane potrà spendere in seguito sul mercato del lavoro. 

Molte realtà associative della città di Torino e Provincia, che erano state  in passato molto “gettonate” dai giovani, nell’anno 2020 hanno assistito a una notevole diminuzione di aspiranti al Servizio Civile. Molte di quelle associazioni hanno inoltre cominciato a non candidarsi più come enti disposti ad accogliere i civilisti. Il calo di richieste da parte del mondo giovanile, forse è dipeso dall’introduzione del reddito di cittadinanza. Il calo di disponibilità da parte delle associazioni, forse è dipesodall’eccessivo impegno che richiede, nella maggior parte dei casi,seguire e gestire i Civilisti di oggi che potrebbero rivelarsi alla fine più un problema e un peso che non un reale aiuto all’associazione. Forse lo Stato dovrebbe prendere in considerazione un riconoscimento economico anche per gli entiche accolgono i giovani civilisti in quanto, di fatto, essi si accollano il compito di gestire e occuparsi comunque di loro, persone in qualche modo problematiche, spesso non in grado di fornire quell’aiuto pratico e concreto di cui l’ente avrebbe bisogno. Ma una cosa nuova si potrebbe fare: aprire la possibilità ai detenuti di accedere al Servizio Civile Nazionale.

Attualmente il Servizio Civile è infatti precluso a coloro chehanno subito condanne, anche se frequentano percorsi trattamentali che vorrebbero condurli a una consapevolezza e a un inserimento. Questa preclusione forse è inutile e autolesionista verso l’interesse collettivo. La prova sono i numeri che impietosamente mostrano una recidiva media del 70% tra i detenuti tornati in libertà, a confronto con un ben più incoraggiante 12% tra quelli che escono, per esempio, dal carcere di Bollate, solitario e, purtroppo, non imitato esempio di istituzione carceraria. 

Il Servizio Civile allora potrebbe essere lo strumento per antonomasia verso una società migliore. Nei casi, infatti, in cui un detenuto, dopo aver avuto la fortuna di incontrare sulla sua strada operatori illuminati, volesse, nella parte residua della sua pena, dedicare le sue energie e il suo impegno a favore del prossimo, potrebbe impegnarsi con passione nel Servizio Civile ed essere un aiuto concreto all’associazione o all’ente che lo accoglie. Il vantaggio per la collettività sarebbe quello di testare in anticipo l’assenza di pericolosità sociale del detenuto prossimo all’uscita. Chi controlla può essere a volte assente, mentre nessuno può eludere la propria coscienza, qualora abbia avuto la possibilità di costruirne una. Il Servizio Civile aperto ai detenuti, potrebbe dunque rivelarsi un ottimo investimento: per i detenuti, per i lorofamiliari, per le associazioni e gli enti che li accolgono e si impegnano nella loro formazione, per l’istituzione carceraria, per la società civile e, non ultimo, per le vittime, o meglio, per le future vittime, in quanto diminuire la recidiva significherebbe di conseguenza diminuire anche le vittime future.

Cascina Macondo – Associazione di Promozione Sociale

Riva Presso Chieri (TO)  –  www.cascinamacondo.com

1

Memorie della Città Grigia di Danilo Arona

L’uomo del cocco e delle castagne

Da bambino, fino a quando mantenni l’età per essere definito tale, uno dei miei “posti delle fragole” era il chiosco del signor Damaschi ai giardini pubblici, davanti all’incrocio di Corso Crimea con via Trotti. Lì mi accompagnava mio padre per varie ragioni, la prima delle quali recitava che ero considerato troppo piccolo per andarmene in giro da solo. Poi, tra casa nostra e il “baracchino” intercorrevano non meno di tre chilometri, forse troppi per le ragioni di cui sopra, ma soprattutto perché mio padre e il signor Damaschi erano amici di lunga data e ogni volta che s’incontravano si salutavano con calore, raccontandosi la rava e la fava, e non solo.

Il chiosco offriva due specialità stagionali, per le quali all’epoca era, se non ricordo male, molto rinomato. Noccioline e castagne arrostite, le “caldarroste”, in autunno-inverno e il cocco in primavera-estate. Eravamo ancora negli anni ’50 e il baracchino si presentava semplice, minimalista, tirato su con 4 assi e giusto una tettoia per ripararsi dalla pioggia e dalla nebbia (che allora veniva giù spessa e quasi vivente come quella di un film di John Carpenter e faceva anche un po’ paura a volte).

Accanto al chiosco, sulla destra, a qualche metro di distanza si ergeva la latrina pubblica, l’orinatoio, dotato di due posti a ingresso speculare e a chiasmo, affinché due persone che ne usufruivano nello stesso tempo potessero scambiarsi le loro impressioni sul tempo, la politica e le condizioni della reciproca prostata. Di solito si trattava di perfetti sconosciuti che non potevano vedersi dato il muro divisorio ma che si sentivano apparentati dall’esperienza liberatoria e appagante. Soprattutto superavano l’imbarazzo del momento chiacchierando col vicino di minzione.

Certo, vi state chiedendo sul perché dedico così tante righe al vespasiano dei giardini, dato che l’argomento è all’apparenza il chiosco del cocco. Il fatto è che nella mia memoria vespasiano e baracchino sono inscindibili. Non accadeva mai infatti che non ne usufruissi dopo avere bevuto un bicchierone di cocco o mangiato un cartoccio di caldarroste, senza per questo dimenticare le noccioline.

Okay, chiusa qui con il bagno pubblico. Papà e il signor Damaschi parlavano per ore. Si capiva che erano amiconi da quel bel dì perché trovavano decine di argomenti sui quali discutere ad libitum. Per tutto il tempo conversavano in dialetto alessandrino che allora, tardi anni ’50 che andavano finendo, era la lingua nazionale della città. Ogni tanto abbassavano la voce perché, senza che io ricorra a giri retorici, parlavano di donne locali, facendo nomi e cognomi ed elencandone i molti peccati e le poche virtù. Io, tra il dialetto e gli allusivi termini di copertura, non è che ci capissi molto, ma una volta captai un frammento di storia che narrava di un vero e proprio bordello scoperto in Corso Roma sotto le volte di un noto albergo. Anche qui nomi e cognomi dei clienti e delle belle di giorno, tanto sentivo solo io.

Quando giravamo quegli argomenti lì – quasi sempre d’inverno-, ci fermavamo al chiosco per un bel po’ di tempo, più del consentito, e il signor Damaschi, con la complicità di mio padre, mi rimpinzava di castagne che notoriamente non sono facilissime da digerire soprattutto se consumate in quantità esorbitante- infatti, alla sera, di ritorno dal chiosco proprio non cenavo.

Per motivi freudiani nella prima adolescenza ho associato il concetto di “fidanzata” (per capirci) al cocco, alla forma, al gusto e alla parola, colpa ovviamente di quei discorsi da adulti percepiti a frammenti. E con il termine “cocca”, intorno ai vent’anni, ho apostrofato anche qualche ragazzotta che mi piaceva più di altre  – peraltro era un termine da “duro”, me scimunito. 

Vi furono anche un paio di primissime fidanzatine cui mi davo appuntamento ai giardini “dalle parti del baracchino del cocco”, ma in seguito cambiai location perché Damaschi mi conosceva e volevo evitare che ne riferisse a papà – anche se non andavo più con lui a bere cocco e a mangiare castagne, e chissà quanto dispiacere ne ebbe, pover’uomo.

Il signor Damaschi, per quel che ricordo, aveva un viso simpatico, magro e rugoso, come si diceva in gergo “un uomo tutto nervi”. Quando arrivo l’età del ritiro dalle scene, al posto di comando del chiosco subentrò suo figlio che si guadagnò lo stradinom“Nocciolina”.

Quanta nostalgia, però… I chioschi che sono venuti dopo erano e sono manipolazioni genetiche degli originali tanto si erano allargati in ampiezza e in varietà degli articoli. Ma io ricordo con sinceri rimpianto quelle quattro assi di compensato, la nebbia, il dialetto e persino un bicchierino di barbera che mi fecero bere il signor Damaschi e papà assieme alle castagne. Anzi, due.

Nostalgia canaglia. E se io cito Albano, la faccenda è pesante.

BRUNO VOLPI, INTERVISTATO DA PIER CARLO LAVA, PRESENTA IL SUO ROMANZO “L’OCCHIO DI DRAGO”

Bruno Volpi, autore alessandrino di poesie, racconti e fiabe che hanno ottenuto riconoscimenti in concorsi letterari nazionali ed internazionali, nel corso di un’intervista con Pier Carlo Lava, promotore e redattore di Alessandria Today, presenta il suo romanzo giallo “L’occhio di drago”, Erba Moly Editore, pubblicato nell’ottobre scorso.

Il romanzo, arricchito da una preziosa introduzione di Luca Crovi, redattore per Sergio Bonelli Editore, giallista egli stesso econduttore della trasmissione di RadioDue “Tutti i colori del giallo”, è un intenso giallo di provincia che si gioca sul rapporto tra due poliziotti che, come carattere e modus operandi, sono agli antipodi: il commissario Luigi Badalotti e l’ispettore Mario Gianetti.

Il rotondo commissario Badalotti si trova ad indagare sull’omicidio di un avvocato molto noto in città: Massimo Rastelli. L’uomo è stato pugnalato a morte nello spogliatoio del circolo sportivo più vip della città. Unico inquietante indizio ritrovato vicino al cadavere: una collanina d’argento con appeso un ciondolo rosso, pietra conosciuta come Occhio di drago.

Non resta a Badalotti che mettere in moto la sua squadra: l’ispettore Gianetti, il giovane, ma acuto, agente Bonino e il goffo agente Nobiltà. Ma pochi giorni dopo si scoprirà un secondo delitto. Anche in questo caso una vittima illustre: il professore universitario Francesco Manenti, accoltellato alla schiena nei giardinetti di fronte alla stazione ferroviaria. 

Le due vittime si conoscevano e da una perquisizione in casa del professore salterà fuori una seconda collanina con lo stesso ciondolo. Mentre comincia a serpeggiare in città l’incubo di un serial killer e il questore preme, Badalotti deve mettere in fila gli indizi, risalire a passati, lontani torti che gridano vendetta e, muovendosi con i piedi di piombo, prevedere le prossime mosse dell’assassino per tentare di fermarlo.

Sullo sfondo della vicenda Alessandria, una città di provincia con cui Badalotti appare subito in sintonia, che riflette il carattere del funzionario, votato alla sostanza più che all’apparenza, solitario ma capace di grandi risultati. Così tra nebbie, ricordi della giovinezza e ottima gastronomia, Badalotti accompagna il lettore alla scoperta di una città che forse non ha caratteristicheappariscenti per stupire l’occasionale visitatore, ma che sa conquistare chi abbia la pazienza di scoprirla ed assaporarla giorno dopo giorno.

LETTERA AI MIEI ALLIEVI RISTRETTI carcere Rodolfo Morandi – Saluzzo di Pietro Tartamella

ad Ally, Antonio, Carmine, Donato, Emilio, 

Gian Luca, Giuseppe C., Giuseppe S., Gugliemo, 

Ibrahim, Luigi, Maurizio, Niveo, Roberto 

L’anno 2020 sarà ricordato in tutto il mondo come l’anno del coronavirus. 

Agli inizi del mese di marzo, dopo le molteplici restrizioni emanate dal governo per far fronte alla pandemia inaspettata che coglie tutti, o quasi tutti, di sorpresa, siamo stati catapultati in una sorta di incubo e indefinito tormento. 

Ci ritroviamo improvvisamente prigionieri delle nostre case, reclusi, agli arresti domiciliari, senza poter uscire, se non per motivi particolari e giustificati. 

La sanità non è preparata, non ci sono mascherine, guanti sanitari, posti letto a sufficienza negli ospedali, mancano i tamponi per individuare i contagiati. 

Chiuse le scuole, le fabbriche, i cantieri edili, i negozi, le palestre, le discoteche. 

Le piazze e le vie delle città sono un deserto desolante. 

Annullati gli assembramenti, le assemblee di qualunque tipo, i matrimoni, le messe in chiesa, pena la prigione o le multe salate. Siamo testimoni della tristezza dei funerali dove, a volte, l’unica presenza nel corteo è quella del morto. 

Chiusi gli aeroporti e le frontiere, sospesi i voli.  I telegiornali ci stordiscono con numeri e numeri a raffica, statistiche, diagrammi, quanti morti, quanti contagiati, quanti guariti, quanti, tanti, i decessi nelle case per anziani, quante bare trasportate ai crematori di altre città per l’impossibilità di eseguire nei propri territori le numerosissime esequie. 

Si diffonde la paura. 

Aumentano i delatori, zelanti, a segnalare e denunciare, spesso verbalmente aggressivi, coloro che si sono allontanati troppo dalla propria abitazione, coloro che hanno sconfinato nel comune limitrofo, coloro che non indossano la mascherina. 

Vigili, carabinieri, poliziotti, finanzieri, esercito, elicotteri, droni, pattuglie con i mitra ai posti di blocco per far rispettare le ordinanze. Si progettano App da installare sui cellulari per tracciare i movimenti di coloro che sono stati infettati dal virus.Già si prevede, non appena si sarà trovato un antidoto, di vaccinare in un prossimo futuro, milioni di persone obbligatoriamente.

Questi sono fatti reali, quelli che dànno la sensazione di un pericolo, non solo sanitario. 

Non penso si tratti di vera dittatura. 

Però, ora, tutti hanno visto, e tutti ora sanno, che potrebbe essere un modo geniale di instaurare una dittatura futura.

Gli insegnanti sono incoraggiati a utilizzare la tecnologia per fare lezioni a distanza. 

Lo Stato e i giornali esultano, incentivano, elogiano la tecnologia ritenuta strumento ideale per continuare a far vivere la scuola in altra modalità. 

Il richiamo al “nazionalismo” al “restare uniti” al “sentirsi comunità” viene inserito anche in questa linea d’azione nel campo della didattica. Potrebbe venire un dubbio: in un prossimo futuro qualche politico potrebbe avere l’dea di obbligarci a fare lezione così? In questo nuovo sistema didattico avremmo un insegnante e, nelle case dinanzi al televisore, decine di studenti. Ad essere maliziosamente preveggenti, a qualcuno potrebbe venire in mente di proporre un taglio immane alla categoria corpo decente della scuola pubblica, tanto più che dovendo, dopo l’emergenza coronavirus, reinvestire e potenziare la Sanità Pubblica, le risorse economiche potrebbero essere reperite, appunto, con un taglio gigante all’istruzione tradizionale!

Nel volgere di un mese – era inevitabile – tutti accusano grandi perdite economiche. 

Ora è un problema doppiamente serio. 

Cascina Macondo, la nostra Associazione di Promozione Sociale, è stata costretta ad annullare le lezioni a scuola, quelle rivolte alla disabilità, quelle rivolte a voi detenuti, siamo stati obbligati ad annullare gli incontri, le presentazioni dei nostri libri, le gite didattiche già prenotate per i mesi primaverili, le cene solidali per raccogliere fondi da destinare ai nostri progetti.

Lo Stato promette di aiutare i cittadini somministrando contributi economici, bonus, cassa integrazione. L’Unione Europea stanzia molti miliardi per far fronte al dissanguamento delle piccole imprese, delle ditte, delle partite iva. 

Molti soggetti che subiscono perdite economiche non compaionoperò, come destinatari degli aiuti, negli elenchi stilati dal governo: gli artisti di strada, le associazione di promozione sociale, il settore cultura, i riders che consegnano cibo a domicilio, le onlus, i precari del settore agricolo, i raccoglitori di frutta e ortaggi sfruttati dal caporalato, e molti altri.

Se il governo stanzia miliardi per aiutare le famiglie e le imprese, vuol dire che riconosce che i cittadini stanno restando realmente senza reddito. 

Da questa premessa, mi chiedo, qual è il senso di punire con una multa di quattrocento euro i trasgressori, già in difficoltà, che non rispettano le distanze, che non portano le mascherine, che si allontanano più di duecento metri dalla propria abitazione per portare a passeggio il cane? 

Conoscendo quanto è drammatico in Italia il sovraffollamento nelle carceri, non può altresì che suonare ridicolo il sanzionare con la prigione i molti che, si sa già, trasgrediranno. 

Si incomincia a equiparare tutte le azioni compiute per non farci travolgere dal coronavirus come azioni di battaglia, come strategie di guerra. In televisione, e in tutti i mass-media, si parla di “guerra”. La metafora della guerra in relazione al Covid-19 è immediata e si diffonde a macchia d’olio. Lo Stato comincia a fare appello, con infiniti spot pubblicitari in cui compaiono vip e personaggi famosi, alla solidarietà, restiamo uniti, restate a casa, ce la faremo, insieme vinceremo, sconfiggeremo il virus. Viene diffusa un’idea di “nazionalismo”, di “siamo italiani”, siamo una “nazione”. In molti quartieri, schiere di cittadini si affacciano ai balconi e alle finestre, dimostrando una brillante inventiva poetica e da navigatori: cantano insieme, ballano, fanno concerti, restando nei propri ballatoi e terrazze a distanze di sicurezza. 

Molti espongono il tricolore. 

Lo Stato ha avuto il buon gusto di non chiamare “Patria” la nostra Italia paralizzata dal coronavirus, forse per non tirarsi addosso le critiche di Friedrich Dürrenmatt che diceva lucidamente: “Quando lo Stato si fa chiamare “Patria”, vuol dire che si sta preparando ad assassinare”.

E in tutto questa marasma ci siete voi detenuti nelle prigioni, e voi, miei allievi carissimi del progetto di scrittura “Vite Parallele”. 

Da molte settimane non ci vediamo di persona fisicamente. 

Per non abbandonare il progetto ci stiamo scambiando i testi per posta tradizionale, facendo anche noi,  in qualche modo, lezioni a distanza. 

I tempi si sono dilatati è vero, e tutto procede a rilento, ma se non altro procediamo. 

Sono consapevole di quanto vi è costato l’obbligo di non ricevere più le visite dei vostri familiari e dei parenti. L’amministrazione del carcere, molto responsabilmente, vi ha concesso però di telefonare più spesso, consapevole del sacrificio che vi veniva richiesto.

È stata apprezzabile quella vostra raccolta fondi per la Caritas e per aiutare gli ospedali del territorio, e quell’idea del vostro laboratorio di pasticceria, accollandovi i costi, di preparare pizzette e pasticcini per i medici e gli infermieri, e l’altra idea di produrre, con una macchina per cucire, mascherine da destinare ai detenuti.

Dimenticati spesso tra le mura del carcere, avete compiuto gestiimportanti che vi hanno connotato come “cittadini” sensibili e degni di maggiore attenzione rispetto a quella che oggi l’opinione pubblica e l’Amministrazione Penitenziaria vi riservano.

Mi rendo conto di quanto vuoto e incertezze vi hanno portato la chiusura della scuola e l’interruzione delle lezioni. Il silenzio e l’isolamento, già problematici all’interno delle carceri, si sono fatti più grandi e inquietanti. Ma, come più volte abbiamo avuto modo di dirci, “ogni male non viene per nuocere”. Un atteggiamento mentale e filosofico in cui so che voi siete maestri. 

E allora, questo periodo insolito della nostra vita ha indubbiamente prodotto pensieri e riflessioni nuove, nuova consapevolezza e compassione. Tutti hanno potuto notare che le vostre paure e preoccupazioni, in questa circostanza, sono state le stesse che hanno avuto gli agenti penitenziari, che sembravano un mondo così lontano e antagonista.

So dei molti detenuti e dei quattro agenti contagiati al Rodolfo Morandi di Saluzzo e delle vostre apprensioni per quanto riguarda la salute, non sempre seguita nelle carceri con la dovuta responsabilità, puntualità e attenzione.

Ad ogni modo, per me, essendo obbligato a restare a casa, il coronavirus ha significato un gran recupero di tempo a disposizione da dedicare alla scrittura. 

Se aggiungo il tempo che posso ora dedicare a questa mia antica passione, anche a causa delle metastasi alle ossa che mi impediscono di fare sforzi e, praticamente, nient’altro, posso dire che la combinazione di coronavirus, cancro, e la chiusura, dopo diciassette anni, del Concorso Internazionale di Poesia Haiku di Cascina Macondo che mi impegnava per alcune centinaia di ore all’anno, si sono trasformati in mali che non del tutto sono venuti per nuocere!

E così riesco, ora, a fare realmente, per la prima volta, quello che avevo sognato di fare fin da ragazzo: lo scrittore a tempo pieno.

Ora posso stare al computer (da ragazzo mi vedevo con la macchina per scrivere o con la penna a biro), fare passeggiate riflessive, leggere libri, prendere appunti, programmare una trama, consultare dizionari, enciclopedie, internet soprattutto, leggere il giornale, prendere un caffè o un aperitivo nei bar di Poirino o di Riva Presso Chieri dopo una passeggiata (quando riapriranno i bar), andare alle Poste per spedire un libro, e guardare sempre la cassetta delle lettere in attesa di trovarvi un altro plico con i vostri nuovi testi che mi avrete inviato.

Con l’augurio di poterci rivedere presto e di poter continuare a scavare 

per portare alla luce un coccio, un frammento alla volta, 

di quell’inconsapevole “scrittore” che giace sepolto dentro di voi,

invio un caro saluto e un abbraccio fraterno a voi tutti.

Pietro Tartamella

Riva Presso Chieri, 10 maggio 2020

Giuseppina Valla Innocenti ci presenta alcune sue opere

Mi chiamo Giuseppina Valla Innocenti, sono laureata in materie letterarie e amo scrivere. 

Sono nata e vivo a Castagnole Piemonte e, nei miei primi lavori, ho descritto  la realtà del mondo contadino, fortemente attaccato alla terra, alle sue tradizioni, all’onestà, al rispetto dell’individuo, ai  valori della famiglia e  della religione. 

Nel 2002 ho pubblicato da Alzani di Pinerolo “Sulla strada dei ricordi”, una raccolta di racconti autobiografici in cui ho rievocato  gli episodi salienti della mia vita e del  mio paese; alcuni pezzi  sono stati evidenziati  dal compianto giornalista Renato Scagliola nella sua  rubrica “Sul filo della memoria” di Torinosette de LA STAMPA. In questo mio primo libro  ho  desiderato mettere in rilievo non solo  le esperienze personali, ma i rapporti tra gli individui, le caratteristiche della scuola e della società di quel periodo, onde offrire  un ritratto  semplice, ma significativo degli anni del boom economico.

Nel 2004 ho proseguito la mia attività con “La vecchia cipolla d’argento”  e  nel 2005 con “Le radici della felicità”, entrambi editi da edizioni Nuovi  Poeti di Vaprio d’Adda. Nel 2008 con “Il mistero di Casa Castagno”  edito da Angolo Manzoni viene presentata la difficile esistenza di una donna in un piccolo paese di provincia, permeato di tradizione e conformismo. 

Nel 2009 ho pubblicato una raccolta di poesie dal titolo “Battiti di emozione”. 

Nel 2006 ho partecipato alla rubrica di Rai 3 “L’album dei ricordi” di Enza Sampò e nel 2009 al programma “L’uomo della notte” di Maurizio Costanzo.

In tutti i miei romanzi  ho cercato  di  sottoporre all’attenzione  del lettore  l’animo dell’uomo con le sue gioie e i suoi dolori, virtù e contraddizioni e ho posto  in primo piano la figura femminile che, seppur  in mezzo  a tante difficoltà, non si arrende  e trova  la forza di superare le situazioni più avverse. 

Nel mese di aprile del 2012 la casa editrice Araba Fenice di Boves ha pubblicato  “La forza dell’edera”. E’ la  storia, raccontata da una donna, di una famiglia piemontese che, accanto a questo semplice arbusto, vive mezzo secolo della sua esistenza, dal 1910 al 1961, anno del centenario dell’Unità d’Italia.  Il romanzo ha ricevuto il primo premio per la narrativa nel concorso san Valentino di Terni 2013.

A marzo del 2015  ho pubblicato, sempre presso Araba Fenice, “Non ti fermare sul ponte!” ambientato tra le vie di Borgo Po, all’ombra della Gran Madre di Dio, a pochi passi dal grande fiume. Tra scottanti problematiche di grande attualità quali la mancanza del lavoro e la cura degli anziani, emergono il coraggio di due donne e lo sguardo rivolto al passato. Nello stesso anno il testo e’ stato premiato dall’ “Associazione Piemontesi nel mondo” di Frossasco per il tema dell’emigrazione.

“Tace il labbro” di Araba Fenice, presentato al Salone del Libro di Torino 2016, si svolge tra Torino, imbandierata a festa per il 150esimo dell’Unità d’Italia e Kraguievac, attivo centro della Serbia e testimone di un efferato massacro nazista. Un toccante romanzo di amicizia al femminile e non solo. Ha ricevuto il terzo premio di narrativa nel dicembre 2018 a Rignano sull’Arno.

Ad aprile del 2018, presso la casa editrice Hogwords di Pinerolo, ho pubblicato “La casa dal grande comignolo”, una storia di donne e segreti familiari  sullo sfondo della tragedia di Marcinelle. 

Il grande comignolo, issato come un faro sulla modesta casa di campagna, trattiene uniti a sé i giovani e i vecchi emigrati affinchè non dimentichino le loro radici e le loro tradizioni.

Il libro ha ricevuto a novembre del 2018 il primo premio nel concorso “Rèis encreuse” a Trezzo Tinella. 

Edito sempre da Hogwords di Pinerolo nel luglio del 2019, il romanzo “La vita è piena di sorprese” narra le vicende di Ada, una torinese sessantenne. Ex libraia, dopo un’intera esistenza dedicata al lavoro, bersagliata da una insistente telefonata,  si trova di fronte a un destino che sta per voltarle le spalle

Il sapore di un’amicizia vecchia e nuova ridà senso alla sua vita e la costringe  a rimettersi in gioco. In mezzo all’incomunicabilità della Civiltà dei Social si inserisce la Vita con tutte le sue sorprese… 

Il primo ottobre scorso è stato presentato al Circolo dei Lettori di Torino in via Bogino 9 e il 12 ottobre, a Sesto San Giovanni, ha ricevuto il premio della Professione Medica  nell’ambito del Concorso “Vinceremo le malattie gravi”.                                                  

Il ricavato dei diritti d’autore di questo romanzo è devoluto per le cause benefiche organizzate dalla Fondazione Faro Onlus, situata in via Oddino Morgari 12 a Torino. Essa offre assistenza gratuita, a casa e in Hospice, agli ammalati affetti da malattie cronico-degenerative e bisognosi di cure palliative. 

Giuseppina Valla Innocenti

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora